La scuola moderna (o dell’uniformità)

La scuola moderna (o dell’uniformità)

I recenti e rapidissimi mutamenti della scuola, a partire dai primi anni in cui i nostri figli studiano fino all’Università, impongono la necessità di un ragionamento su questi cambiamenti: capire come si evolve per capire dove si potrà arrivare in futuro.

Vaccini obbligatori ed educazione sessuale

Con l’introduzione dei vaccini obbligatori per l’accesso alle scuole e le ore obbligatorie di “affettività” (leggasi propaganda sessuale di ogni natura), va completandosi il disegno di J.J. Rousseau, che già precedentemente a Marx ipotizzava una società priva di qualsivoglia proprietà, e del filosofo a lui quasi coevo Étienne-Gabriel Morelly.

In particolare, nel Codice della natura di Morelly, si ipotizzava una società in cui i figli venissero adottati dallo Stato, diventando tutti eguali poiché uniformi nell’educazione.

In quest’ottica la patria potestà (o, meglio: la potestà genitoriale) diventa una manifestazione di proprietà (privata) e, come tale, elemento di un potere patriarcale e autoritario da cancellare.

Oggigiorno, possiamo dire che l’obiettivo è quasi raggiunto, perché manca un solo passo: l’abolizione dell’educazione parentale. Per quanto il cosiddetto homeschooling (o istruzione domiciliare) – tipo di istruzione svolta esclusivamente in un contesto domiciliare, cioè al di fuori di istituzioni pubbliche e private, come le scuole – non sia certamente un modello da imitare in linea di principio, in quanto rappresenta un ulteriore elemento di alienazione individualistica dalla comunità di appartenenza, è indubbio che, attualmente, di fronte al dilagare senza freni dell’abietta propaganda gender nelle scuole di ogni ordine e grado, tale possibilità rappresenta un’extrema ratio da tutelare a tutti i costi, nell’attesa di tempi migliori. 

Siamo sicuri, tuttavia, che proprio questo sarà il prossimo passo, in controtendenza con la maggior parte dei paesi occidentali, in cui l’educazione parentale risulta in crescita.

Declino culturale, uniformità del pensiero e prove INVALSI

Il disegno di adozione dei figli da parte dello Stato, con lo scopo dell’uniformità culturale, parte, innanzitutto, dall’ascesa sulle cattedre delle scuole e delle Università di tutti i docenti “figli” del ‘68, per i quali il 18 politico è un diritto inalienabile di ogni studente. Così facendo, qualsivoglia giudizio da parte dell’insegnante viene alienato, poiché la sufficienza minima deve essere garantita, in barba al futuro degli studenti. E’ chiaro che questo metodo di non-giudizio non sprona certamente gli studenti a studiare, ma li invita, al contrario, a prendere con leggerezza la cultura.

Ma non c’è solo questo.

La mancanza di fondi, che impedisce il ricambio generazionale tra i docenti che dovrebbero andare in pensione ed i neo-laureati, e la sufficienza con cui gran parte dei docenti svolge il proprio ruolo (dopo tutto, c’è sempre il 18 politico!), hanno portato, negli anni, ad un inesorabile declino del grado di cultura generale medio degli studenti.

Come se non bastasse, sono state introdotte le prove INVALSI (Istituto Nazionale per la VALutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione), ultimo colpo di coda per uniformare il pensiero critico ed il ragionamento individuale degli studenti. Tali prove, infatti, servono per valutare gli studenti di tutta Italia in italiano e matematica. Sorge spontanea una domanda: una scuola in cui gli studenti hanno ottenuto buoni risultati, è una scuola che prepara bene gli studenti? Diciamolo meglio: non è che questi test servono per giudicare gli insegnanti in base ai risultati ottenuti dagli studenti ai test? Perché, se così fosse, un insegnante che avesse paura di scarsi risultati dei suoi studenti saprebbe certamente come “aiutarli”, magari durante la prova stessa.

L’importanza dello studio delle materie umanistiche, ma anche di quelle scientifiche

Che il declino della cultura media degli studenti sia in picchiata è chiaro, tant’è vero che recentemente sono state redatte pagine e pagine di giornali che lanciavano l’allarme riguardante la scarsa preparazione degli studenti nella lingua italiana, ma anche nelle materie umanistiche in generale.

