I giovani e la politica: due rette parallele?

I giovani e la politica: due rette parallele?

Qualcuno ha detto che i giovani e la politica sono come «due rette vicine e parallele», destinate, cioè, a non incontrarsi mai. La maggior parte di essi, infatti, prova diffidenza e disinteresse nei confronti di un mondo – quello della politica, appunto – che sente avulso dalla propria realtà e dai propri interessi.

Perché i giovani si occupano poco di politica?

Perché sono restii a partecipare alle scelte che vengono fatte, molte delle quali li riguardano direttamente ed altre li riguarderanno, non appena passeranno dall’adolescenza alla maturità?

Credo che non si possa parlare di lontananza dalla politica delle nuove generazioni se non si parte dai vizi della politica stessa, che, in molte occasioni, rimangono indigesti anche a chi ha un’esperienza di lungo corso.

Ci sono riti e linguaggi della politica che non favoriscono la partecipazione dei giovani, che, per loro stessa natura, vorrebbero vedere realizzate, in maniera rapida e concreta, le loro aspettative e i loro sogni. Nei partiti ci sono nomenclature, organigrammi e luoghi di discussione che molte volte bloccano le questioni, allungano i tempi di decisione e dilatano all’infinito i tempi di attesa. Bisognerebbe snellire il tutto, privilegiando le questioni concrete e tangibili rispetto alle estenuanti mediazioni, che finiscono per svilire, se non per svuotare, idee e progetti di lavoro. Questo è un atteggiamento che, a chi è giovane e per natura esuberante, non può certo piacere e che, invece di avvicinare, allontana dall’impegno.

C’è poi un altro aspetto che i giovani non comprendono e davanti al quale mostrano un disgusto più marcato rispetto ad altri segmenti della società civile: è il cosiddetto «attaccamento alla poltrona», cioè l’attaccamento morboso ai ruoli e agli incarichi che molti personaggi politici, a tutti i livelli, dimostrano di avere. Per molte persone impegnate in politica, infatti, quando giunge il momento di fare un passo indietro – vuoi per l’età, vuoi perché il tempo di un incarico è finito – si apre un momento di forte conflittualità con il mondo che li circonda e del quale hanno fatto parte integrante per molti anni, come se tutto l’impegno derivasse dalla visibilità personale e non dall’essere parte sostituibile di una cosa più grande e collettiva. Su questo, credo che aiuterebbe molto la consapevolezza che l’attività politica è, per tutti, a tempo e che gli incarichi e le cariche, per quanto importanti e gratificanti, sono sempre «pro tempore». Quando finiscono si può rimanere a disposizione della politica, portando un bagaglio di esperienze e di conoscenze da mettere al servizio degli altri, ma è assolutamente da evitare l’attaccamento morboso ai ruoli, che non giova né alla persona, né alla politica stessa, intesa come servizio per la collettività e momento di formazione di una coscienza civica nei cittadini.

E allora: cosa dobbiamo fare?

Se vogliamo davvero che i giovani s’impegnino in politica, dobbiamo metterli nella condizione di potersi esprimere, di poter contare e di essere parte importante dei processi in essere, dobbiamo avere grande capacità di ascolto e di comprensione, dobbiamo ammodernare il sistema politico, dobbiamo rendere trasparenti i partiti e i loro gruppi dirigenti, dobbiamo aprire sempre di più le istituzioni e farle confrontare direttamente con la società. Con le chiusure, con gli arroccamenti, con la difesa dello «status quo» non si ottiene nulla.

In passato, con l’istituzione delle sezioni giovanili dei vari partiti, si è tentato di fare qualcosa di concreto, ma i risultati, nel complesso, sono stati piuttosto scarsi.

Anche il sistema scolastico ha grandi colpe, perché non prevede momenti di approfondimento finalizzati alla comprensione dei fenomeni politici.

È necessario, dunque, che la società compia un grande sforzo, se non vuole continuare a perdere queste preziose risorse del presente e del futuro; essa, infatti, senza le energie vitali dei giovani, è destinata a ripiegarsi su se stessa, determinando, ad ogni cambio di generazione, una frattura sempre più insanabile tra passato e presente.