Una brutta piega

Una brutta piega

In questo periodo siamo stati tutti molto assorti dalle vicende estere, elezioni francesi in primis.

Tuttavia, anche a casa nostra ci siamo dati da fare e il nostro seppur periferico parlamento ha dato il suo contributo per la dissoluzione.

Approvata alla Camera e al vaglio del Senato c’è infatti la nuova legge sul “fine vita”, leggasi eutanasia, approvata a larghissima maggioranza da PD, Cinque Stelle e Forza Italia quasi al completo.

Certo, i propugnatori della legge si sono affrettati a negare che si tratti di eutanasia, che sia solo questione di libera scelta su cure, trattamenti da ricevere, etc…

Poco importa, perché così come le “unioni civili” sono un semplice preambolo all’adozione e al “matrimonio” omosessuale – vedasi tutte la nazioni d’Europa, dove le leggi sul “matrimonio” omosessuale sono state precedute da leggi sulle “unioni civili” – anche questa legge è preambolare all’eutanasia completa.

Lo schema è sempre lo stesso: venuto meno il principio, è solo necessario attendere che l’opinione pubblica ne metabolizzi le conseguenze e arrivi da sé a tirarne le conclusioni.

Quali sono le conseguenze della fine della sacralità della vita innocente, a prescindere da qualunque altra sua condizione?

Un esempio lo abbiamo, e viene da uno di quei paesi del Nord Europa eternamente più “avanzati” e più “civili” di noi, la Gran Bretagna; si tratta della triste vicenda del piccolo Charlie Gard.

Ovviamente, della sua vicenda non si è parlato nei talk-show che avvelenano la mente di tante casalinghe e tanti pensionati, non si sono avuti servizi pietosi trasudanti di sofferenza e di “dignità” sui telegiornali, solo qualche trafiletto di quarta pagina, di contro agli illustri editoriali per il frontaliero della morte Cappato e il povero DJ Fabo.

Charlie Gard è un bambino londinese, di neanche un anno di età, affetto da una malattia estremamente rara e considerata incurabile. Solo negli Stati Uniti si stanno sviluppando cure ad hoc, ancora di dubbia efficacia ed estremamente costose.

I genitori, Chris e Connie, avevano raccolto on-line circa trecentomila sterline per poter pagare le cure necessarie. Peccato che qualcun altro abbia deciso per loro.

I medici dell’ospedale londinese in cui Charlie era ricoverato hanno considerato inutili le pretese e le speranze dei genitori di potere e volere tenere in vita il proprio piccolo e così, molto banalmente, si sono rivolti al giudice per poter staccargli la spina.

Morale? Il giudice, compiendo un abominio che al confronto fa sbiadire gli sgozzamenti dell’ISIS, ha dato ragione ai medici contro i genitori, applicando le leggi vigenti nella “civile” Inghilterra e lasciando quindi morire il bambino.

Nulla di imprevisto, se una vita vale in rapporto alle funzioni e alle attività materiali che può esprimere, è facile capire come la vita di Charlie Gard dovesse essere sacrificata.

Ovviamente, i propugnatori dell’eutanasia non ci presentano la questione in questi termini. La presentano solo come una libera scelta dell’individuo di morire “con dignità” (ossia in una asettica clinica svizzera, dove il cliente paga per farsi avvelenare), deciso a porre fine a delle sofferenze insopportabili.

Scelte simili vengono costantemente presentate come scelte “umane”. Chi per umanità vedendo un disperato in procinto di gettarsi da un ponte non correrebbe di slancio per sottrarlo con la forza a quella scelta, magari con uno strattone, cioè con la violenza e la censura della sua “libera scelta”?

Si potrebbe argomentare che non conosciamo le sofferenze del disperato aspirante suicida, non sappiamo cosa l’abbia spinto a voler tentare un simile gesto (crisi familiari, tradimenti, fallimenti, una situazione economica disperata, droga, alcool, disturbi psichiatrici), eppure nel sottrarlo alla morte prescindiamo da tutte queste considerazioni, come prescindiamo dal pensiero che la scelta di un disperato di gettarsi da un ponte, poiché libera, debba inibire la nostra umanità, che ci spinge invece a trattenerlo.

