I giorni del giglio – Capitolo 7. “Questa casa è mia, e non è mia”

I giorni del giglio – Capitolo 7. “Questa casa è mia, e non è mia”

Sette volte ho visto questo bosco a prato e sette volte coltivato”. Nella grande sala, buio. La pesante stufa di pietra ollare diffonde una luce di carboni. Il narratore parla, rievocando le antiche leggende di questa terra che adesso è nostra. Silenziosi ascoltiamo.

Ci sono i nostri bambini, le nostre mogli, ci siamo noi. Seduti fianco a fianco, gli occhi lucidi di commozione, anche i giovani della Freiwillige Walser Alpendivision, i forti ragazzi locali che si sono uniti a noi nella lotta.

É la vigilia di Natale. Il quinto Natale passato qui: l’unico luogo in cui si festeggi ancora. Da molto tempo, ormai, nel resto di questa martoriata Europa il Natale è stato sostituito dagli “Auguri di Stagione”, una festa magra e commerciale che, agli occhi di chi sa, ricorda il terrore della Dea della Ragione giacobina.

Gli “Auguri di Stagione” non hanno occhi né orecchie: sono cene di genitori indaffarati ritratte sui cellulari. Sono risate false e nessuna carezza. Sono stanze vuote e asettiche piene di noia e di paura. Sradicate. E anche augurare “Buon Natale” è divenuto illegale; qui, invece, nella terra più assediata del mondo, possiamo permetterci questa libertà: possiamo giocare con i nostri figli, sapere di che colore hanno gli occhi. Senza schermi, senza distrazioni.

La mezzanotte ci ritrova a cantare, qui e nelle cento case in cui i nostri si raccolgono. Pensiamo ai camerati sulle vedette eccelse, stretti nei cappotti e sguardo ai precipizi. E pensiamo a quanto è antica questa terra, alle migliaia di legioni di uccelli che vi hanno cantato, ai fiumi che per millenni hanno rombato dalle montagne e ora giacciono nella profonda terra, sostituiti da nuovi. E a questo tempo, al nostro tempo, ultimo ma non perduto.

Ci scambiamo poveri doni: chi una sciarpa, chi del cioccolato vero: incredibile. Io ho intagliato molto legno, nelle notti di guardia e nei rifugi. Un mondo intero che ci odia, un mondo che non comprende come commessi, spazzini, ingegneri, casalinghe, maestre, avvocati, gommisti, impiegati possano sbarrare il passo alla dissoluzione. E noi intagliamo legno. Sembra buffo: ma sono le piccole cose a salvare il mondo, e ogni gesto che compiamo è una suprema ribellione al disordine che ci circonda.

Le luci dell’abete si accendono, candela per candela. L’aria si riempie del profumo delle bevande festive. Speriamo che vi sia un altro Natale, penso accendendo la mia luce e posandola su uno dei rami davanti a me. Domani partiamo per i ghiacciai: fuori nevica implacabilmente, come da mesi non si vedeva. La neve è nemica soprattutto ai vili e a chi non la conosce: una buona barriera per quell’esercito di vili ed imboscati, di muezzin e di festaioli che ci aspetta per ghigliottinarci appena di là del nostro mondo.

Che brucino”, penso. Mi fermo sulla porta della grande sala, dove sullo stipite delle cento generazioni è intagliato l’avvertimento supremo, tracciato in elegante nero nella lingua antica di questo paese. E pressappoco dice: “Questa casa è mia, e non è mia: esisteva già prima di me, esisterà dopo di me. Di chi è questa casa?”.

Sulla soglia mi raggiungono due amici: sentono il presagio dell’Ora. Restiamo vicini senza dire nulla: non serve. Dal nostro ricovero riusciamo a distinguere altre luci, oltre il torrente. Dappertutto ci stringe il buio. La coltre di neve che cade a così fitte falde non consente allo sguardo di spaziare. Le luci dei rifugi e delle ridotte in quota sono velate dal turbinare scuro che ci avvolge. Non le vediamo.

All’alba dovremo ricavare nuovi sentieri, liberare le vie, ascendere. Ma anche quest’anno è passato e resistiamo. Cinquanta figli sono nati, trenta dei nostri sono caduti. C’è più futuro che passato, qui.