I giorni del giglio – Capitolo 8. Per lupi e per conigli

I giorni del giglio – Capitolo 8. Per lupi e per conigli

La mattina di Santo Stefano, in un silenzio irreale, lasciamo le case incoronate di festa e partiamo a piedi verso la nostra nuova destinazione. Daremo il cambio nel giorno più freddo dell’anno alla Ridotta Quintino Sella: la più alta, la più remota.

La neve caduta nella notte è una farina ghiacciata che si spande ad ogni passo. Tutto attorno, segni di movimenti: fruscii, orme di animali furtivi, altre impronte che non riusciamo a decifrare. Il gelo stringe le mani in morse dolorose.

Qui, tra chi ne è consapevole, diciamo “andare per lupi”: e sappiamo a cosa ci stiamo riferendo. Capita infatti, con cadenza irregolare, che branchi di avversari calino dai passi meno praticati, dai minuscoli valichi frastagliati che non riusciamo a presidiare con regolarità, dai pertugi che la loro mente inquinata gli suggerisce. “Lupi”, se sono islamici. “Conigli”, se sono traditori della nostra gente. Anche questo è un modo per esorcizzare la paura, per nascondere l’evidenza ai nostri, alle famiglie che ci aspettano nei villaggi.

Stamattina daremo il cambio, ma prima – lo sappiamo – andremo per lupi. Portano con sé sempre qualcosa di gradito, quando non sono spari ed agguati nella notte: cibo, armi, munizioni. Talvolta spediscono alcuni dei loro qui al massacro, solo per farci catturare armi difettose, pronte ad esplodere al primo utilizzo. Ma abbiamo un sesto senso anche per loro: l’occhio aguzzo del fanatico troppo propenso a consegnarci ciò che porta.

Devono essere in sei. Hanno preso l’alpeggio appena sopra la cabinovia. Non si vede ancora nulla, nelle lunghe ore invernali che precedono l’alba. Possiamo solo aspettare, disporci prudentemente tutto attorno. Alcuni, i più svelti e leggeri, si staccano dal gruppo e salgono in quota, cercando di aggirare l’obiettivo. Non hanno armi, ma solo lunghe corde agilmente ravvolte, sottili e rinforzate da fili di metallo.

Ci disponiamo ai fianchi dell’alpeggio, ai margini del canalone su cui si affaccia. Dopo due lunghissime ore di nervosa attesa, albeggia. Si muove solo il fumo del nostro fiato. Un lampeggiare intermittente, dall’alto, ci avvisa che i nostri si sono attestati, circa cento metri sopra l’edificio. Finalmente il nemico esce allo scoperto, in persona di un ragazzo dai capelli scuri, vestito troppo leggero per quell’ora e quella quota. Da questo capiamo che non sono fatti per tornare indietro: ci vogliono attirare e, poi, saltare semplicemente in aria.

Al lampeggiare di sopra corrisponde il nostro segno. Non c’è niente da recuperare, qui: solo morte da evitare e da riversare sul nemico. Con una precisione tagliente, appena percepibile nella luce breve guardiamo la corda distendersi, trattenuta tra un capo e l’altro dai nostri camerati. Intaglia la neve fresca, incidendola sul piano di scivolamento.

Ci scostiamo, lasciando campo libero a ciò che avverrà. Improvvisamente, il grande peso della neve gelata cede di schianto, privato di sostegno: una massa immane di neve e roccia si mette in movimento, su un fronte ampio e meticolosamente studiato. Acquista velocità, la testa nera del moro si volta appena verso la massa bianca. Ogni cosa è sommersa e precipita a valle. Trenta secondi di boati e crolli, attutiti soltanto dall’ora e dal luogo. Dopo, un silenzio ancora più profondo.

A noi, ora, il compito di sondare il campo di valanga e, se necessario, freddare i sopravvissuti. Ma non ce n’è bisogno. Bottino del giorno: zero. Anzi, tutto: le nostre vite. Nessuno canta, quando riprendiamo la marcia. Ci sono ponti di neve da attraversare, cornici friabili e pozze gelate da evitare. L’ultimo tratto del sentiero sommerso dalla nevicata è quasi un miracolo di equilibrismo e pazzia. Ci aiutiamo con le corde fisse. Alle nove e mezza del mattino, quando il sole si è appena liberato dalla corona dei monti e di nuvole, compariamo sullo spiazzo antistante la ridotta.

Dalla balaustra di legno, attraverso i vetri appannati dal vapore, i sorrisi dei nostri camerati. Non hanno avuto problemi nelle loro due settimane di esilio in quota: del resto, sono alpinisti esperti. Ci scambiamo auguri e doni, raccontiamo dell’agguato, portiamo lettere e sorsi di liquore. La discesa dei nostri, probabilmente, sarà ancora più ardua della nostra salita.

Quando tutto è finito, finalmente ho tempo per pensare. Incurante dei quindici gradi sotto zero, calzo i ramponi e passeggio – un verbo inusuale a quell’altezza – sul breve spiazzo levigato che, separato da una duna di neve, si stende fra il rifugio e il ghiacciaio. Ma quella è la mia ora prediletta: e fremo quando, completamente solo sul grande specchio gelato, al primo raggio appare sotto di me il grande campanile sommerso.