Chi ha paura della dittatura?

Chi ha paura della dittatura?

Le recenti norme restrittive delle istituzioni nei confronti del panorama nazionalista italiano hanno visto la sollevazione di quest’ultimo contro questo nuovo oscurantismo ed a favore della libertà di pensiero, scatenando le polemiche delle forze affini al sistema, le quali vedono una grande incoerenza nella difesa della suddetta libertà di pensiero da parte di chi si rifà al fascismo e, quindi, al concetto di dittatura.

Ma cos’è la dittatura? Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare qualche passo indietro fino all’antica Roma, al tempo in cui il termine fu coniato. All’epoca, il dittatore (o dictator) era un incarico ufficiale assegnato, in età repubblicana, dai Consoli su proposta del Senato, affinché le decisioni politiche e strategiche fossero prese velocemente in periodi di crisi, come guerre e rivolte. Solitamente il dittatore era un generale (dux) e poteva mantenere la carica per un massimo di sei mesi, durante i quali pressoché tutto il potere politico, militare e, per certi versi, economico era concentrato nelle mani di un solo individuo (che comunque doveva rispondere del suo operato davanti al Senato). Un esempio di dittatura romana fu il mandato di Caio Giulio Cesare, che riformò l’ufficio del dittatore traghettando la vecchia Repubblica Romana nel più florido e potente Principato, che poi si trasformerà in Impero.

Secondo l’antica concezione, quindi, la dittatura non aveva una connotazione negativa in sé, ma era un incarico ufficiale reso necessario dalle circostanze.

Il termine assunse il significato maligno attuale durante la Rivoluzione Francese, in particolare negli anni definiti del “Terrore”. Il nuovo regime democratico, instauratosi dopo la deposizione del sovrano Luigi XVI, dovette fare i conti col difficile passaggio di potere dalla nobiltà alla borghesia giacobina (che non comprendeva le masse popolari, ancora in larga parte fedeli alla Corona). Pertanto, il potere venne concentrato nelle mani di Robespierre (che pagò in seguito i suoi crimini sulla ghigliottina). I detrattori di Robespierre definirono “dittatura” il periodo in cui questi fu al potere, pur essendo egli uno dei padri della moderna democrazia occidentale.

Questo esempio è utile per smettere di considerare i termini “dittatura” e “democrazia” come assolutamente contrari, poiché talvolta, come accadde nella Francia pre-napoleonica, essi possono anche combaciare.

Oggi, il concetto di dittatura assume un significato esclusivamente negativo, tanto che nessun capo di Stato o Governo, per quanto dispotico sia, accetta di essere definito un dittatore; viene definita dittatura qualunque sistema politico in cui il potere viene concentrato nelle mani di un singolo individuo o in una cerchia ristretta di persone (ad esempio un partito, un’organizzazione fondamentalista o un gruppo di militari), che agiscono al di sopra delle leggi per soddisfare brame personali di ricchezza e/o potere. In questa definizione ricadono tutti i governi in cui venivano limitate le libertà personali, talvolta mediante l’uso della violenza; i regimi socialisti, passati e presenti, i governi militari e le oligarchie islamiche rispecchiano molto bene questo concetto, ed alcuni di questi sistemi collaborano economicamente con potenze definite “democratiche” (intese come anti-dittatoriali).

Tuttavia, non mancano svariati casi di limitazione delle libertà personali e politiche in Paesi che sono sempre stati in prima linea contro i regimi dittatoriali. All’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, ad esempio, nell’occidente europeo e negli Stati Uniti si attuò una vera e propria caccia al socialista, con processi sommari e condanne pesanti; negli USA, la repressione proseguì fino al crollo sovietico, estendendosi anche ai movimenti liberal pacifisti o pseudo-tali. In Europa, la repressione è attuata principalmente contro i movimenti nazionalisti accusati di diffondere odio e paura nei confronti del sistema socio-economico comunitario; non viene usata la stessa brutalità, almeno apparentemente, cui si assisteva in Unione Sovietica, ma si cerca di rovinarne in membri per vie traverse. Eppure, Europa e Stati Uniti non sono considerati regimi dittatoriali, salvo da chi ne subisce le persecuzioni, così come accadeva in URSS o come accade oggi in Cina.

Ma allora qual è la linea di confine tra un sistema libertario e uno dittatoriale? La risposta probabilmente non esiste ancora, poiché ogni sistema (sia esso liberale, democratico, socialista, religioso o militare) tende a preservare, con ogni mezzo, la propria esistenza da qualsiasi minaccia proveniente dalle ideologie indesiderate. A seconda del grado di brutalità e del numero di dissidenti perseguitati, il sistema assume caratteri dittatoriali sempre più marcati, scatenando le reazioni di chi ha un grado di persecuzione meno palese (ma non per questo inesistente).

Il sistema democratico, in particolare, viene considerato anti-dittatoriale per via della pluralità di idee che circolano dentro esso; va però ricordato che qualunque idea, se esce dai canoni imposti dall’idea democratica, viene bandita e perseguitata, trasformando così la democrazia nell’illusione della libertà.

Avendo quindi appurato che non esiste un sistema completamente libertario, possiamo chiederci se ciò che abbiamo, ossia i vari gradi di dittatura, siano eticamente ammissibili.

Per fare ciò, dobbiamo riesumare l’antico significato tramandatoci dai Romani e distinguere due tipi di dittatura, quella paternalistica e quella dispotica.

La prima altro non è che un sistema decisionale veloce in cui l’assenza di troppe discussioni parlamentari porta a leggi e riforme atte alla crescita ed allo sviluppo dello Stato; essa comunque non prescinde dalla presenza di organi collegiali, né scavalca le leggi, se non in periodi di crisi e comunque sempre nell’interesse del popolo. 

Il regime dispotico, al contrario, usa uno stato di polizia per difendere esclusivamente gli interessi e i capricci dei suoi membri, si maschera da sistema popolare, ma è quanto di più distante vi sia dalla nazione. In essa rientrano quasi tutti i governi attuali, nazionali o internazionali, compresi quelli definiti libertari; questi ultimi hanno la funzione di “protettori” nei confronti del popolo (sul modello mafioso) e diffondono la paura di regimi ben più violenti per mantenere il controllo, servendosi delle menti ignoranti e benpensanti dei nuovi intellettuali.

Quindi, accusare i nazionalisti di volere la libertà di pensiero pur rimpiangendo una “dittatura” è sempre inesatto e riduttivo, poiché i nazionalisti auspicano un sistema nuovo, che ha radici nel passato, ma che è proiettato verso il futuro. E dove non sarà necessario uno stato di polizia e di repressione, perché saranno fatti gli interessi di tutti.