Mali: un pericolo certo

Mali: un pericolo certo

 

Anni fa, Roberto Fiore pronunciò una frase, non la prima, certo non l’ultima, che si rivelò profetica: “L’Africa è una bomba che ci scoppierà in faccia”.

Oggi che la bomba è esplosa, sono pochi coloro che conoscono o capiscono l’importanza di conoscere quel continente a noi tanto vicino e, insieme, sideralmente distante.

Uno dei Paesi più misteriosi, ma più interessanti per chi voglia intendere la “complessità africana” e i suoi risvolti terroristici a livello mondiale, è il Mali.

Nazione senza sbocchi sul mare, inferno di sabbia dove già a maggio si raggiungono i cinquanta gradi all’ombra – qualora l’ombra si riesca a trovarla! – il Mali negli ultimi anni è stato invaso e devastato dall’“ideologia” wahabita (l’Islam dell’Arabia Saudita), dagli integralisti maghrebini della confinante Algeria, oltre che dai Tuareg più estremisti.

Molti di loro si sono ufficialmente uniti ad Al Qaeda, muovendo guerra al potere centrale della capitale Bamako.

Nel disordine generale, tre anni fa sono intervenuti i francesi, impedendo la conquista della città; l’accordo di pace, pure intervenuto nel 2015, non ha coinvolto tutte le parti combattenti, rimanendo un atto incompleto, più burocratico che effettivo.

E mentre i terroristi che affettuosamente accogliamo e manteniamo in Europa trovano rifugio, sostegno e finanziamento in Mali, anche la parte centrale del Paese è caduta nelle mani dell’Islam più pernicioso.

Interi gruppi etnici, quali i Peuhl, si stanno radicalizzando sotto la spinta di predicatori fanatici al limite della patologia, e quello che era un conflitto strisciante, ma prevalentemente religioso, diventa una guerra etnica: i Bambara, tradizionalmente nemici dei Peuhl, hanno iniziato ad ucciderli con la complicità dell’esercito regolare.

Dal canto suo l’Isis (Daesh) trova posto nel deserto attraverso il cavallo di Troia del MUJAO, forte ad Est del Paese, mentre nella capitale si fanno più pressanti i problemi economici e lo scontento sociale.

L’Italia risponde accogliendo migliaia di sconosciuti: giovani, maschi, islamici. E’ noto ormai che molti di loro sono stati formati “culturalmente” e militarmente dalle parti di Bamako.

Personalmente ho il dubbio che il nostro ministro della Difesa non abbia nemmeno idea di dove sia Bamako… e neppure il Mali.

Occhio non vede, cuore non duole!