Charlie Gard e il silenzio dell’ignavia

Charlie Gard e il silenzio dell’ignavia

Proprio in queste ore si sta consumando l’incredibile fine della drammatica storia di Charlie Gard, il bambino britannico di 10 mesi affetto da una rara e gravissima malattia genetica che i medici del Great Ormond Street Hospital hanno definito senza ombra di dubbio “incurabile”. La sentenza con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha posto fine alla lunga battaglia legale dei genitori, Chris Gard e Connie Yates, ha reso ormai questione di ore lo spegnimento delle macchine che tengono in vita il neonato. Il rinvio deliberato poche ore fa consentirà ai genitori di passare ancora qualche ora con il loro bambino, ma non prefigura, a meno di clamorosi accadimenti, un esito diverso per la sorte di Charlie.

A nulla sono valsi i soldi (1.3 milioni di sterline) raccolti da 80mila diversi donatori per consentire al bambino l’accesso a delle cure sperimentali negli Stati Uniti. Va detto che, in seguito a un peggioramento delle condizioni del piccolo all’età di 7 mesi, i medici americani avevano da subito messo in chiaro che la situazione era disperata e che non potevano garantire alcuna possibilità di successo. Tuttavia, confermavano la disponibilità ad effettuare il tentativo.

E’ stato l’ospedale inglese, a quel punto, a chiedere al tribunale il permesso di “staccare la spina”, invocando a giustificazione il child’s best interest, l’interesse del bambino. Solo che, in questo caso, l'”interesse del bambino” è stato declinato direttamente nella forma del diritto ad una morte dignitosa, senza accanimento terapeutico, e allo stesso modo è stato interpretato ed accolto da tutte le corti a cui è stato chiesto di esprimere un giudizio.

In linea di principio, nessuno può dubitare della competenza dei medici dell’ospedale senza produrre prove del contrario. I medici saranno indubbiamente in possesso del quadro completo della situazione, si può supporre siano in grado di valutare se si tratta di un caso di accanimento terapeutico e si può anche ammettere che abbiano il diritto/dovere di consigliare i genitori di rinunciare a delle cure americane che potrebbero anche essere un semplice miraggio.

Quello che è avvenuto è però di segno del tutto diverso. La patria potestà dei genitori è stata di fatto esautorata da delle sentenze di tribunale che hanno appoggiato la ferrea volontà dei medici di porre fine alle sofferenze di Charlie Gard, senza lasciare spazio alcuno alla volontà dei suoi genitori di tentare ogni strada possibile per curare il bambino. Neppure la fredda e orrenda logica della spending review è sufficiente a spiegare un accanimento alla morte che ha ignorato bellamente anche la disponibilità dei genitori a farsi carico delle spese del trasferimento, oltre che delle cure in una clinica americana il cui nome non è stato reso pubblico per motivi legali.

A venire al pettine sono invece tutti i nodi creati da una cultura della morte onnipresente nel mondo occidentale e nella sua spasmodica ricerca di nuovi diritti da soddisfare, che vanno sempre, stranamente, in una sinistra direzione mortifera. C’è “diritto” alla morte dignitosa e al rifiuto delle cure, “diritto” al suicidio assistito e all’eutanasia anche per i minorenni, così come “diritto” all’aborto e a distruggersi di droga, mentre il (teoricamente) elementare e basilare diritto alla vita è a tal punto passato di moda da non essere più tutelato, forse per la prima volta, neppure nel caso di una conclamata impossibilità dell’interessato ad esprimere un parere (Charlie Gard ha solo 10 mesi, troppo poco per “dare il consenso” persino in Belgio…) e della, anch’essa conclamata, contrarietà dei genitori.

In un colpo solo, con il caso di Charlie Gard, è scomparso il velo di Maya sulla reale essenza della gran parte dei diritti che sostanziano la linea politica liberal-progressista. Caduta la “volontà di morire” e il diritto a non subire atroci sofferenze, con cui si sono giustificati eutanasia e suicidio assistito; dimenticata la sovrana volontà della madre di fare quel che vuole del proprio figlio, che ha giustificato l’aborto, rimane solamente il calcolo scientifico della medicina e il freddo giudizio dei tribunali, chiamati nuovamente a decidere della vita e della morte nell’era delle moratorie internazionali contro la pena capitale.

In questa vicenda, il convitato di pietra, che spicca per silenzio e assenza, è inevitabilmente la Chiesa cattolica. Proprio sotto il pontificato di Jorge Mario Bergoglio, il Papa glamour, il Papa che piace al mondo, il Papa che ama tutti e da tutti è amato, il Papa delle foto coi bambini e degli appelli per i rifugiati, il Papa dei discorsi fiume, in cui parla di tutto e di più (dai lavoratori di Mediaset trasferiti da Roma a Milano fino al turnover giovani-anziani nel mondo del lavoro), sul caso di Charlie Gard ha, finora, prodotto solamente un silenzio assordante.

Peggio ancora, ha mandato avanti monsignor Paglia, autore di dichiarazioni dall’improponibile vuoto pneumatico (“Va rispettata e ascoltata anzitutto la volontà dei genitori e, al contempo, è necessario aiutare anche loro a riconoscere la peculiarità gravosa della loro condizione, tale per cui non possono essere lasciati soli nel prendere decisioni così dolorose”), che segnalano perfettamente l’indisponibilità del pontefice a schierarsi con nettezza, a prendere posizione sul tema con quella chiarezza evangelica a cui, a ben vedere, non è mai sembrato particolarmente avvezzo. Al contrario, a emergere è solo la sostanziale ignavia di chi non ha neppure il coraggio (e dunque, in un certo senso, il merito) di prendere posizione a favore dell’omicidio di Charlie Gard, come altri hanno fatto.

Da chi ha fatto dell’ambiguità retorica una costante e del plauso delle élite progressiste la propria stella polare, d’altronde, era difficile aspettarsi una scintilla di dignità proprio ora. Restiamo quindi in attesa di una parola, di un segnale che ci dica che stiamo sbagliando; con la consapevolezza che abbandonare al suo destino un bambino di 10 mesi senza dire neanche un “Beh”, rappresenta, per Papa Francesco, il varco di una soglia di non ritorno, la goccia che può far traboccare il vaso già da tempo troppo pieno di chi ancora, nonostante tutto, gli mostra più di un circostanziato rispetto.