Eliseo, strada in salita?

Eliseo, strada in salita?

Per una volta bisogna ammetterlo, i sondaggi ci hanno preso. Si pronosticava, per le fondamentali elezioni francesi, un ballottaggio Macron – Le Pen, e così è stato. Due candidati che hanno entrambi fatto dello slogan “né destra né sinistra” il proprio, l’uno il più europeista dello spettro, l’altra la più euroscettica d’Europa, l’una che chiede la mobilitazione dei patrioti, l’altro che confessa di non avere un concetto di “Patria”.

Ciò su cui c’era discordanza era chi si sarebbe qualificato come primo, ed è stato Macron, a superare di circa due punti percentuali (23,75% contro 21,5%) la candidata del Front National.

Si sfidano quindi due movimenti non tradizionali, il Front National, l’eterno escluso dell’arco costituzionale francese, e il “fake party” En Marche! di Macron, l’ex banchiere gettato in politica a rappresentare un populismo organizzato dall’alto per fronteggiare quello, minaccioso, mosso dal basso e rappresentato da Marine Le Pen.

Da rimarcare quindi senz’altro questo grande cambiamento, dove i candidati dei partiti tradizionali della destra e della sinistra sono stati messi alla porta. In particolare, a colpire è la fine del Partito Socialista, espressione della Presidenza della Repubblica uscente, così come della maggioranza parlamentare, che raggiunge appena un miserabile 6,5%.

Ben più dignitosa la fine del candidato conservatore François Fillon, azzoppato dalle note vicende giudiziarie della moglie, che comunque sfiora il 20%. Certamente, per le legislative di maggio, utili per le elezioni dei deputati e su cui non peseranno le vicende personali di Fillon, è facile prevedere un maggiore successo della destra tradizionale.

Ottimo ma inutile risultato anche quello dell’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon, che ha fatto man bassa di voti socialisti, arrivando appaiato con Fillon a quasi il 20%.

Per quanto riguarda il secondo turno, tuttavia, il destino sarebbe già segnato, con Macron dato vincente, con una percentuale attorno al 60%.

Sin dai primi minuti dalla chiusura delle urne, si è visto tutto il sistema politico-mediatico d’oltralpe mobilitarsi e coalizzarsi nella santa alleanza antilepenistaL’umiliato Benoit Hamon, candidato del PS, è stato il primo a parlare, chiedendo ai militanti socialisti di votare Macron, che, pur qualificato “non di sinistra” e “avversario politico”, quantomeno non sarebbe “un nemico della Repubblica” come Marine Le Pen.

Lo stesso tipo di appello è stato ripetuto da Fillon davanti ai suoi sostenitori, cosa che a suo tempo, nel caso delle elezioni regionali, Nicolas Sarkozy si era astenuto di fare.

Se c’è una cosa da notare è che se l’annuncio di voto al secondo turno di Hamon è stato accolto da applausi scroscianti e chiaramente pieni di odio verso la Le Pen, l’annuncio di Fillon è stato accolto in sala in maniera molto più fredda, qualche “non” e solo degli applausi di circostanza. Chissà che non sia questa un’espressione del futuro orientamento del suo elettorato.

Una certezza, comunque, è che i quadri della classe dirigente – insieme a tutte le obbedienze massoniche francesi, che hanno invocato un voto anti-Le Pen –  si buttino su Macron, rappresentante del grande centro, espressione di una politica de-idealizzata e ridotta a sinonimo di amministrazione (esercitata sotto procura UE, ovviamente).

La strada dell’Eliseo per Marine Le Pen, visto un risultato al primo turno di appena tre punti e mezzo più alto di quello del 2012, sembra quindi in salita. Eppure, se una cosa è certa è che i giochi sono aperti, le alchimie elettorali spesso sfuggono alle facili aritmetiche, così come gli appelli dei volti noti dei partiti.

In particolare, un’alta astensione, che in questo primo turno non si è manifestata, potrebbe favorire Marine. Più che nella simpatia per sé, la Le Pen potrebbe sperare in un certo “effetto Sanders”, per il quale, soprattutto l’elettorato di sinistra, il grande bacino di Mélenchon, possa magari decidere di astenersi, rifiutandosi di votare per Macron, un candidato ultraliberale che, senza pudori, ha parlato di dismissione dello stato sociale, dell’industria pubblica, di rafforzamento delle istituzioni europee.

Su tutti questi temi, la formazione di estrema sinistra La France Insoumise ha raccolto il suo successo bandendo proposizioni direttamente antitetiche a quelle macroniste. Uno dei motti di Mélenchon è stato “il ne faut pas etre fachos par ce que on n’est fachés” (non bisogna essere fasci perché si è arrabbiati).

Se si analizza il senso profondo di questa frase, si comprende bene che Mélenchon si è rivolto ad un elettorato, considerevole, che, pur tradizionalmente di sinistra, è senz’altro sensibile ai messaggi del Front National e che, anzi, si trova tentato da quel movimento più che da qualunque altro.

Certo che, se si considera come termine di paragone le ultime elezioni regionali, in cui il Front National era al ballottaggio in più regioni con un 27% a livello nazionale e al termine delle quali nessuna è stata conquistata, queste logiche non si sono effettivamente verificate, se non in maniera marginale.

Forse è ormai l’antropologia, quell’antropologia che fa della “pregiudiziale antifascista” un paraocchi irrinunciabile per guardare la realtà, a contare più che le idee e le logiche politiche.

Da parte sua, Jean-Luc Mélenchon, molto coerentemente con le sue posizioni, si è differenziato dagli altri candidati per aver rotto il tabù dello “sbarramento repubblicano”, annunciando di non avere un mandato per dare un’indicazione di voto e che la scelta sarà lasciata ai militanti, su chi votare tra due candidati che dice di considerare “egualmente inqualificabili”.

Marine Le Pen dovrà quindi ora mostrare grandi doti di alchimista per riuscire a sedurre elettori molto diversi, i “destri” fillonisti, molti dei quali sono liberisti per quanto riguarda la gestione dello Stato ma conservatori sul piano sociale, e “i sinistri” di Mélenchon, iperstatalisti e contestatari quanto iperimmigrazionisti. Partendo da poco meno del 22%, a mente fredda, non sarà per nulla facile.

Al netto di tutte queste elucubrazioni elettorali, se posso aggiungere una confessione personale, immaginare una grande nazione europea come la Francia, un tempo la France fille ainée de l’Eglise, un tempo la France Eternelle, in mano a un piccolo banchiere nato su internet che raccoglie voti dicendo che “la cultura francese non esiste”, è un pensiero semplicemente spaventoso.