Italia, Germania e Giappone. Tre Nazioni, un solo destino?

Italia, Germania e Giappone. Tre Nazioni, un solo destino?

Con la pubblicazione del testo del geopolitologo tedesco Karl Haushofer (1869 – 1946), dedicato alle affinità culturali tra l’Italia, la Germania e il Giappone, venne inaugurata, a cura delle Edizioni all’insegna del Veltro, la collana Quaderni di Geopolitica. Una preziosa iniziativa editoriale, alla riscoperta di un settore del Pensiero Tradizionale, rivolto alla comprensione e non alla negazione, come spesso avviene in Evola e Guénon, della modernità e su come gestirla. In questo, il contributo di Haushofer riveste un ruolo di primissimo piano.

Tre Nazioni, un solo destino?

Correva l’anno 1937, quando Haushofer tenne la sua conferenza all’IsMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente), su invito del grande Giuseppe Tucci. L’Italia era diventata da appena un anno una delle massime potenze coloniali, con la proclamazione dell’Impero, Hitler preparava l’Anschluss della natia Austria al Reich tedesco, mentre in Cina divampava la Seconda Guerra Sino-Giapponese, che avrebbe concluso per sempre la parabola del Celeste Impero. Pochi anni dopo, si formalizzerà il Patto Tripartito tra Roma, Berlino e Tōkyō (ribattezzato familiarmente: “Ro-Ber-To”), firmato a Berlino il 27 settembre 1940 da Italia, Germania e Giappone. La relazione dello studioso tedesco si inseriva nei propositi di Tucci nel voler informare e sensibilizzare l’intellighenzia italiana della necessità di ragionare in modo scientifico sull’unità geopolitica dell’Eurasia. Il giustissimo convincimento di Tucci sulla comune identità culturale dei Popoli Eurasiatici mirava a sviluppare una adesione a quel sistema di pensiero che interpreta le singole civiltà quali autonome manifestazioni storiche di un unico ancestrale sapere primordiale, comprendendone i caratteri fondativi di civiltà. Così facendo, sarebbe stato possibile ostacolare e, alla fine, sconfiggere quel sistema mondiale oligarchico del quale noi oggi facciamo le spese e che, proprio in quegli anni, stava gettando le basi per il suo dominio globale. Il sommo orientalista italiano sperava in tal modo di salvare l’Europa dal giogo angloamericano, grazie a una alleanza di civilizzazione con quei Paesi asiatici che a esso si opponevo. Noi non ce l’abbiamo fatta. Non dovrebbe, però, stupire che i nemici del globale, ieri come oggi, siano sempre gli stessi: Cina e Russia. Lo era anche il Giappone Imperiale di cui parla Haushofer, ma la sconfitta bellica ha interrotto il sogno di Yamato nella creazione di un’Area di Cooperazione Panasiatica che escludesse finalmente americani e britannici dall’ingerire sui destini dei Popoli d’Oriente.

Sarà proprio il fallimento di questa auspicata alleanza eurasiatica a far precipitare Genti e Nazioni dell’intero pianeta in un caos politico e valoriale di cui tutt’oggi non è minimamente possibile intravedere la fine. Le “ricette” proposte da Haushofer erano ben chiare, come del resto si capisce dalla lettura di questo volume, il quale si contraddistingue per la sua limpidezza intellettuale, con un ragionamento decisamente poco incline a concedersi quei panegirici di stampo esoterico che penalizzano sovente le pur valide argomentazioni dei maggiori tradizionalisti.

