Salvini e la svolta nazionale della Lega

Salvini e la svolta nazionale della Lega

Con più dell’80% dei voti, Matteo Salvini è stato riconfermato Segretario Federale della Lega Nord. È questo l’esito delle primarie del partito che hanno visto scontrarsi il leader del Carroccio e il suo sfidante Gianni Fava, il quale era riuscito a ottenere le firme necessarie per mettere in discussione la leadership di Salvini. La campagna politica dei due candidati – condotta senza esclusione di colpi soprattutto dallo sfidante Fava, il quale ha provato in tutti i modi a delegittimare i tre anni di guida salviniana – si è basata principalmente su due visioni contrapposte del ruolo che la Lega Nord dovrebbe assumere nel panorama politico nazionale.

Da una parte, Matteo Salvini ha incentrato la campagna elettorale sulla necessità di modernizzare il partito, imprimendogli una svolta nazionale e ribadendo l’importanza di ‘sbarcare al Sud’. Dall’altro lato della barricata, Gianni Fava si è eretto a protettore del sentimento nordista del popolo della Lega, rilanciando l’idea del raggiungimento dell’indipendenza della Padania e criticando fortemente il progetto – ad essere onesti, fino ad ora non troppo riuscito – “Noi con Salvini”. Gli ultimi giorni prima delle primarie si è anche aperto un dibattito strettamente economico sulla necessità di rimanere nell’euro e nell’Unione Europea. Alla proposta politica di Salvini di tornare ad una moneta nazionale e di un’uscita dell’Italia dall’Unione (qualora non si riuscisse ad ottenere una totale ristrutturazione dei Trattati europei), Fava ha opposto il mantenimento della moneta unica, bollando come insensate le proposte anti-euro di Salvini.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La stragrande maggioranza dei militanti leghisti ha appoggiato la visione politica, il carisma e il progetto nazionale di Matteo Salvini. Umberto Bossi, che ha sostenuto sin dalla prima ora la candidatura di Gianni Fava – il quale ha ricevuto anche l’endorsement di vari esponenti della Lega Nord, tra cui Roberto Maroni, facendo pensare ad una più ampia fetta di militanza leghista nostalgica dell’utopia della Padania indipendente di quella che poi si è palesata alle urne – è il più grande sconfitto di queste primarie e sta già paventando l’idea di uscire dal partito che egli stesso ha fondato.

La vittoria di Matteo Salvini necessita di un’attenta analisi, “de-ideologizzata”, che si può articolare su due punti. Anzitutto, il voto di ieri ha un altissimo valore simbolico: la strategia della Lega Nord nei prossimi anni avrà un leitmotiv sovranista, con al centro le tematiche dell’immigrazione, dell’euro, del lavoro e del fisco. Questo comporterà un maggiore sforzo da parte del neo-segretario delle Lega Nord di espansione del partito verso il Sud Italia, magari attraverso delle alleanze fondamentali che riescano nel difficilissimo compito del radicamento territoriale. Il discorso nordista sembra, quindi, per il momento archiviato.

Il secondo punto d’analisi concerne la posizione politica della Lega Nord nel panorama politico nazionale. Una Lega forte, al 12% (i sondaggi, come in passato, rivelano però il grosso potenziale del Carroccio, che ha raggiunto picchi del 16%), ha sicuramente un peso diverso rispetto alla Lega del 5% di bossiana memoria. Questa situazione rende non necessariamente scontata l’ipotetica alleanza con Berlusconi. Il cosiddetto “centro-destra a trazione moderata”, tanto osannato da Berlusconi, sembra più una minaccia per Salvini, il quale non vuole di certo cadere di nuovo nella trappola per cui è ad Arcore che si definisce l’agenda politica. Non solo, anche il popolo leghista sembra sempre più scettico sul ruolo di Berlusconi nella politica italiana e mal digerirebbe una Lega Nord nuovamente al guinzaglio di Silvio, a maggior ragione dopo aver votato per un Segretario che ha fatto della frase “l’alleanza con Berlusconi non ce l’ha prescritta il medico” il suo motto principale.

In questo contesto, è importante operare una valutazione intelligente. Qualora Salvini si alleasse con Berlusconi e decidesse di cercare il voto sicuro dei moderati, la Lega Nord si rivelerebbe un corpo estraneo a qualsiasi sentimento rivoluzionario (quanto meno dal punto di vista degli assetti politici in Italia). Se, invece, decidesse di rivolgersi al primo partito italiano, quello degli astenuti, puntando sui temi cari alla nostra casa politica identitaria e nazionalista e, di conseguenza, abbandonando Berlusconi ad un Nazareno bis, si aprirebbero degli scenari importanti anche per l’area identitaria e nazionalista. Se, infatti, la lotta di piazza non deve essere abbandonata, altrettanto vero è che le strategie politiche e comunicative non possono essere sottovalutate. E parlare con chi usa il nostro linguaggio non è strategia, ma soltanto buon senso.