Immigrazione e questione sudafricana

Immigrazione e questione sudafricana

Ci siamo occupati poco del Sudafrica. Eppure, nella sua articolazione storica, al netto di necessarie distinzioni,  possiamo riconoscervi una parziale corrispondenza con quanto accade e potrà accadere nell’alveo delle nazioni europee.

Questo lembo vergine del  “continente nero”, a parte sporadiche presenze di  cacciatori-raccoglitori nomadi di origine boscimanoide, quasi disabitato in virtù di un clima temperato poco incline alle abitudini antropologiche delle etnie africane, fu oggetto di insediamenti europei dal XVI secolo, propiziati dalla condizione di scalo del Capo di Buona Speranza, nella rotta alternativa di circumnavigazione dell’Africa per raggiungere  l’Oriente. La posizione di monopolio della Compagnia delle Indie facilitò l’arrivo di contadini di origini olandesi, detti boeri, di fede calvinista, che iniziarono a stabilirsi  nella regione sud-occidentale del Capo. Successivamente, si fusero ad essi alcune decine di migliaia di ugonotti francesi.

Tuttavia,  le mire coloniali britanniche sulla regione  non tardarono a manifestarsi, sollecitate dall’identificazione di ricchi giacimenti minerari. Durante le guerre napoleoniche, le Colonie del Capo furono occupate dai nuovi dominatori, creando grande disagio presso la popolazione boera, refrattaria ad un processo di anglificazione e a gettare alle ortiche i frutti del loro secolare radicamento.

Da questo profondo malessere scaturì il Grande Trek, vale a dire, il trasferimento dei coloni boeri nella regione nordorientale oltre il fiume Orange, dove qui germinarono le prime repubbliche indipendenti. Al contrario degli inglesi, i boeri disprezzavano la schiavitù, alla quale preferivano  un rigoroso regime di separazione razziale, spingendo altrove le tribù bantu.

Ad ogni buon conto,  il nocciolo del problema sudafricano, con buona pace di tanti mugugni terzomondisti, si sviluppò con  lo “mfecane”, una massiccia ondata migratoria “di colore” verso Sud nella prima metà del XIX sec.
Gli storici in buona parte ascrivono le cause dello mfecane all’espansionismo zulu sotto la guida dell’ambizioso Re Shala, che produsse il loro prolungamento verso la regione sudafricana, ma soprattutto lo schiacciamento verso sud delle altre etnie bantu (xhosa, tswana, swazi, etc) con le quali gli stessi zulu erano entrati in conflitto. Scaturigine di tale fenomeno, lo stravolgimento  demografico dell’intera regione e, segnatamente, nelle proporzioni numeriche tra bianchi e neri. Gli europei (inglesi, afrikaner e boeri), dal 70% quali erano ad inizio Ottocento, arretrarono al 25% verso la fine del secolo, ritrovandosi di colpo ad essere minoranza etnica. Vanno aggiunti i riverberi della seconda guerra anglo-boera, con la decimazione degli afrikaner, 30mila dei quali, civili, perirono di stenti nei campi di concentramento ideati dalle gerarchie anglosassoni al fine di annichilire la tenace resistenza nemica.

Il Sudafrica finì britannizzato, sebbene ai boeri furono garantite speciali autonomie (come l’uso dell’afrikaans). Gli inglesi, poco interessati all’identità, incoraggiavano nuova migrazione di colore dai paesi del nord, per accrescere manodopera a basso costo nel contesto dell’estrazione mineraria.
Politica inclusionista e disastrosa avversata dai Boeri, la cui voglia d’affrancamento mai sopita culminò nell’affermazione elettorale del National Party.  Salito al governo sudafricano verso il 1950, il NP con Malan virò decisamente verso una politica di riequilibrio “pro afrikaner”. Con l’avvento di H. F. Verwoerd prese forma l’apartheid, che non vuol dire  “segregazione” , come lasciano intendere falsamente i tanti corifei del pensiero globalista, ma bensì “separazione”, o meglio,  un deciso “stare a parte” (appunto, dall’afrikaans “apart”).