L’esempio può sembrare forzato eppure chi può porre limiti alla soggettività della sofferenza?

Senza un principio esistono dei limiti?

Così arriviamo a immaginare dove potremmo finire seguendo questa china.

Una mano ce la può dare Jacques Attali, banchiere consigliere di Mitterrand e da molti considerato ispiratore del nuovo presidente francese Macron, secondo il quale, allungandosi troppo l’aspettativa di vita, l’esistenza fisica delle persone andrà interrotta brutalmente non appena la vita stessa cessi di essere produttivaProspettive molto “umane”, prospettive molto “dignitose”.

Per chiudere, è doveroso citare chi questi concetti li aveva già espressi quasi ottant’anni fa: il vescovo di Münster Von Galen, un acerrimo critico delle politiche eugenetiche del Terzo Reich. Almeno per una volta i “democratici” non potranno bollarci di essere le solite e mostruose belve nazifasciste, dovendo riconoscere di aver difeso, proprio loro che campano di pane e antifascismo, politiche ben note nel Reich hitleriano: 

«Non possono più produrre, sono come una vecchia macchina, che non funziona più, come un vecchio cavallo diventato inguaribilmente zoppo. Sono come una mucca, che non dà più latte. Cosa si fa con una tale macchina? Viene demolita. Cosa si fa con un cavallo zoppo, con talaltra bestia improduttiva? No, non voglio portare a fine questo paragone, per quanto tremendi siano la sua giustificazione ed il suo potere illuminante. No, qui non si tratta di macchine, qui non si tratta di cavallo e di vacca, la cui unica destinazione è servire l’uomo, produrre beni per l’uomo. Possono essere fracassati, macellati, quando non rispondono più a questa destinazione.

No, qui si tratta di esseri umani, nostri consimili, nostri fratelli e nostre sorelle. Poveri esseri malati e, se si vuole, anche improduttivi! Ma per questo non meritano di essere uccisi.

Hai tu, ho io il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri?

Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo «improduttivo» possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti! Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi, i quali nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze, le loro ossa sane, le hanno sacrificate e perdute! Se si possono eliminare con la violenza esseri improduttivi, allora guai ai nostri bravi soldati, che tornano in Patria gravemente mutilati, invalidi!

Se poi si arriverà ad ammettere che delle persone abbiano il diritto di uccidere dei consimili, ‘non produttivi’ – anche se ora sono colpiti soltanto poveri ed indifesi malati di mente – allora per principio sarà permesso l’assassinio di tutte le persone non produttive, e cioè dei malati incurabili, degli invalidi del lavoro e di guerra, e quindi anche l’assassinio di noi tutti, quando saremo vecchi e decrepiti, e non più produttivi, è per principio lecito.

E allora è sufficiente che un qualsiasi decreto segreto ordini che il procedimento sperimentato con i malati di mente [il programma Aktion T4, ndR] venga esteso ad altri «improduttivi», per essere applicato anche ai tisici incurabili, ai decrepiti, agli invalidi sul lavoro, ai soldati gravemente mutilati. Allora nessuno è più sicuro della propria vita. Una qualunque Commissione lo può includere in una lista degli «improduttivi», che, secondo il loro parere, sono diventati «vite inutili». E nessuna polizia li proteggerà, e nessun Tribunale punirà il loro assassinio e condannerà l’assassino alla pena che si merita. Chi allora potrà avere ancora fiducia nel proprio medico? Può darsi che egli dichiari il malato come «improduttivo» e gli si ordini di ucciderlo. È inimmaginabile quale imbarbarimento dei costumi, quale generale diffidenza saranno portati entro le famiglie, se questa dottrina sarà tollerata, accettata e seguita. Guai agli uomini, guai al nostro popolo tedesco, se il sacro comandamento divino: «Non uccidere», che il Signore ha annunciato tra tuoni e lampi sul monte Sinai, che Iddio, nostro creatore, ha impresso sin dall’inizio nella coscienza degli uomini, non soltanto sia trasgredito, ma se tale trasgressione sia perfino tollerata ed impunemente messa in pratica». Cit. Von Galen, Omelia del Duomo di Münster, 3 agosto 1941