Rien ne va plus

Rien ne va plus

Perde Marine Le Pen, perde lontana dalla quota del 40% che la nipote Marion, in questi giorni, aveva indicato come la soglia per poter comunque annunciare un certo successo della campagna frontista.

Pesa senza dubbio la pessima prestazione al dibattito presidenziale, affrontato da Marine con tono ben poco istituzionale e, diciamolo, ben poco credibile. Secondo molti, Marine Le Pen nel corso del dibattito si sarebbe posta più che altro come candidata ad essere il capo dell’opposizione piuttosto che come capo dello Stato. Francamente, guardando in diretta il suo messaggio ai militanti di concessione della vittoria a Macron, vedendola distesa, quasi soddisfatta, si potrebbe veramente pensare che fosse solamente questo il suo obiettivo.

Certo, con lo scenario che si apre ora in Francia, con le elezioni legislative, il rinnovo del parlamento e i cinque futuri anni di presidenza Macron, quest’obiettivo può senz’altro essere realizzabile. Ciò che a breve termine si può prevedere è, infatti, una scomparsa quasi totale del Partito Socialista e un’affermazione più o meno forte del movimento progressista En Marche! (per quanto non sia ancora chiaro se e come presenterà candidati alle legislative). La destra repubblicana dal canto suo, sarà quasi sicuramente, secondo i sondaggi francesi (a quanto pare molto affidabili), maggioranza relativa all’Assemblea Nazionale.

Maggioranza relativa significa che per formare un governo la destra sarà gravitata verso il centro macronista: l’appello di Fillon successivo al primo turno lascia già indovinare questa dinamica.  

In questo contesto, sebbene sia tutt’altro che sicuro che il Front National possa eleggere più di una decina di deputati, si capisce come Marine possa sperare di posizionarsi come sola forza di opposizione, non tanto nel Parlamento, quanto nel paese, raccogliendo anche personalità deluse o dissidenti della destra.

Buon per lei. Per quel che possa contare il nostro modestissimo parere, sperare di capitalizzare in qualche modo nel 2022 questo status di eterna oppositrice è una speranza vana, inutile. Perché? Semplicemente perché sarà troppo tardi.

Il programma di Emmanuel Macron, il Macron che rilascia video in cui parla a bambini delle elementari della bellezza delle “famiglie” omosessuali, il Macron che difende le frontiere aperte e lo Ius Soli che ogni anno regala alla Francia migliaia e migliaia di nuovi cittadini/elettori che di francese hanno solo il passaporto, il Macron che parla della creazione di un budget comune europeo e di un ministero dell’economia unico europeo, con relativa unione politica e alienazione dei poteri sovrani nazionali, è noto a tutti.

E’ un programma, in poche parole, senza ritorno, di un mondialismo talmente radicale che, se effettivamente attuato – e il giovane banchiere con tutto il vento che si trova in poppa difficilmente si farà sfuggire l’occasione di attuarlo – significherà semplicemente il tramonto definitiva della vita nazionale.

Paradossalmente, se fino ad oggi il baluardo dell’attuale Unione Europea è stata la Germania, pronta a riscuoterne i benefici di unione monetaria senza pagarne i costi di unione politica, domani potrebbe essere proprio l’opinione pubblica tedesca l’unica ostile ai progetti del nuovo inquilino dell’Eliseo.

Budget unico, emissione di eurobond, ministero unico europeo significherà sostanzialmente per i tedeschi dover dividere quelle montagne di surplus che in questi anni hanno ottenuto grazie all’Euro con gli altri paesi dell’Unione.

Tuttavia, sempre per essere molto franchi, non penso affatto che l’opinione pubblica tedesca, di gran lunga la più istupidita, di gran lunga la più politicamente corretta, di gran lunga la più ricolma di sensi di colpa, di gran lunga la più abituata dalla propria classe dirigente a idolatrare l’idolo mondialista dell’UE, potrà realmente opporsi alle proposte del bel parigino.

L’elezione di Macron è perciò un salto in avanti per tutti, l’establishment ha trovato il suo campione per promuovere la propria agenda. Ciò che uno squallido Juncker non potrebbe proporre con alcuna credibilità, Macron l’annuncerà con pieno successo presso le masse inebetite. Il futuro per l’Europa, oggi sull’orlo dell’abisso e con le orecchie assordate dalle grida di giubilo, è più fosco che mai.

Che altro dire, se non due annotazione conclusive di queste elezioni francesi: in primo luogo, il tanto sperato “sfondamento a sinistra” annunciato da molti (un po’, certo, anche dal sottoscritto), non s’è verificato. Di queste elezioni ci resta il giornale rosso Libération che invita a votare il pupillo del grande capitale e i militanti di estrema sinistra rimasti a dibattere se si dovesse votare Macron o scheda bianca.

In secondo luogo, la retorica frattura tra “paese legale” e “paese reale”, nata proprio in Francia dai polemisti dell’Action Française, in Francia oggi muore. Ossia quella vecchia idea, eternamente presente e eterno motivo retorico della destra radicale, della contrapposizione di un ceto d’élite marcio e corrotto contrapposto a un ceto popolare sano e incorrotto va oggi sicuramente, quantomeno, ridimensionata. Senz’altro le idee, bene o malamente espresse dal Front National, di Lavoro, Patria e Famiglia, sono più presenti tra i ceti più umili della società francese, i famosi perdenti della globalizzazione; tuttavia, bisogna anche riconoscere questa pars sanior della nazione non va molto oltre un terzo degli individui. Il resto non solo subisce la sua classe dirigente ma l’acclama calorosamente.

E’ un nuovo tipo d’uomo (con la u minuscola) che si afferma sul panorama europeo.