Chi era Haushofer

Durante gli anni venti, Haushofer fonda la celebre Zeitschrift für Geopolitik (“Rivista di Geopolitica”), pensata come uno strumento indirizzato ai diplomatici tedeschi per fornirgli una conoscenza pratica dei movimenti politici, economici e sociali che animano il mondo. I più grandi specialisti di relazioni internazionali vi collaborarono sin dalla comparsa del primo numero, nel gennaio 1924. Il contributo alla ricerca e, soprattutto, alla yamatologia di Haushofer si attesta come un unicum nel settore, malgrado egli venne, aprioristicamente e faziosamente, bollato come l’ideologo dell’espansionismo nazionalsocialista. Nulla di più errato, giacché il tedesco fu a suo modo un antimperialista, difensore delle specificità nazionali; così lo definisce, infatti, lo studioso belga Robert Steuckers: “La geopolitica di Haushofer era essenzialmente antimperialista, nel senso che essa si opponeva agli intrighi di dominio delle potenze talassocratiche anglosassoni. Queste ultime impedivano l’armonioso sviluppo dei Popoli da loro sottomessi e dividevano inutilmente i continenti”. Per questo e diversi altri motivi, ogni testo del tedesco andrebbe riletto e analizzato con distacco, senza preconcetti, tenendo, tuttavia, bene a mente che il contributo di Haushofer in determinati settori della conoscenza può essere di suprema importanza per capire il mondo odierno. In tale prospettiva, si inserisce perfettamente il libretto: Italia, Germania e Giappone.

Per motivi geografici, questa potrebbe essere una delle fondamentali chiavi di lettura per comprendere come Haushofer vedesse l’Italia, la Germania e il Giappone quali “tre bastioni” a difesa contro il progetto egemonico delle talassocrazie. “È in questo clima infuocato”(6), come afferma Carlo Terracciano nella sua introduzione al testo, che si svolse la memorabile conferenza che Haushofer tenne a Roma. La Tradizione, non intesa però nel talora stantio senso iniziatico che troviamo nei suoi maggiori e celeberrimi esponenti, è il vincolo positivo che l’orientalista germanico individua nel giustificare e incoraggiare l’alleanza tra i tre Paesi, visto che questi sono legati: “[…] l’Imperatore, nella sua centoventiquattresima incarnazione nello stesso ceppo familiare, è l’immagine vivente delle idee che guidano traverso i secoli il pensiero imperiale dell’Italia e della Germania, come quello giapponese” (12).

L’esempio giapponese

Chiariamo subito che il vero “protagonista” di questa conferenza di Haushofer è il Giappone, che egli tratta con assoluto rispetto, come spiega sempre Terracciano, nella sua precisa, malgrado non eccessivamente specialistica, introduzione: “Lungi dall’arroganza colonialista e da ogni pretesa di superiorità razziale, al contrario il fondatore della geopolitica tedesca si avvicina all’oggetto del suo studio, il Giappone, con devota ammirazione” (7). Forse la parola su cui ruota intorno tutto il ragionamento di Haushofer è “destino”, quello che, a parer suo, univa i tre Paesi. Il pensatore tedesco non lavora infatti sulle differenze, che però non manca mai di evidenziare, bensì su delle affinità, le quali avrebbero dovuto stimolare quella “coscienza comune” per la costruzione di un grande progetto eurasiatico, che era ed è la sola arma che tuttora abbiamo per sconfiggere le moderne talassocrazie. Quello che non va dimenticato è che, quando Haushofer scriveva, le Nazioni dell’Asse erano in piena ascesa politico-militare e non certo, come avviene da decenni, sottomesse a quelle potenze mercantilistiche che avrebbero invece dovuto combattere. Eppure, le “ricette” di questo studioso sono ancora valide, e la lettura di questo volume lo può dimostrare.

Ricordiamo come il soggiorno di Haushofer in Giappone vada dal 1908 al 1910, durante gli ultimissimi anni del Periodo Meiji (1868 – 1912), con quella Restaurazione che aveva svecchiato l’Arcipelago, aprendolo alle migliori menti straniere, i cosiddetti: Oyatoi Gaikokujin (お雇い外国, letteralmente: “gli onorevoli impiegati stranieri”), tra i quali vanno ricordati tre italiani (Edoardo Chiossone, Antonio Fontanesi e Vincenzo Ragusa), che posero le basi per la moderna arte del Sol Levante. In questa rigogliosa temperie culturale si inserì pure il viaggio di studio di Haushofer in terra nipponica, fornendogli quelle informazioni di prima mano che saranno poi alla base delle sue importantissime e, forse ancora, ineguagliate analisi sull’essenza del concetto imperiale in Giappone.

