25 aprile: antifascismo o anti-italianità?

25 aprile: antifascismo o anti-italianità?

All’indomani del 72° anniversario della cosiddetta “Liberazione”, è naturale che ci si ponga alcune domande e ci si lasci andare a certe riflessioni.

Ormai, la letteratura è piena di quelli che vengono definiti revisionismi, che riducono o addirittura stravolgono la retorica storiografica della Resistenza. Se un tempo ogni crimine era associato all’occupante tedesco ed alla Repubblica Sociale, mentre ogni virtù agli eserciti Alleati e alle formazioni partigiane, secondo una logica chiusa in se stessa, oggi questi concetti assoluti stanno venendo meno, attribuendo trasversalmente coraggio, eroismo, atrocità e viltà da ambo le parti. Ma lasciamo questi compiti a storici che probabilmente hanno ancora molto da dirci, spesso combattendo contro l’oscurantismo del pensiero unico, e torniamo ai giorni nostri per determinare cosa la ricorrenza del 25 aprile rappresenti oggigiorno.

Attualmente, la ricorrenza della Liberazione trascende la semplice lotta partigiana per la riconquista della libertà perduta ad opera di uno Stato occupante e di una dittatura interna, così come veniva tramandata fino a pochi decenni fa. Il 25 aprile è oggi collegato al feticcio del cambiamento, ad una rivoluzione (o meglio stravolgimento) culturale ben lontana dal desiderio di riscatto sociale che i social-comunisti vedevano nella festa: salvo che in pochi nostalgici dell’era sovietica, le coscienze dei “neo-partigiani” hanno completamente dimenticato le battaglie per i diritti dei lavoratori, riesumandole debolmente solamente durante i concerti del 1° maggio.

Nonostante il 25 aprile sia legalmente riconosciuto come festa nazionale, dunque, nell’immaginario collettivo esso si è trasformato in qualcosa che si allontana sempre più dai concetti di “popolo” e “nazione”.

Il primo aspetto che cattura subito l’attenzione è il legame tra l’antifascismo odierno e l’amore incondizionato per l’immigrazione e le mescolanze. Seppur esso non riesce ad essere giustificato in termini di progresso sociale, economico e culturale, viene comunque strenuamente difeso e addirittura incentivato, considerando tutto ciò che si trova oltre le Alpi e oltre il mare come “migliore”. I crimini degli stranieri devono a tutti i costi essere controbilanciati dalla delinquenza nostrana, che invece di sommarsi ad essi li annulla; le assunzioni di lavoratori stranieri a basso costo, o comunque senza eccessive pretese sindacali, vengono giustificate con una presunta pigrizia insita nel DNA italiano (ma non erano i nazisti a trovare qualità e difetti culturali nel genoma?); la millenaria cultura romana e cristiana che ha costruito la nostra società viene considerata barbara, mentre ogni aspetto sociologico straniero, per quanto arretrato, costituisce un’opportunità di arricchimento, tralasciando completamente l’enorme contributo dei partigiani cattolici, compresi quelli massacrati a Porzus.

Un altro aspetto che caratterizza il 25 aprile oggi è l’avversione totale a tutto ciò che c’era prima: la liberazione non è solo dal nazi-fascismo, in teoria sconfitto dalle potenze alleate e dalle elezioni democratiche del dopoguerra, ma da ogni buon senso, da ogni concezione che avevamo del mondo e persino della biologia. Non esistono più solo due sessi, la famiglia viene reinventata, la droga fa bene, i confini non esistono, il lavoro non è un diritto, il diritto di voto va concesso solo a chi si conforma al pensiero unico: in poche parole, è tutto il contrario di tutto, il 25 aprile diventa un controsenso a sé stesso, assumendo addirittura quei caratteri che per anni sono stati negativamente associati al Fascismo.

E ancora, chi oggi festeggia lo fa spesso dall’estero, da Paesi ove ha spostato la residenza, poiché lo Stato italiano, che nel 25 aprile ha le sue radici costituzionali, non è stato in grado di garantirgli un futuro, oppure non ha voluto. Ed anzi, costui plaude ad ogni male che è stato e viene tuttora fatto al popolo, a partire dalla cessione della Venezia Giulia, della Dalmazia, di Briga e Tenda, fino ad arrivare alle inique sanzioni dell’Unione Europea per ogni impegno non soddisfatto, poiché la nostra situazione attuale non lo consente materialmente.

Oggi festeggiano anche coloro per i quali la difesa personale è un crimine (ma non lo è l’aggressione verso chi è sospettato di apologia di fascismo), coloro che si inchinano allo strapotere delle banche e delle multinazionali (contrariamente a quanto accadeva nell’epoca dei due blocchi), coloro che sfasciano vetrine e incendiano auto per manifestare le proprie idee, impedendo ad altri di esprimerle se diverse.

Ed infine vi è la fetta di popolazione maggiore, quella che nonostante la propaganda sta via via scordando quello che il 25 aprile rappresenta o ha rappresentato, delusa dalla situazione attuale e dagli eredi del Comitato di Liberazione Nazionale; non necessariamente essi rimpiangono il Ventennio, anzi spesso ne riconoscono gli errori ed i limiti, ma hanno assunto un atteggiamento più critico nei confronti del periodo interbellico. Alcuni invece approfittano solo del ponte e del bel tempo per evadere dalla triste realtà in cui viviamo.

Chi continua a spendere denaro pubblico per le celebrazioni presto dovrà fare i conti con l’oblio e la consapevolezza che dal 25 aprile non è nato il paradiso, non sono nati valori condivisi, non è nata la nostra Nazione.