Tutto ciò rappresenta un grave problema, giacché un popolo che non conosce la sua storia, che non conosce la filosofia né la storia dell’arte, perde memoria delle sue radici e, quando si perdono le radici, il futuro è compromesso. 

Anche le materie scientifiche, ultimamente, non se la passano bene, però. Nella maggior parte dei casi, lo studio della matematica da parte degli studenti si riduce ad una esclamazione del tipo: “Sì, ma nelle cose di tutti giorni a cosa mi serve sapere queste cose?”.

Partiamo dal presupposto che la matematica, come anche il latino e la filosofia, ha l’obiettivo primario di sviluppare le facoltà logiche e di ragionamento del nostro cervello. Secondariamente, è utilissima nella vita di tutti giorni.

Un esempio? I giochi ad estrazione numerica. Una pubblicità di un noto gioco ad estrazione numerica qualche tempo fa recitava così: “Più giochi, più aumentano le probabilità di vincere”. FALSO: ad ogni giocata le probabilità di vincita rimangono sempre le stesse. Aumentano, ma di una percentuale risibile, se si giocano più sequenze numeriche prima di una stessa estrazione.

Si potrebbe obiettare che non tutti facciano questi giochi (meno male!), e dunque facciamo un altro esempio: la ricerca del distributore di carburante col prezzo più basso.

Ogni giorno, nemmeno fosse la storia della gazzella e del leone, decine di migliaia di italiani sono alla ricerca del distributore di carburante col prezzo di qualche centesimo più basso degli altri. Ipotizziamo che il prezzo più basso faccia risparmiare 5 cent al litro; se si facessero i conti, si noterebbe che avremmo acquistato solo qualche frazione di litro in più (spendendo la stessa cifra!). La domanda è: nell’acquistare questa frazione di litro in più, quanto carburante avete consumato per andare dall’altra parte della città a fare rifornimento, magari nell’ora di punta del traffico e con l’aria condizionata al massimo?

Anche la fisica, e le altre materie scientifiche, certamente, soffrono molto il declino culturale. Tralasciando l’importanza che queste hanno (dopotutto, il lettore sta leggendo queste righe tramite dispositivi che sono costruiti seguendo le leggi della matematica), riporto un esempio. Il lettore si sarà, probabilmente, dimenticato del “power balance”. Per chi non sapesse cosa sia, è un braccialetto che prometteva di equilibrare la postura di chi lo avesse al polso. Al tempo – si parla dell’anno 2010 – il mio docente di fisica disse: “Se vi vedo in aula con quei braccialetti, non vi laureate!” Fu molto eloquente.

D’altra parte, non si può bilanciare una struttura (il nostro corpo) aggiungendo un peso così ridicolo rispetto a quello corporeo (specie in quella posizione!). Fatto sta che chi lo ha immesso sul mercato ci ha fatto sopra i miliardi (sulla pelle degli sprovveduti)

L’importanza dell’Università come luogo di ultima libertà culturale

Merita infine una trattazione l’Università, in quanto, ormai, è diventata il luogo in cui si va per trovare un lavoro appena conclusa, motivo per cui nascono corsi di laurea come i funghi.

L’università dovrebbe essere il luogo per antonomasia in cui un individuo conclude il suo percorso culturale, con l’obiettivo di ampliare il proprio raggio d’azione (sempre culturale) e di favorire, ancora una volta, l’esercizio del giudizio critico.

Anche qua, la pervasività dei “figli” del ‘68 ha drasticamente chiuso le porte al giudizio critico, cosicché gran parte dei docenti si trovano ad essere dei veri e propri “baroni” dietro ad una cattedra, il cui unico scopo è quello di riversare le proprie eventuali frustrazioni sugli studenti.

Se l’Università fosse ciò che deve essere, ovvero un luogo di crescita culturale e non una macchina per far soldi, nessuno, oggi, avrebbe da obiettare sull’introduzione del cosiddetto “numero chiuso”. D’altra parte, quanti medici deve “sfornare” l’Italia, annualmente? Quanti avvocati e quanti ingegneri? Ma, soprattutto, quanti laureati in scienze-di-non-so-cosa che, poi, si lamenteranno di non trovare lavoro perché sono stati ingannati da false promesse?

Ecco, questa è una fotografia, anche piuttosto sbrigativa e grossolana, della situazione scolastica italiana. Quale futuro ci attende?