Tra pena di morte e scarcerazione: cosa è giusto fare con Totò Riina?

Tra pena di morte e scarcerazione: cosa è giusto fare con Totò Riina?

Il parere con cui la Corte di Cassazione ha aperto alla possibilità di una scarcerazione per gravi motivi di salute di Salvatore “Totò” Riina, boss di Cosa Nostra condannato a vari ergastoli ed ora malato terminale, ha riacceso, nei meandri della rete e delle discussioni da bar, una tesi che nel dibattito politico italiano “ufficiale” non è ancora emersa, ma che in Francia, ad esempio, è comparsa più volte in alcune dichiarazioni di Marine Le Pen a proposito del terrorismo: la possibile reintroduzione della pena di morte nell’ordinamento giuridico del nostro Paese. 

L’Italia vide le ultime esecuzioni nel periodo tra la fine della guerra e l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana. In particolare, l’ultima sentenza di morte per crimini comuni fu eseguita a Torino alle 7:45 del 4 marzo 1947 nei confronti degli stragisti di Villarbasse, mentre alle 5 del giorno seguente, nei pressi di La Spezia, furono giustiziati per l’ultima volta alcuni funzionari della RSI per crimini di guerra.

Il 1° gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione, che proibiva il ricorso alla pena di morte per reati comuni, mentre il Codice Penale militare di guerra lo abolirà solo nel 1994.

Attualmente, secondo l’ordinamento giuridico italiano, la massima pena prevista è l’ergastolo, la detenzione a vita; tuttavia, stiamo assistendo a ricorsi sempre meno frequenti a questo provvedimento, anche per crimini gravi come terrorismo e mafia.

Tuttavia, la scarcerazione dei colpevoli di crimini atroci provoca un naturale sentimento di rabbia nell’opinione pubblica, che chiede – sempre più spesso, con diversi gradi di consapevolezza di ciò che si dice – il ripristino della pena di morte. Come in ogni settore, anche qui è opportuna una riflessione attenta e ponderata su una questione di così grande delicatezza, senza lasciarsi trasportare dall’emotività.

I sostenitori della pena di morte argomentano solitamente la loro posizione utilizzando una presunta deterrenza verso i crimini più efferati, il risparmio di risorse dovuto al calo degli ergastolani, una maggior commisurazione della pena rispetto al reato compiuto, quando esso è particolarmente grave ed efferato  -come molte delle azioni compiute prima della detenzione da quello che è tuttora definito come il capo assoluto di Cosa Nostra. Al contrario, i detrattori della sentenza capitale portano sul tavolo della discussione l’etica nei confronti del reo, l’inefficacia della deterrenza e, soprattutto, il rischio di condannare a morte un innocente, danno irreparabile e non risarcibile con nessuna somma in denaro da parte dello Stato.

Se è vero che la paura di essere giustiziati può portare a pensarci due volte prima di uccidere, e se è vero che una fucilazione è molto più economica di un ergastolo, è altrettanto vero che il rischio di giustiziare un innocente è troppo alto per ammettere la pena di morte con leggerezza. L’assenza di responsabilità dei giudici porterebbe questi ultimi a “lavarsi le mani” se un innocente venisse fucilato, e al più comporterebbe un eterno rimorso nel magistrato che ha emesso il verdetto. Al contrario, la presenza nell’ordinamento di una responsabilità (perlomeno civile) dei giudici, comporterebbe probabilmente la mancata assunzione, da parte degli stessi, del rischio, e la pena capitale verrebbe molto difficilmente applicata.

E’ opportuno ribadire, inoltre, che l’Italia è la patria di Cesare Beccaria, padre dell’ordinamento penale moderno, il quale teorizzò il carcere come misura di riabilitazione, oltre che di punizione; tuttavia, spesso una cosa tende ad escludere l’altra, compromettendo completamente l’obiettività del giudizio, oscillante tra uno spirito vendicativo e un’indole moralista che celano un sostanziale problema: non è chiaro, o comunque non è affatto universalmente accettato, se il carcere abbia primariamente una funzione rieducativa, oppure una funzione preventiva/securitaria.

La privazione della libertà è già di per sé una punizione molto severa, ma ha anche la semplice natura pratica di isolare elementi pericolosi dalla società. Tali elementi possono talvolta essere riabilitati e rientrare nella comunità, talvolta no. E non è escluso che il periodo di riabilitazione sia, a volte,  minore di quello di punizione: un ladro condannato a 5 anni, ad esempio, può uscire dal carcere e rubare di nuovo, anche se la pena è commisurata al reato. Ed un assassino può uccidere di nuovo, come è accaduto molte volte. Ma a differenza del furto, che è riparabile, così non si può dire dell’omicidio.

Per ovviare in parte a questo dilemma, possiamo rivedere il concetto di riabilitazione. Un assassino riabilitato, che di certo non commetterà più il crimine per cui è condannato, deve comunque pagare; la riabilitazione, pertanto, deve essere innanzitutto morale prima che sociale. Il reo deve pentirsi e sperare nel perdono, prima di aspirare alla riacquisizione della libertà. La pena di morte – in un certo senso, che a primo acchito può sembrare paradossale – velocizzava questo procedimento di pentimento, di fronte al timore di una giustizia divina il cui ruolo oggi è totalmente sparito dai tribunali, ma era un tempo molto presente nelle valutazioni di condanna a morte di un reo a cui si pensava di stare garantendo l’occasione di una redenzione impossibile in terra, ma sempre possibile in cielo. 

Oggi, però, quando può risultare efficace, o addirittura necessaria, la pena di morte? E’ appurato che molti criminali, specialmente i capi della criminalità organizzata (italiana ma non solo) gestiscano i loro traffici illegali anche dal carcere, godendo persino degli agi che una cella può avere rispetto agli scantinati ove si nascondono i latitanti. Lo stesso discorso si può fare per molti terroristi, sia politici che religiosi. La pena di morte diventa quindi un atto pratico, un metodo che ha lo Stato di difendere sé stesso e i cittadini, prima che una punizione. Non si tratta di stabilire se sia giusta o sbagliata, ma se serve o meno per salvare molte più vite, innocenti, di quelle, colpevoli, che si tolgono.

Il moralismo radical chic tende a superare tutto ciò, riducendo tutto ad una questione etica. La prevenzione del crimine, secondo tali pensatori, non è sostanzialmente consentita, in quanto limita le libertà personali; pertanto, un delinquente è libero di poter sbagliare. Ma si aboliscono anche le conseguenze penali del reato, poiché lesivo dei diritti umani. In altre parole, il rischio è che Caino sia tutelato e Abele abbandonato.

Peraltro, tale difesa è assunta nei confronti dei più temibili criminali, ma non nei confronti di chi è contrario al pensiero unico. Perché “a piazzale Loreto c’è ancora posto”, per chi fa il saluto romano, così come per chi è contrario a immigrazione e nozze gay, ma le carceri devono essere chiuse per gli assassini, che devono essere rieducati con metodi “alternativi” e antifascisti. Quali siano non è dato saperlo, forse perché non esistono.