Nella sua Introduzione, Haushofer parla delle tre Nazioni, descrivendone prima di tutto la “natura geografica”, che nella sua visione geopolitica è un modo per comprendere la civiltà di un determinato Popolo. Ecco, allora, che la Erdkunde in lui è il punto di partenza e di arrivo di ogni processo analitico, poiché nella gestione “spaziale” uno Stato esprime la propria vocazione politica. Questa specificità, in sostanza quasi solamente ascrivibile al pensiero di Haushofer, lo spinge a riconoscere i “compiti mondiali” (12) dell’IsMEO, nobilissimo centro studi che ospitò la sua relazione, da anni ormai ucciso dalle sciagurate decisioni dei vari governi italiani.

Abbiamo parlato del fatto che Haushofer non manchi mai di sottolineare alcune chiare differenze nelle Nazioni oggetto del suo studio. Ad esempio, egli spiega come, diversamente da Germania e Italia, il Giappone divenne unificato e moderno seguendo un preciso modello “etnico-politico”. A tal proposito, egli non fa mistero di ritenere che l’Occidente non abbia mai veramente compreso il particolare potere del Tennō (天皇, l’Imperatore) nella storia giapponese. A questa figura di uomo divinizzato in Terra, Haushofer associa quella del Papa. Tale aspetto in Haushofer, principalmente se pensiamo che abbiamo a che fare con un esponente, benché atipico, della Tradizione, è a dir poco sorprendente. Difatti, nell’analisi sull’impatto del Cristianesimo in Europa e del Buddhismo in Giappone, Haushofer palesa meno livore di quello di Julius Evola, malgrado egli riconosca in entrambe le religioni una natura “straniera”, mediorientale per la prima e cinese per la seconda (15). Ciononostante, vi è nel tedesco una posizione meno faziosa su questa spinosa tematica, di quella arcinota, e non sempre condivisibile, del grande filosofo italiano. In Haushofer, la tradizione religiosa è a sua volta un qualcosa che deve immancabilmente essere “tangibile”, quindi collegata al presente e non distante e persa nel tempo, ad esempio alla ricerca di antichi miti indiani. Perciò, egli si concentra su due figure che sono storiche: il Tennō (l’Imperatore) e il Papa. Contrariamente a Evola, Haushofer auspica una convivenza tra i due Poteri (utriusque iuris), per sanare finalmente quel vulnus tra “spada temporale” e “spada spirituale” che ha destabilizzato l’Europa a partire dalla Rivoluzione Francese. È dunque corretto affermare come, nella visione dello studioso germanico, si palesi un’assoluta lontananza da posizioni di tipo evoliane o guénoniane sul Papato. Sarebbe troppo lungo e complesso soffermarsi in modo esaustivo su quella che è la più spinosa e discussa questione presente nel Pensiero Tradizionale; ciò malgrado, ricollegandoci alle idee esposte da Haushofer durante la sua conferenza romana, possiamo aggiungere come egli vivesse nel mondo reale. Egli aveva, a nostro avviso, saggiamente compreso come i Poteri (religioso e temporale) dovessero necessariamente ritrovare una forma di convivenza all’interno della società occidentale, meglio poi se in un solo individuo, come nel caso del Tennō, che egli giudica una perfetta e armoniosa sintesi tra il divino e il politico. Almeno in questo, Haushofer ed Evola la pensavano esattamente nello stesso modo.

