I giorni del giglio – Capitolo 1. Di guardia

I giorni del giglio – Capitolo 1. Di guardia

L’ultima settimana di novembre la neve non è ancora scesa. Ha indugiato alcuni giorni sul margine più alto dei boschi, sopra la Roccia Castello, per poi ritirarsi sulle cime che, ad est, delimitano il nostro piccolo mondo. ‪Questa sera Storina ed io siamo di guardia all’Alplaner. È un bel posto, soprattutto quando non nevica e non tira bufera. Un alpeggio – una volta ci facevano anche il miele – addossato all’ultima balza della vallata, alla testata del Rosa. Salendo, si inizia la vera ascesa: i tremila, i quattromila, fino alle nevi eterne. E chilometri di roccia sono un riparo confortante, di questi tempi.

Appoggiandosi ai tronchi, stando nel piccolo cortile, si può guardare lontano, più a basso, lungo tutta la valle che scende fino agli sbarramenti, dieci chilometri più in là. Raramente, di sera, le frange meridionali della vallata non sono illuminate dai traccianti dei nostri. Ed è un bel vedere, questo serpente verde che si snoda così sottile, trapuntato di cose strane: di cose vecchie e di nuove.

‪Storina è pensieroso, questa sera. Prima di salire al fronte non fumava. Ora la sigaretta è un’abitudine. Ma, a parte questo, la montagna gli ha fatto bene: più asciutto, più svelto. I gigli d’argento sul bavero del suo cappotto riflettono il bagliore dell’accendino. C’è il silenzio di una lunga conoscenza e di una lunga amicizia, amplificato dagli spazi attorno a noi. I colpi di mortaio che partono lontani, dall’ultimo lembo della vallata, si perdono in tanta quiete.

Quando non sale nebbia dal fondovalle, si può indovinare un riflesso rosso danzare sulla schiena dei monti, dietro l’ultima curva del nostro mondo. È il minareto di Fontainemore, con la sua luce roteante sul capo. I nostri, da basso, ci hanno detto che la chiesa non c’è più: saltata per aria, una mattina, coi suoi mille anni di nascite, di matrimoni, di morti e di messe di Natale. La torre è rimasta, orribilmente sbrecciata, con il suo nuovo occhio rosso che fruga la valle. Ed una mezzaluna, la più vicina a noi.

Anche io sono pensieroso. Domani sarà il quinto anniversario del nostro esilio volontario. E, contro ogni speranza, resistiamo. Cento metri più sotto, nella ridotta, alcuni di noi cantano. Un filo di fumo sale dal comignolo. Riesco a riconoscere le parole.

Vorrei baciare i tuoi capelli neri,

le labbra tue e gli occhi tuoi severi. 

Vorrei morir per te, angel di Dio…

Mi si stringe il cuore e rabbrividisco sotto il cappotto. Sento lo sguardo del mio camerata chinato nel vuoto, intento alla musica che sale.

Ricordo bene quando cantare Andrea Bocelli fu vietato. Subire una condanna per favoreggiamento dell’eterosessualità e per istigazione alla famiglia significava essere esclusi da qualsiasi diritto civile, diventare dei paria, essere cancellati. Non si poteva cantare l’amore fra un uomo e una donna: reazionario, meschino, fuori moda, fascista. L’opinione pubblica non lo avrebbe tollerato. E, mite, la legge aveva obbedito dopo l’ennesimo sondaggio televisivo. Così, per noi, anche le vecchie canzoni da autoradio erano divenute canti di rivolta.

Nel cielo si fa strada una luce, un sibilo. Illumina i tronchi degli alberi che esistevano già prima di noi. Ogni sagoma di pietra, l’acqua di ogni ruscello, le mani di ogni soldato, l’aria stessa. Mi riscuoto dai miei pensieri. Il razzo esplode, inoffensivo, sulla costola della montagna. Rotolio di pietre, silenzio. Ci siamo abituati.

Storina si volta verso di me. “Che dici?”  Mi sono fatto una buona reputazione quale intenditore di razzi: dal fischio so riconoscere tutto ciò che ci cade sulla testa. Il Sommelier, mi chiamano. “Ma guarda… La solita carretta cecena, ne devono aver sfornati a milioni di questi. La scorsa settimana sono stati più bravi”. Anche il canto riprende, più sotto. La notte ritorna trasparente. L’occhio rosso fruga. E noi siamo giovani, anche se non così tanto. E siamo pochi, anche se non così pochi.