I giorni del giglio – Capitolo 6. Un esile filo d’Europa

I giorni del giglio – Capitolo 6. Un esile filo d’Europa

Mentre scendiamo nell’abisso di pietra e neve, sento gli spari dei nostri, da sopra. Hanno visto un movimento, sul fondo: carponi un nemico tenta di sottrarsi, scivolando tra i cespugli gelati. Colpito. Ritorna il silenzio.

Proprio lì vicino, tanti anni fa, avevo visto una volpe. La mia prima volpe: e l’effetto che quell’apparizione mi fece lo conoscete bene, voi uomini di città. C’è ancora del bene nel mondo: ancora vi meravigliate quando la natura vi osserva dal margine della strada, in una sera di primo autunno. Il luogo di quell’antico incontro – ero giovane allora – adesso è sprofondato in quell’abisso azzurro, cancellato dall’odio che ci stringe e ci attende.

Mi riscuoto. Siamo a pochi metri dal suolo. Cautamente ci caliamo ancora. Proprio contro la parete rocciosa, una figura immobile è curva su un ammasso di fili e di fasciame di legno: i resti di una cassa. Appena in tempo: provvidenzialmente abbiamo sventato l’accensione della mina.

Forse un colpo di rimbalzo ha ucciso quel – noto mentre lo giro – giovane maghrebino che la stava piazzando. Non c’è nessun altro. Che strana riunione, nel fondo del precipizio: noi tre camerati, la bomba e il nemico ucciso. E che strano destino: qualcuno ti ha detto che saresti stato felice in Italia, paradiso di miscredenti e di pecore belanti al tuo servizio. Sei morto di un rimbalzo o di una scheggia nel gelo, lontano dal tuo paese. Proviamo pietà per lui: lo seppelliamo sotto un cumulo di neve e detriti.

Recuperiamo anche l’esplosivo: botti di Capodanno gratis, che restituiremo volentieri al nemico, quando se ne presenterà l’occasione. Risaliamo al riparo. Doppio sorso di Génépy per noi. Leggo il sollievo nello sguardo dei camerati che incontro: c’è mancato poco.

Gli ultimi giorni del nostro servizio allo Sbarramento trascorrono in relativa calma. Finalmente, dalla carraia, il rumore inconfondibile e atteso della colonna che porta il cambio. Questa volta siamo noi a confortare i nostri fratelli. Raccomandiamo loro attenzione, poi abbassiamo le sponde degli autocarri e torniamo a monte. Nessuno canta.

Fra una settimana partiremo per il Bettaforca e, subito dopo, saliremo al Felik, una delle nostre postazioni più elevate: 3600 metri, ai piedi dei ghiacci eterni. Mi ha sempre affascinato, quel luogo: forse ha avuto tanta parte nella nostra scelta di resistenza e fede.

Antiche leggende parlano di una sede eccelsa, una città, che sorgeva su quei campi un tempo sgombri da neve. E tesori, grandi strade, campanili. Ma un giorno il gelo è arrivato, sommergendo furiosamente ogni cosa: ora, una notte di luna su mille, la città risplende sotto i ghiacci perenni, magicamente intatta. Ed è a quella valle – alla Città di Felik – che va il mio sguardo quando salgo in vedetta.

Da qui alle cime, però, una settimana di riposo. Non pensate che il nostro esilio sia un interminabile susseguirsi di turni e di cambi, di fucili e di fili spinati: vi è più vita in quest’ultimo esile filo d’Europa che in tutto il continente ormai disgregato e vile. Un privilegio per pochi: per noi, fortunatamente.

La relativa assenza di tecnologia ha rinsaldato legami antichi, permettendoci di assaporare ogni istante: i volti chinati a terra, a schermi vacui e ipnotici, hanno lasciato spazio a sguardi più profondi e franchi. A strette di mano più vigorose, ad abbracci di donna più forti, a risate più vere. E a pianti, certo, anche a pianti.

Per chi torna dallo Sbarramento c’è il calore dei Gigli. L’antica locanda, adibita ad acquartieramento e riposo. Le sale profumate di legno, i grandi camini, le camere ampie e fiorite del bel nome che adorna le nostre divise. È una settimana di quiete e di vita, in cui il sangue ritorna a fluire irruentemente in corpo: omaggio alla vita che ha scommesso e ha vinto.

I giorni ai Gigli sono vari e luminosi, anche quando soffia bufera: è un andare di pensieri, di sere, di canti e di sonni profondi sotto travi antiche. Ricordiamo ciò per cui lottiamo, ricordiamo quanto sia forte il vino stagionato nei lunghi anni di battaglia. In attesa di salire ancora.