La presenza italiana in Africa, un impegno da rinnovare nel solco della migliore tradizione civilizzatrice

La presenza italiana in Africa, un impegno da rinnovare nel solco della migliore tradizione civilizzatrice

La questione di un’immigrazione che ha ormai assunto i connotati di un’invasione del nostro territorio nazionale viene spesso affrontata in maniera parziale anche da quanti, legittimamente, vi si oppongono in nome della doverosa difesa tanto dell’ordine sociale quanto dell’identità nazionale, oggettivamente minacciati dall’afflusso di genti straniere che, da anni e senza soluzione di continuità, sta continuando ad interessare l’Italia e buona parte delle nazioni dell’Europa, in particolare quelle della sua parte occidentale.

Il rilievo sull’incompletezza con cui, a giudizio di chi scrive, molti affrontano il delicatissimo problema dell’immigrazione, si fonda sull’insufficiente risposta politica alla questione. Se da un lato è estremamente doveroso e necessario denunciare quali siano le ragioni recondite e oscure che stanno alla base del fenomeno immigrazione – ovvero la volontà dei fautori del Nuovo Ordine Mondiale di spazzare via tanto gli Stati nazionali quanto le identità specifiche dei popoli europei, e dar vita ad una società che sia il più possibile indifferenziata e, perciò, composta da sradicati caratterizzati dal meticciato religioso, culturale e razziale – dall’altro è indispensabile proporre soluzioni politiche volte tanto a salvare l’esistenza e la prosperità dei popoli europei, nella fedeltà alla loro migliore identità e tradizione, quanto a promuovere azioni finalizzate a fronteggiare efficacemente e a risolvere gli oggettivi problemi che portano le persone di alcune zone del mondo ad abbandonare le proprie terre, al fine di cercare migliori condizioni di vita (fatto che comporta conseguenze negative, in quanto priva le terre abbandonate delle risorse umane che potrebbero, invece, contribuire al loro sviluppo, e fornisce materiale umano a chi persegue scopi contrari al bene delle nazioni meta dei cosiddetti migranti).  

Nel caso italiano, in particolare, il problema dell’immigrazione dovrebbe indurre la classe dirigente della nostra nazione a promuovere un rinnovato impegno dell’Italia in Africa. Si dovrebbe prendere in serissima considerazione la possibilità che tutti i territori africani, un tempo colonie italiane – Libia, Etiopia, Somalia, Eritrea – diventino dei protettorati (1) italiani, cosa da realizzare con un duplice scopo: creare le condizioni necessarie affinché le popolazioni di quei luoghi possano vivervi dignitosamente; garantire all’Italia i benefici che deriverebbero dal legittimo impegno italiano in quei territori, luoghi da considerare alla stregua di risorse da rispettare e non terre da saccheggiare e abbandonare una volta esaurite le ricchezze.

Una forma di protettorato da esercitare conformemente ai dettami della migliore tradizione italiana, la quale è romana e cristiana, ovvero volta a perseguire il bene comune dei governati nel rispetto dell’ordine naturale e della legge che ne deriva, ed a promuovere lo sviluppo della vita del consorzio civile sia sotto l’aspetto materiale che sotto l’aspetto spirituale. In breve, una missione di civiltà.

È chiaro come una simile prospettiva debba necessariamente essere inquadrata in una dimensione europea dell’impegno, ossia essere affrontata in un ambito di concordia con gli Stati europei, membri di una nuova e confederale forma di unità degli Stati e delle nazioni europee (diversissima dall’attuale Unione Europea), in virtù della quale non vi sia spazio per dannose e potenzialmente devastanti contrapposizioni, motivate da mero egoistico ed ottuso interesse nazionale, che porterebbe a contrapposizioni capaci di condurre ad una nuova sciagurata guerra fra europei.       

Note

(1) Nel diritto internazionale, il protettorato è un istituto in base al quale uno stato protettore assume, in virtù di un accordo (trattato di protezione), l’obbligo della tutela di uno stato protetto, militarmente debole e meno evoluto, e questo a sua volta, senza perdere la propria qualità di soggetto internazionale, accetta che il primo eserciti un’ingerenza nei suoi affari interni e soprattutto internazionali (specialmente riguardo ai rapporti internazionali o alla sua integrità territoriale).

Fonte: Treccani.it