Lettera aperta a noi, pessima gente di buona volontà

Lettera aperta a noi, pessima gente di buona volontà

Lasciate che si riempiano la bocca di belle parole. Lasciate che parlino e si credano brave persone, solo a ripetere quei tre o quattro slogan, gli slogan del futuro, che ormai sono sempre gli stessi da decenni. Lasciate, soprattutto, che si credano paladini dell’amore, e che per l’amore sia ogni loro parola. Così almeno potranno guardare gli altri dall’alto in basso, e sentirsi migliori di loro. Sapete, invece, come stanno le cose.

Sapete come, in realtà, siano le voci dell’odio e della disgregazione, della sofferenza e dell’invidia, e come oggi, ormai, la realtà sia qualche cosa che è passata di moda. E non parlo dell’odio che riversano dalle loro cattedre ogni volta che provano quella sensazione di fastidio quando, nel loro mondo di libertà di pensiero, qualcuno si permette addirittura a non pensarla come loro. No, lasciamo stare questo.

Parlo di un odio più profondo, e di un’invidia latente per l’ordine e per la bellezza, per l’amore e per la gioia, e per tutto ciò che di bello in questo mondo esiste, e per il quale vale la pena di vivere e morire. Soprattutto di vivere, ma andatelo a spiegare a loro, che si sono costruiti castelli di carta e supponenza, dalla quale ormai si permettono di giudicare Dio e il mondo – e non se stessi, ovvio: non sia mai che qualcuno possa dire che abbiano una pagliuzza nell’occhio, o che avendo peccato non possano lapidare il prossimo.

L’odio di cui parlo è quello di chi odia tanto se stesso da aver scordato di essere fatto a immagine e somiglianza di Dio, e così preferisce costruirsi idoli del presente. E nemmeno più il vitello d’oro, o i soldi (una vecchia moda, che almeno sarebbe stata in qualche misura razionale, come le donne o il vino). Oggi no, perché gli idoli sono piuttosto essi stessi, o il vuoto di vivere, o magari Gea, signora dei panteisti, che è tornata di moda.

L’odio di cui parlo è quello di chi odia tanto se stesso da perdersi in questo cupio dissolvi che tutto avvolge e tutto divora, perché tanto, se non esiste un senso all’esistenza, allora perché l’eutanasia dovrebbe essere peccato? È l’odio di chi smania per portare gente in Svizzera o in Olanda a fare l’ultimo viaggio, senza cari e senza preti a salutarli, perché è l’olocausto del progresso, a cui ci si deve piegare.

L’odio di cui parlo è quello di chi odia così tanto la vita da volere la strage degli innocenti dell’aborto, perché san Giovanni Paolo II era un vecchio Papa, e in fondo, finché quell’orrore succede nelle stanze chiuse di Planned Parenthood, lontano dagli occhi, succederà anche lontano dal cuore. E poi, dal Golem a Wittgenstein, le parole nascondono un potere oscuro, e finché al posto di aborto, o di omicidio, come dovrebbe essere, la si chiamerà “interruzione volontaria” o anche “diritto riproduttivo”, allora ci si potrà sentire a posto con la coscienza. E poco importa se, svuotando la terra, abbiamo riempito il Cielo di figli e nipoti che non conosceremo mai, perché le Nazioni Unite hanno preso posizione, o sbaglio?

L’odio di cui parlo, ancora, è quello di chi odia tanto la fertilità da propagandare matrimoni sterili tra due uomini o due donne, perché, se quello che conta è solo l’amore, allora siamo legittimati ad odiare innanzitutto la realtà, ma questo è un vecchio trucco in cui tutti cascano sempre. È quello di chi odia così tanto la pace di una famiglia da cercare di snaturare la limpida evidenza che, dall’alba dei tempi, unisce l’uomo alla donna, forse perché, chi parla in questo modo, una famiglia sua non ce l’ha mai avuta (ma nemmeno io, e cosa importa, allora?).

L’odio di cui parlo è quello di chi odia così tanto un popolo, a partire dal proprio, da negargli i confini e le frontiere, e quindi, a cascata, una lingua, una terra, una bandiera e un inno, e tutto quello che rende un popolo tale, e lo differenzia dalla folla. Perché è la frontiera che definisce chi siamo, chi eravamo, e chi vogliamo essere. Però certo, per chi odia quello che è, la frontiera diviene un complesso esistenziale difficilmente risolvibile.

L’odio di cui parlo, poi, è anche quello di chi vuole riscrivere la storia, andando ad accanirsi su sconfitti che sono stati sconfitti da secoli, perché non basta la vittoria, serve la damnatio memoriae, alle anime belle che si sono elette padroni del mondo. È quello di abbatte statue e bandiere, di chi cancella nomi e titoli, senza degnarsi di lasciare a Dio, e non al linciaggio del mondo, chi ha combattuto per la dignità e per una causa persa, chissà quanto tempo fa.

Per cui lasciateli parlare, e lasciateli dire di essere i paladini dell’amore. Voi sapete come stanno le cose.