La Resistenza. Mito o realtà?

La Resistenza. Mito o realtà?

Oggi, 25 Aprile, cade l’anniversario della festa della Liberazione e 72 anni sono ormai passati da quei tragici eventi. Ma più che una guerra di liberazione, fu una vera e propria guerra civile fratricida, che tinse di rosso l’Italia dall’autunno del ‘43 alla primavera del ‘45, anche se le morti, tra le fila dei vinti, continuarono anche ben oltre la fine della guerra.

Questo pezzo di storia dimenticata è stato riportato negli ultimi anni alla luce anche dal giornalista e scrittore, proveniente dalle file della sinistra, Giampaolo Pansa, nei suoi libri Il sangue dei vinti e I vinti non dimenticano, che tanto hanno fatto discutere.

Il numero dei caduti fu tremendo: numerose autorevoli fonti concordano, con una stima reale, che si tratti di circa 40mila morti fra i “vinti”, ovvero gli italiani che decisero di combattere nelle fila della Repubblica Sociale Italiana, e di circa 15mila fra i “vincitori”, ovvero gli italiani che combatterono nelle bande partigiane.

Ci tengo a precisare il termine “reale”, poiché i dati ufficiali della Presidenza del Consiglio dei Ministri non corrispondono per nulla alla realtà dei fatti. Lo stesso CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) ha confermato che gli stessi numeri vennero gonfiati e alterati. D’altronde, lo sappiamo! La Storia la scrivono i vincitori.

Dall’inizio della cosiddetta “resistenza”, inoltre, si assistette ad un curioso incremento esponenziale della consistenza delle formazioni partigiane. Autorevoli storici come Giorgio Bocca e Giorgio Pisanò riportano un totale di circa 4mila partigiani nell’inverno ’43-’44, 60mila nell’estate ‘44 e circa 130 mila nell’Aprile ‘45.
Indro Montanelli commentò con una frase lapidaria questo fenomeno: “L’insurrezione generale divampò, in pratica quando non c’era più nulla contro cui insorgere.”

Negli ultimi mesi di guerra infatti, quando ormai la vittoria degli Alleati era scontata, in molti compresero che bisognava affrettarsi ad essere dalla parte dei vincitori, quando tutto sarebbe finito. Entrarono infatti nelle formazioni partigiane decine di avventurieri, disertori, profittatori e gente che aveva qualcosa da far dimenticare, da occultare, da far perdonare. Questi ultimi furono i più zelanti quando si trattava di fucilare dei giovanissimi ragazzi della R.S.I., che avevano deposto le armi con la garanzia di poter tornare a casa dalle proprie famiglie.

Questo dimostra come gli italiani, da sempre, siano pronti a saltare sul carro del vincitore, un po’ come dopo la marcia su Roma del ‘22, quando a decine di migliaia fecero carte false per comparire come Fascisti “antemarcia” dotati di tessera del PNF retrodatata.

Il primo ministro inglese Winston Churchill riassunse questo atteggiamento italico con una celebre frase: “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure, questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti”.

Infine, è bene ricordare quanto sia inferiore il numero dei caduti partigiani rispetto al numero dei militari italiani caduti al fianco degli alleati tedeschi, o da questi stessi uccisi per aver deciso di non aderire alla Repubblica di Salò. Eppure, tutte le celebrazioni commemorative e la gratitudine nazionale spettano ai partigiani, quasi dimenticando quest’altra categoria di “eroi” della Liberazione.

Altro argomento spinoso e delicato fu quello degli attentati dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica, ovvero i gruppi partigiani che nacquero su iniziativa del Partito Comunista Italiano) alle truppe dell’Asse, ormai in ritirata negli ultimi mesi del conflitto.
Il tragico copione si ripeté più volte: i gappisti attaccavano truppe in ritirata, per poi dileguarsi subito dopo nei boschi, nelle montagne o nelle periferie cittadine, lasciando i civili inermi alla mercé delle, a volte spietate e ciniche, rappresaglie tedesche.
L’articolo 47 del Codice Penale Tedesco di Guerra, che, appunto, prevedeva la rappresaglia sulla popolazione di 10 a 1,  era conosciuto molto bene dal Partito Comunista Italiano. Inoltre, vi erano manifesti  appesi ovunque nelle città e nei paesi, per volere dello stesso generale Kesserling, che ripetevano il tragico motto, “dopo l’attentato viene la rappresaglia”.

In poche parole, è opinione di molti storici revisionisti che il Partito Comunista bramava le rappresaglie, per spingere gli italiani alla rivoluzione e per instillare l’odio sviscerato verso gli alleati dei tedeschi, ovvero i fascisti.
Un tragico esempio di questo terribile disegno fu l’attentato di via Rasella a Roma, il 23 Marzo 1944. 12 partigiani comunisti gappisti compirono un attentato in cui persero la vita 33 soldati altoatesini del reggimento “Bozen”, appartenente alla Ordnungspolizei dell’esercito tedesco, e 2 civili romani (fra cui un dodicenne) con la detonazione di un esplosivo e il lancio di 4 granate.

Il giorno seguente, all’attentato seguì la scontata e terribile rappresaglia: 335 italiani vennero fucilati nei pressi delle Fosse Ardeatine. Un tremendo eccidio che coinvolse molti innocenti e che, a detta di molti, si sarebbe potuto evitare. A livello tattico, infatti, molti di questi attentati non diedero nessun effettivo contributo alla la vittoria finale, se non quello di causare una ulteriore striscia di sangue e morte fra i civili inermi.

Dopo oltre 70 anni, sarebbe dunque doveroso, ridimensionare il fenomeno della resistenza partigiana e riportare alla luce, con maturità e obiettività storica, perlomeno le molte ombre che caratterizzarono i turbolenti accadimenti di quegli anni.