Il caposaldo di tale politica si tradusse nella creazione di dieci “enclave”  etnicamente omogenee ed autonome, i bantustan (oppure “homeland”), in ognuno dei quali trasferire e compaginare le diverse etnie di colore che popolavano la regione. Piccoli protettorati, destinati gradualmente all’indipendenza,  ai quali il governo sudafricano conferì aiuti e speciali concessioni, come la possibilità  di aprire casinò e sale da gioco, usanze severamente proibite nell’Unione Sudafricana. Sun City, centro principale del Bophuthatswana, conobbe una fioritura, tanto da meritarsi l’etichetta di “Las Vegas africana”. La maggioranza della popolazione nera si spostò volentieri nei bantustan. Il resto preferì bivaccare nelle periferie delle grandi città (Johannesburg, Durban, Città del Capo). Diversamente, alcuni milioni di meticci (cape coloured) diffusi nella regione occidentale, non appartenendo ad alcuna etnia specifica, trovarono difficile collocazione nel quadro della nuova configurazione territoriale voluta dal governo.

Va da sé che l’apartheid sudafricano, inizialmente, non trovò eccessiva ostilità presso l’opinione pubblica internazionale, non foss’altro perché leggi di “profilassi razziale” perduravano, ad esempio, anche negli USA.

Tutto procedeva normalmente, finché, a scatenare gli animi, provvidero gli agitatori del Partito Comunista Sudafricano, che nel fomentare l’odio dei neri nei confronti dei bianchi infusero forza, come loro appendice politica, ad un altro movimento: l’African National Congress, al cui vertice fu catapultato  un giovane terrorista di idee comuniste di nome Nelson Mandela. A detrimento di tante fandonie, Mandela non fu condannato perché avversasse idealmente l’apartheid, quanto per aver organizzato atti di sabotaggio contro gli impianti elettrici pubblici e i villaggi boeri. Quantunque una siffatta spirale di violenza avvolgesse il paese, la propaganda marxista occidentale seppe veicolare l’opinione mondiale verso una mistificante vulgata anti-apartheid, che sfociò nell’isolamento internazionale del Sudafrica (a parte le relazioni con Israele e Taiwan, unici stati a riconoscere i bantustan) e, soprattutto, nella trasfigurazione quasi mitologica di una figura delinquenziale come quella di Mandela: un “galantuomo” che, secondo fonti attendibili, invitava apertamente i propri consanguinei africani a sterminare i bianchi.

Gli sviluppi successivi videro agli albori degli anni Novanta la capitolazione del governo “afrikaner” e l’avvento al potere proprio dell’iper-osannato Mandela. L’abolizione  dell’odiato apartheid e lo smembramento dei bantustan invertì gli equilibri preesistenti e segnò l’avvento del caos in Sudafrica. Cresce oggi a dismisura la crisi economica e la sopraffazione della maggioranza nera nei confronti degli afrikaner (ridotti oggi all’8%).

Violenze, ingiustizie e brutalità all’ordine del giorno, che i media occidentali subdolamente occultano perché il mondo stavolta non deve conoscere i misfatti del nuovo regime. Molti europei immiseriti e depredati dal nuovo corso “multietnico”, il governo, quasi per contrappasso, li destina a patire nei sobborghi sottoproletari delle città. Molti altri, però, seguitano a difendersi, così come fecero i loro avi con gli inglesi e gli zulu; e lo fanno dalle loro farms, dai loro alvei di resistenza. Esemplare, a tale riguardo, per volontà ed ardore ideale, la compagine nazionalista dell’AWB guidata dal compianto e carismatico boero di discendenza ugonotta, Eugene Terreblanche.

Al pandemonio sociale creato dal malgoverno di Mandela prima e di Zuma poi, fa da contraltare una piccola realtà fondata nel 1991 nei pressi del fiume Orange che incarna simbolicamente lo spirito di rivalsa afrikaner: Orania, l’ultima thule europea nell’Africa Australe; o, può darsi, l’ultimo felice avamposto in cui si riesce ancora a coniugare il lavoro, il sacrificio, l’armonia, la pulizia, l’ordine.

Abbiamo detto dei parallelismi con l’attuale situazione europea. Se da vent’anni lo mfecane in atto vede decine e decine di milioni di individui spingersi dall’Africa e dall’Asia per sciamare nelle terre europee, senza incontrare minima resistenza, la lezione sudafricana, alla luce dei suoi effetti demografici, ci induce a focalizzare meglio, in ampia prospettiva, la vastità  del problema che irrompe sul nostro orizzonte esistenziale, con l’auspicio di tracciare le adeguate contromisure.

Tutto ciò,  almeno fino a quando le masse di colore disseminate nel nostro continente non troveranno un comune denominatore in grado di compattarle contro di noi: un vero sobillatore anti-bianco, sia esso, appunto, un “Mandela”, un caporione islamista o quant’altro possa veicolarle per metterci irrimediabilmente fuori gioco.

Meditare, quindi, e prepararsi a reagire.