Dieci anni di “Summorum Pontificum”

Dieci anni di “Summorum Pontificum”

Era il 7 luglio del 2007 quando Benedetto XVI promulgò il Motu Proprio Summorum Pontificum, documento con il quale il pontefice “liberalizzava” l’uso Vetus Ordo liturgico e dei messali preconciliari.

La questione non è di poco conto. Lungi dall’essere mera materia di sagrestia, è difficile poter immaginare qualcosa di più importante del rito.

Certo, se c’è qualcosa che la mentalità moderna ha avuto in particolare odio e che, con gran successo tra le masse, ha cercato di far cadere nell’oblio, è proprio l’importanza del rito.

Se poi non parliamo del rito come di un fatto genericamente connesso con la religiosità umana, ma di rito della Tradizione Cattolica, allora la questione diviene veramente dirimente. Se ci battiamo cioè per “una visione spirituale della vita umana” da contrapporre tanto alle massime del pensiero moderno, quanto ai nuovi assalti che all’Europa vengono da parte islamica, quella visione non può che essere cristiana.

Tuttavia, ovviamente, non possiamo che constatare che alla decadenza mortale dell’Occidente corrisponda plasticamente una decadenza della Chiesa cattolica, resasi evidentissima fin dai primi giorni del post-concilio e che oggi, con un clero che diviene la stampella morale di un sistema putrescente, sta raggiungendo, con una scristianizzazione quasi completa, le sue ultime conseguenze.

Ecco quindi che si capisce la verità di un’affermazione del cardinale francese Pie, grande difensore della cattolicità di altri tempi: “Non c’è problema economico che non sia anche problema politico, non c’è problema politico che non sia anche problema morale, non c’è problema morale che non sia anche problema filosofico, non c’è problema filosofico che non sia anche teologico”.

Oggi il problema teologico si manifesta chiaramente nella liturgia, che, data la coincidenza della lex orandi con la lex credendi, con la coincidenza cioè tra il come si prega e il cosa si crede, è appunto il livello massimo della vita religiosa.

Benedetto XVI, con la sua iniziativa del 2007, ha concesso a ogni sacerdote di poter celebrare liberamente utilizzando i riti anteriori alla riforma liturgica, facoltà che precedentemente era stata accordata in via eccezionale da Giovanni Paolo II solo a specifiche comunità religiose (generalmente ex-lefebvriani, desiderosi di non rompere il legame canonico con la Santa Sede), ridotte a sopravvivere quasi come riserve indiane all’interno del nuovo mondo post-conciliare.

L’iniziativa, per quanto silenziosamente, sta forse incominciando a portare i suoi frutti.

Proprio oggi, ai tempi della “Chiesa in uscita” di papa Bergoglio – chissà se il cardinale catto-luterano Ravasi, da buon filologo qual è, non gli abbia spiegato che apostasia significa proprio “uscire”, “allontanarsi” – sostenere una vitalità delle comunità tradizionaliste può sembrare un’assurdità; eppure, è proprio quanto sembra accadere.

Il documento Summorum Pontificum ha infatti ridato vita, quasi una piena legittimità, a coloro che già prima usavano esclusivamente i riti antichi, facendoli, in un certo senso, uscire da una condizione catacombale. Inoltre, molti singoli sacerdoti di buona volontà, e magari dalla generica e imprecisa sensibilità conservatrice, hanno trovato nel ritorno o nella scoperta dei riti antichi una testata d’angolo su cui ravvivare la propria fede e missione sacerdotale, e lo stesso dicasi per i loro fedeli.

Certo, visibilmente non si può parlare di grandi trionfi e la Chiesa, specie nelle sue massime gerarchie, sembra oggi più che mai nelle mani di personaggi della cui cattolicità si possono nutrire più che fondati sospetti.

Tuttavia, proprio nella loro opera sta la loro stessa rovina.

Mezzo secolo dopo il Concilio, questi uomini sembrano camminare ciechi rispetto a quanto gli accada intorno, sembrano non vedere che, ad ogni apertura, ad ogni concessione, ad ogni accomodamento, ad ogni nuovo innesto di pensiero mondano all’interno della vita ecclesiastica, anziché guadagnare nuovi fedeli, se ne perdono sempre di vecchi.

La cecità sembra totale e, in più di un caso, sembra giustificata dalla malizia.

La Chiesa, all’interno del mondo, deve stare come la pose Nostro Signore suo fondatore: pietra ferma e incrollabile, testata d’angolo scartata dai costruttori, pietra d’inciampo, segno di contraddizione, con un solo padrone scelto tra Dio e Mammona.

