Lo strano caso del nazionalismo francese

Lo strano caso del nazionalismo francese

Pochi giorni fa, la Repubblica Francese ha eletto il successore di François Hollande all’Eliseo. L’europeista e occidentalista Emmanuel Macron, supportato dall’intero establishment dell’Unione, da Angela Merkel a Matteo Renzi, ha sconfitto la candidata euroscettica e nazionalista Marine Le Pen, figlia del celebre Jean-Marie, fondatore del Front National. Com’era prevedibile, Macron è riescito a canalizzare i voti dei candidati sconfitti al primo turno, lasciando comunque all’avversaria quasi il 40%. Un dato interessante, considerando che la lista vincente è frutto di quel compromesso tra ideologie differenti ma alleate per arginare un nemico comune, ossia quello più vicino alle esigenze del Popolo (e in Italia lo sappiamo bene, poiché è stato proprio nel nostro Paese ad essere sperimentato questo sistema per la prima volta).

Il neopresidente è stato accolto da vessilli d’ogni tipo, con il Tricolore francese sventolato accanto alla bandiera dei ribelli siriani. Non è stata nemmeno suonata la Marsigliese, sostituita dall’Inno alla gioia, il grande capolavoro di Ludwig Van Beethoven ingiustamente adottato come inno dell’Europa unita.

Culturalmente, come sappiamo, i cugini d’oltralpe sono sempre stati famosi per il loro smisurato (e talvolta privo di autocritica) “nazionalismo”, inteso nel senso più lato e generalizzato del termine.

Ad esempio, molte convenzioni internazionali, di carattere tecnico o politico, sono naturalmente redatte in lingua inglese; la Francia, tuttavia, ha sempre preteso che le versioni ufficiali di tali documenti fossero scritti anche in francese (e non una semplice traduzione usata nei singoli Paesi aderenti), un capriccio che non ha nessun vantaggio internazionale, se non per gli Stati francofoni.

Un altro fattore di carattere storico, riguarda l’autoconvinzione che i francesi hanno circa la vittoria del secondo conflitto mondiale: è opinione comune che il Paese possa e debba essere annoverato a tutti gli effetti tra i vincitori, anche se la zona tedesca di occupazione francese fu più un contentino concesso dagli anglo-americani che una conquista; in realtà, la sorte francese durante la guerra non fu così diversa da quella italiana, anche se quest’ultima pagò la scelta iniziale dell’alleato.

Ma l’aspetto che più colpisce riguarda direttamente noi italiani. In Valle d’Aosta e nel Piemonte occidentale, essendo territori di confine, sussiste una discreta minoranza di italiani francofoni e molti Comuni adottano la doppia denominazione, se non addirittura soltanto quella francese. Questo fenomeno fu fermato soltanto durante il Ventennio fascista, in cui tutti i nomi furono tradotti o adattati alla lingua italiana, così come accadde in Alto Adige. Dopo la guerra, se la provincia di Bolzano ha mantenuto la doppia lingua per i nomi dei Comuni e delle strade, ciò non è valso per la zona occidentale del Paese, in cui le traduzioni italiane furono nuovamente abolite. E questo è avvenuto su pressione della vicina Francia! Un atteggiamento un po’ controverso, specialmente alla luce del fatto che le zone italiane passate sotto lo Stato francese (l’antica contea di Nizza e i due comuni di Briga e Tenda), hanno subito una radicale francesizzazione forzata, cui è seguita la scomparsa di ogni traccia di italianità. Una perdita irreparabile, anche per la fiorente e importantissima letteratura in lingua italiana nel Nizzardo. Addirittura, i monumenti dedicati ai soldati italiani caduti durante la Grande Guerra hanno visto i nomi degli stessi soldati tradotti in francese! Questa vera e propria ingiustizia non fu perpetrata nemmeno nell’Istria jugoslava.

Eppure, tutto questo amore per la Francia, questa sorta di complesso di superiorità scompare di fronte al nazionalismo autentico; anzi, quest’ultimo diventa una minaccia e il Francese vero si trasforma in cittadino del mondo, amante dell’Europa e che reagisce agli attacchi con cuoricini e gessetti colorati!

In altre parole, il francese medio fa la voce grossa con noi italiani, storicamente e culturalmente legati a Parigi, ma come noi italiani si sottomette ai diktat del mondialismo e dell’europeismo. Ed anzi, si considerano addirittura i non-europei, africani e mediorientali, in maniera maggiore rispetto a noi italiani, per esempio. Un’esagerazione della sindrome da “crocerossino”? O un interesse recondito che spinge a snobbare i vicini italici ed a trattare coi guanti i cosiddetti “profughi”? Dai libri di scuola ricordiamo come, nei secoli, la Francia abbia sempre voluto essere la guida del Vecchio Mondo, sin dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente; oggi invece obbedisce alla storica rivale al di là del Reno, cosa che nemmeno il Terzo Reich riuscì ad ottenere.

Dove sono quei Francesi combattenti, i figli di Carlo Magno, di Giovanna d’Arco, del Re Sole, sotto certi aspetti persino di Napoleone? Dov’è quella Francia rurale, che da secoli compete con l’Italia su quali siano i prodotti migliori? Dov’è la Francia controrivoluzionaria, della Vandea, della Charlemagne? E’ forse vero che l’Unione Europea ci ha rammolliti? Alla luce dei fatti, temiamo che la risposta sia sì.