Il dibattito Le Pen-Macron: un’occasione perduta

Il dibattito Le Pen-Macron: un’occasione perduta

Ieri sera in Francia è andato in onda il tanto atteso dibattito per le elezioni presidenziali tra Marine Le Pen e Emmanuel Macron.

Era senz’altro un’occasione ben più importante per Marine Le Pen, che ancora deve recuperare svariati milioni di voti di svantaggio, piuttosto che per Macron, solido nel suo essere già un presidente in pectore.

La Le Pen doveva convincere in realtà su un unico tema circa tutti quelli trattati: la sua statura di statista, la sua reale capacità di essere capo di stato, di raggiungere quell’aura presidenziale che De Gaulle aveva formulato per il Presidente della Repubblica, ricalcando l’ancestrale, intimo amore dei francesi per la monarchia e la sua maestà.

Ebbene, con sommo rammarico ma con dovere di verità, bisogna dire che la prestazione di Marine Le Pen è stata lungi dall’essere maestosa.

Forte di anni e anni di dibattiti TV e bagarre politiche, Marine Le Pen non è riuscita ad elevarsi oltre a questo standard. Dal primo all’ultimo minuto, non ha fatto quasi altro che criticare ferocemente il suo avversario, rinfacciandogli di continuo il suo passato di ministro nell’uscente e impopolarissimo governo socialista. Macron, dal canto suo, ha certamente ostentato uno stile di serietà affettata, di competenza data per default, di dignità istituzionale incontestata che, non di rado, è sfociata in arroganza. Tuttavia, lo sappiamo, per i nostri cugini d’oltralpe l’arroganza è lungi dall’essere più un vizio che una virtù.

Marine Le Pen ha, invece, costantemente mantenuto un tono semi-ironico e semi-sarcastico, volto a delegittimare il suo avversario e le sue promesse, riconducendole sempre alla sua passata azione di governo e al suo milieu di provenienza legato al mondo delle grandi banche d’affari. Macron non s’è fatto perdere l’occasione per far notare alla contendente che stava passando più tempo a criticare e insultare piuttosto che non a spiegare i propri progetti.

Noi crediamo che il Front National abbia senz’altro argomenti forti: il ritorno della nazione, la difesa delle frontiere, la fine del comunitarismo (nell’accezione francese del termine), la sovranità e l’indipendenza economica. Tuttavia, Marine Le Pen non ha dato l’impressione (o almeno non l’ha data al sottoscritto) di aver la forza di poter parlare solo dei propri temi, senza dover ricorrere allo screditare l’avversario per trovare legittimazione politica.

Mentre la seconda parte del dibattito, in cui la Le Pen ha forse recuperato qualcosa, è stata segnata dai temi della sicurezza, dell’Europa e della politica estera, la prima parte, dominata dalla politica economica interna, è stata affrontata in maniera quasi imbarazzante.

Nella prima mezz’ora, in particolare, la candidata del Front National, nonostante le insistenze dei giornalisti e dell’avversario, non ha risposto nemmeno per un secondo alle domande che le si ponevano né si è preoccupata di esplicare le proposte del suo programma. La prima mezz’ora è stata tutta una tirata accusatoria verso il rivale, che, invece, ha avuto buon gioco a descrivere leggi e decreti da attuare con fare già istituzionale.

Nella seconda parte si è scesi, come dicevamo, su un terreno più favorevole alla Le Pen, eppure, neanche qui ha spiccato il volo, lasciandosi trascinare a terra dalle zavorre della piccola polemica o del piccolo sarcasmo.

Senz’altro ha fatto passare l’idea di essere la candidata della protezione, ma non ha tuttavia spiegato come questa possa concretamente realizzarsi. Senz’altro Macron ha pronunciato sciocchezze immani spacciate per verità evidenti, sui benefici dell’Euro e la bellezza della globalizzazione, ma Marine, sebbene a ciò sia chiaramente opposta (gli elettori per scoprirlo non avevano bisogno di questo dibattito), non ha saputo attaccarlo in profondità e incrinare la sua difesa.

Ha senz’altro tentato di attaccare più la persona che gli argomenti, e tuttavia tra i due chi ha più da perdere da una strategia di personalizzazione è certamente Marine, che porta un cognome pesante più che l’enfant prodige, uomo nuovo (o presunto tale) della politica. Chi poteva trarre un vantaggio da idee forti più che da accuse forti era proprio lei, Marine Le Pen.

In queste elezioni è in gioco un principio, un’idea enorme: il diritto o meno delle nazioni europee a continuare ad esistere come tali.

Per accedere alla Presidenza, a mio avviso, Marine Le Pen avrebbe dovuto fare ben di più che vestire i panni del tribuno popolare o dell’avvocato d’accusa che cerca di convincere una giuria di campagna di quanto sia nefando l’animo del suo imputato; avrebbe dovuto far sentire ai suoi compatrioti la gravità del momento e chiamarli a fare qualcosa di grande. Avrebbe dovuti ispirarli, cosa che, purtroppo, non si può fare con l’ironia.