Nel caso, invece, essa cerchi, maldestramente e per fede nell’intelligenza umana più che in quella divina, di poter conciliare Dio e il mondo, pur senza la conversione di quest’ultimo, allora la Chiesa chiaramente mancherebbe alla propria funzione.

Questa è la crisi della Chiesa odierna: non credersi più veramente capace di essere maestra del mondo, né di avere un messaggio veramente altro, totalmente trascendente al mondo e, rispetto ad esso, di infinito valore; il volersi quindi scusare col mondo della propria diversità, cercare di venirne a patti e compromissione, divenire del mondo figlia o consorte.

Così facendo, però, la Chiesa, evidentemente, non può che condannarsi all’auto-sparizione.

La religione non è un prodotto da grande magazzino, non si fanno ricerche sociologiche per capire “cosa la gente vuole” per vendere così di più il proprio prodotto. La Chiesa è stata grande e ha convertito i cuori proprio perché trasmetteva una Rivelazione che non veniva dalla gente.

Se “sacro” deriva dal latino “separare”, “segregare”, si capisce come, rendendo nei riti moderni più “accessibile” il sacro (per esempio abbandonando la lingua latina), si sia avuto l’effetto di diminuire il senso stesso del sacro, la percezione del mistero e della trascendenza.

Traducendo la messa in volgare dal latino non si aumentano i fedeli come si aumentano gli spettatori di un film traducendone l’originale nelle varie lingue estere.

In poche parole: se la Chiesa dismette la propria difformità per conformarsi alla mentalità mondana e sostituisce al culto divino, alla virtù teologale della carità e all’infinito sacrificio eucaristico, i penosi feticci dell’etica moderna (siano questi la “solidarietà”, l’”ambiente”, la pseudo-religione dei “diritti civili”, il “progresso” e chi più ne ha più ne metta), allora è evidente che agli occhi del mondo stesso ella diviene inutile e trascurabile.

Agli occhi di molti, oggi, soprattutto giovani, è così che appare la Chiesa: inutile.

Non più neanche come un’entità ostile o retrograda, ma semplicemente come una ripetitrice di banalità, di messaggi umani, troppo umani per poterle concedere il credito del culto, della fede, della speranza nella salvezza.

Si verifica così quanto Romano Amerio, forse il più grande teologo cattolico del Novecento, profetizzava essere il destino della nuova chiesa postconciliare, ossia una sua scomparsa per inanizione, per auto-dissoluzione.

In un certo senso, lo stesso processo che hanno vissuto le “chiese” del protestantesimo storico nel nord Europa: a furia di aggiornamenti liturgici, ordinazioni di donne, benedizioni di divorzi, aborti e coppie omosessuali, sempre secondo le opinioni date in testa nei sondaggi, hanno avuto il pregevole risultato di scomparire totalmente e al ritrovarsi, come accade in Inghilterra o in Svezia, con poco più dell’1% della popolazione che segue le funzioni anglicane o luterane.

Questo processo di inanizione di cui parlava Amerio si manifesta più chiaramente laddove la Chiesa ha più intensamente provato a imitare queste sue infelici “colleghe” del nord.

In ogni nazione in cui gli episcopati locali hanno virato al modernismo, inevitabilmente la fede e la pratica religiosa ne hanno risentito.

Ciò che di positivo si può rimarcare è che proprio là, in quelle realtà di massima secolarizzazione, quasi per compensazione, fioriscono, per quanto piccole, sempre nuove comunità legate alla Tradizione, comunità e gruppi di fedeli che crescono nella devozione nella messa in rito antico.

Caso eclatante è quello della Francia, patria dei lumi, della laicità giacobina e di uno degli episcopati più progressisti d’Europa, che nel 2017 ha contato un quarto delle ordinazioni di nuovi sacerdoti provenienti da comunità tradizionaliste.

La Tradizione è perciò giovane e solo essa, proponendo un credo forte e radicale, può veramente convertire la gioventù di oggi, alternativamente votata senza dubbio al disinteresse e allo scetticismo.

Lo strapotere quindi che è attualmente detenuto da taluni personaggi è, anche in una prospettiva meramente umana, sicuramente passeggero e non destinato a durare, se non altro perché la loro opera di distruzione, ormai andata troppo lontano, li ha semplicemente lasciati coi seminari vuoti, generali senza più truppe da comandare.

Per gli uni e per gli altri, e su quello che sarà il futuro della Chiesa, vengono perciò in mente le parole di Gamaliele, membro del Sinderio: “Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio” Atti (5 : 38-39)