I nuovi partigiani e la paranoia del fascismo sui social

I nuovi partigiani e la paranoia del fascismo sui social

La settimana finale di aprile, come ogni anno, vede un rinvigorirsi di sentimenti di odio e rivalsa verso una fazione sconfitta decenni fa e che ha già pagato a sufficienza. Nonostante oggi viviamo in una repubblica che viene definita “costituzionalmente antifascista” (anche se nessun articolo dica propriamente questo), la paura verso un regime che, de facto, non esiste più scatena atteggiamenti che sfociano nel grottesco.

Durante le celebrazioni del 72° anniversario della Liberazione, il presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ha lanciato un appello ai gestori dei social network, affinché attuino misure restrittive nei confronti di account dichiaratamente fascisti o che possano essere associati al tanto discusso “reato di apologia”; tutto ciò per rispetto di chi subì i crimini della parte sconfitta durante la guerra, per rispetto di chi ha combattuto, per rispetto di chi ha fondato la Repubblica italiana.

Sorvoliamo sulle considerazioni di carattere storico, poiché è ormai accettato da (quasi) tutti che furono commesse atrocità da ambo le parti durante la guerra, e dalla parte vincente anche molti anni dopo la fine del conflitto.

Ma volendo trattare di temi strettamente attuali, questo continuo rimando ad eventi passati, il continuo riesumare la salma del “nazifascismo” per diffondere paure e ansie, non può non suscitare il dubbio che siano metodi del sistema politico per canalizzare l’attenzione verso i “mulini a vento” e non verso questioni reali che riguardano tutti, dalla sicurezza alla disoccupazione.

Eppure, sui social esistono profili che commettono continuamente reati puniti dal nostro Codice Penale. Un esempio è l’istigazione al consumo e allo spaccio di sostanze stupefacenti, in Italia ancora (fortunatamente) vietati dalla legge; ed è un dato di fatto che molti di coloro che continuano a invocare la legge Scelba ergendosi a paladini della legalità commettano, nel frattempo, numerosi reati, tra cui, appunto, quelli legati alla droga. Un esempio forse più grave è, inoltre, l’utilizzo dei social da parte di chi elogia la criminalità organizzata, ma ancora una volta questo aspetto passa in sordina .

I profili social definiti “fascisti”, “neofascisti”, “filo-fascisti” sono costantemente accusati di diffondere odio e paura nei confronti di alcune categorie di persone che stanno tanto a cuore alla sinistra, come immigrati, omosessuali, tossicodipendenti e, talvolta, anche delinquenti. Se da un lato è vero che vi siano casi in cui alcuni utenti si lascino andare a commenti idioti, violenti e quindi controproducenti per la causa (ma la loro militanza politica, spesso, si ferma al computer), è altrettanto vero che sui profili degli antifascisti è un continuo richiamo all’intimidazione e all’aggressione nei confronti di chi non si conforma al pensiero unico, ormai diventato sinonimo dell’antifascismo moderno (abbandonandone la natura eterogenea che fu alla radice del compromesso storico).

Continuiamo a leggere sui social e sui muri frasi come “fascisti appesi”, “a piazzale Loreto c’è ancora posto”, “l’unico fascista buono è il fascista morto”, ma nessuno si prende la briga di condannare questi atteggiamenti, un po’ per vigliaccheria, un po’ forse perché solitamente chi lo scrive su internet ha paura della sua stessa ombra quando è nella vita reale.

Vi è infine un’ultima considerazione. I profili social che vengono inseriti nel calderone del “fascismo da web” sono sostanzialmente divisibili in due macrocategorie: vediamo account di partiti, peraltro legalmente riconosciuti, oppure di carattere culturale, i cui scopi non sono certo la diffusione di razzismo e omofobia, ma offrire spunti di riflessione e possibili soluzioni alla grave crisi sociale in cui ci troviamo; dall’altra parte, troviamo pagine che dichiaratamente richiamano al fascismo, ma in maniera ridicola, stupida, fine a sé stessa e, soprattutto, irrispettosa. Di certo, ambedue le categorie non costituiscono quel pericolo di un “nuovo olocausto” che tanto si vuole inculcare nelle menti ingenue.

E se questi profili continuano ad avere successo e continuano ad aumentare, la colpa è da attribuire non alla mancanza di controllo da parte della polizia politica antifascista e nemmeno all’ignoranza delle masse che hanno dimenticato ciò che fu, ma è tutto da attribuire al fallimento di quel sistema nato dopo la guerra, che oggi più che mai è distante dal popolo italiano.