Inoltre, se Evola vede nel bushi nipponico una somiglianza col legionario romano, Haushofer vi aggiunge, altresì, la figura del cavaliere germanico. Sta proprio qui la grandezza di questo geopolitologo, che, nel suo richiamarsi a un toccante pensiero di Confucio, rivela una sorprendente – per un tradizionalista – umanità, la quale fece, purtroppo, sistematicamente difetto sempre a Evola: “Ma non dimentichiamo che alcune cose ci appaiono così estranee che noi tutti dobbiamo studiare per comprendere la loro genesi, il loro pregio e i loro valore nella cultura mondiale. Ci vuole l’amore, il desiderio di comprendere!” (26).

La via geopolitica nella Tradizione

Una caratteristica in Haushofer, e ancora una volta assai rara persino nei più raffinati tradizionalisti, è la sua onestà intellettuale, nel non voler forzare i propri ragionamenti in modo da sostenere a ogni costo determinate posizioni. Questo lo porta a dichiarare come la Divina Commedia di Dante risuonasse in grandezza col coevo Jinnoshiki ( 神皇正統記, “Jinnō shōtōki”, 1339 ca.) di Kitabatake Chikafusa, ammettendo però che alla sua Germania mancasse un testo del genere quale spina dorsale letterario-ideologica della Nazione (16). La opera di Kitabatake (1293 – 1354) può ragionevolmente essere considerata un classico del pensiero politico giapponese, nella quale si fissavano, in coerenza con la tradizione shintoista, i princìpi di legittimità della discendenza imperiale. Va da sé, che uno scritto come questo, nel suo ancorare la “liceità politica” a una matrice religiosa, non poteva che attirare l’interesse del tedesco, che ne apprezzava il portato valoriale, il quale avrebbe potuto essere di ispirazione per quelle Nazioni occidentali non asservite all’Economia e, quindi, alla ricerca di formule etico-politiche su cui plasmare una nuova forma di società, rivolta sì al passato, ma non nostalgica: “A Chikafusa si attribuisce il detto: ‘Qualcosa di radicalmente giapponese vive in noi, è la nostra radice personale, radice che permea tutto per noi; e nella crisi presente si manifesta possentemente come la più alta necessità’” (17).

Concludendo, se per Evola i confini di un Popolo sono quelli spirituali, in Haushofer sono quelli tangibili del territorio; tutto parte dalla Geografia nel sistema tradizionale elaborato dal tedesco. In Giappone vi è quel sacro che egli identifica nel rapporto tra: “sangue e suolo” (14). Alcuni intellettualmente prevenuti avranno, con molta probabilità, reputato un testo come Italia, Germania e Giappone, quale un colto “pamphlet” in favore delle Potenze dell’Asse e dei loro progetti egemonici, incappando nel più madornale degli errori, giudicare un libro dalla copertina o, come in questo caso, dal titolo. Terracciano fa giustamente notare l’importanza del contributo di Haushofer a una disciplina non debitamente studiata, specialmente in Italia: “Perché a dispetto di tutto la geopolitica rivendica sempre i suoi diritti sulla storia degli uomini e dei popoli” (10). Il pensatore tedesco non ha semplicemente posto le basi per una geopolitica che non fosse etnocentrica, incline a tutelare gli interessi delle solite oppressive potenze occidentali. Haushofer si è spinto molto oltre, arrivando all’altro capo del Globo Terracqueo, giungendo sino al distante Giappone, cercando di carpirne degli elementi strutturali dal valore universale. Nel comprendere che politica e sacro non andrebbero mai scissi, egli ci appare quale il miglior yamatologo del ‘900, con il nostro Fosco Maraini. Entrambi, infatti, così ammaliati dal rito, che nel Sol Levante risuona nell’anima stessa di questo Popolo, che per simbolo non ha, come noi, una bandiera, bensì una figura umana divinizzata, l’Imperatore! Che sia il Kaiser, il Papa o qualsivoglia tipo di regnante, per Haushofer è cristallino come il suo governo del territorio vada garantito da una appartenenza etico-politica della quale costui è il simbolo. Germania e Italia molto avevano da imparare su questo dal Giappone. Purtroppo, le teorie haushoferiane restano ancora oggi marginalizzate persino nell’ambito degli studi tradizionali.