I giorni del giglio – Capitolo 5. Arrivano

I giorni del giglio – Capitolo 5. Arrivano

Non abbiamo telefoni cellulari. Siamo gli unici al mondo a non averne. Tremila su dieci miliardi, ora che internet è diventata disponibile anche nei deserti e nelle giungle africane. Dobbiamo sempre fare i bastian contrari, direte voi. Questa volta, però, non è colpa nostra: appena conquistato il nostro piccolo regno, tutto ciò che proveniva dall’esterno ci è stato tagliato.

Hanno iniziato con il metano; dieci ore dopo avevano già oscurato le celle telefoniche. Poi i segnali TV. Abbiamo ancora la radio, ma chi la usa più?

Per molti, i primi giorni, rimanere senza telefono cellulare è stato lo shock più forte di tutta la nostra esperienza: persino più del pericolo di veder spuntare un lupo da una cantonata del sentiero.

Dopo qualche tempo, anche i più tecnologici si sono abituati e hanno capito che, in fondo, quando tutto il mondo ti assedia l’elettricità è più utile per illuminare le case che per spedire faccine colorate su Whatsapp.

Ma la settimana in prima linea, addossati alle zolle del terrapieno, nei giacigli di fortuna ricavati nella roccia, il tempo sembra non passare mai. L’occhio percorre il brevissimo orizzonte indefinite volte: parete, abisso, parete. Lo sguardo cerca di evitare l’occhio rosso della mezzaluna; due volte su tre non ci riesce.

Ogni notte nevica, ogni mattina ci porta una luminosa gelata. Pesanti candelotti di ghiaccio pendono dai nostri soffitti. Il corridoio della vedetta è diventato uno scivolo bianco. Trascorrono così, in questo silenzio, i primi due giorni allo Sbarramento.

La mattina del terzo giorno, improvvisa, ci investe una raffica di mitragliatrici in linea sulla collina di fronte a noi. Non ci fanno nulla, ma fanno crollare rovinosamente metà delle tettoie, già provate dalla neve. Sfondano un paio di botti d’acqua.

Però… Le armi della pace!”, fa Storina venendo accanto a me. “Bei botti!”, gli rispondo. Gli dico che dovremo attendere che i nostri si attestino più in alto e rispondano al fuoco, prima di poter riparare i danni. Ma la frase mi si mozza a mezza gola.

Più sotto, molto più sotto, fra le rocce alla base dello Sbarramento, c’è una fila di nemici. Non riesco a contarli. Forse cinquanta. Hanno già cercato di minare la terra sotto le nostre postazioni, più volte, ma non si erano mai avvicinati così tanto a noi. Vedo volti neri sotto le divise bianche. Braccia, sacchi. Si dispongono ai lati della gola. Sono incursori. Attendono di caricare la mina.

Mi sporgo dal parapetto e sparo raffiche furiose contro di loro. Molti colpi vanno a vuoto, rimbalzano sulla pietra scabra e si schiantano lontani dal bersaglio. I nostri pochi, preziosi colpi. Ci ricambiano con contro-tiri, ma la posizione gli è sfavorevole.

Capisco quanto sia vicina la disgrazia. Innescato il colpo, la parete cadrà. Ci posizioniamo lungo tutto il cornicione gelato e colpiamo con forza. Molti dei loro cadono, non sappiamo, la neve si stacca e si polverizza.

Alla fine contiamo trenta corpi neri sul fondo della gola. Altri fuggono in disordine, non senza prima aver risposto ancora al fuoco. Feriscono tre dei nostri, non so quanto gravemente: non c’è tempo.

Quando non si muove più nulla, da sotto, io e altri due camerati ci facciamo legare ai paranchi posizionati sul muro, a dieci metri di distanza l’uno dall’altro. Bisogna capire quanto è grave il danno, se c’è una mina innescata, cosa stanno facendo laggiù. Gli altri si posizionano sul ciglio, mitra in mano, per darci copertura. Scendiamo lungo la parete gelata. Ho male alle mani, una sanguina. Ma dobbiamo.