I giorni del giglio – Capitolo 9. “E tu cosa farai, dopo?”

I giorni del giglio – Capitolo 9. “E tu cosa farai, dopo?”

Un rifugio ed un monastero hanno molto in comune: le giornate scandite dalle mansioni, il silenzio concentrato e consapevole, l’assenza di beni superflui. E noi siamo in un monastero di lamiera bianca; armato; lontano da ogni pensiero che non sia affermare la nostra esistenza.

Dalle finestre rotonde che si affacciano sul precipizio lo spettacolo è grandioso: sotto la caligine che sfiora le pareti, centinaia di metri di vuoto assoluto, tagliente, ghiacciato. Orizzonti di montagne attorno, oltre la nostra valle: frange di terre perdute, in mano al nemico. La mitragliatrice, dalla sua postazione spalancata sul vuoto, sembra un dito che segna l’irraggiungibile.

Di recente, però, abbiamo visto qualcosa che ci ha rincuorato e, istintivamente, ci ha donato nuove forze: una notte limpidissima ci ha portato, ad ovest, la visione di molti e molti fuochi su una catena lontana: cima su cima, dal tramonto fino al buio inoltrato, le luci hanno brillato su quei monti remoti: forse non siamo soli. Abbiamo risposto con il nostro faro, una lunga freccia lampeggiante. Nessuna risposta, ma quei fuochi lontani erano troppo nobili e luminosi per appartenere al nostro avversario.

Il mese in quota avanza faticosamente, mentre l’inverno diventa vecchio. Il rigore estremo della nostra altitudine ci consente solo brevi perlustrazioni all’esterno: tutto tace, mentre la parete del rifugio rivolta a monte fa argine al vento gelato. Tre metri di neve sono addossati a noi.

Walter è un uomo alto, pochi capelli, pelle abbronzata. Occhi verdi e grandi mani. Poche parole: è un pratico, un aggiustatore nato. Dategli martello e chiodi e vi creerà qualsiasi cosa. Dategli uno strumento e suonerà improvvisazioni. Quella sera, in una rara calma della tempesta, guardiamo dal vetro la notte che cala.

Sigaretta per entrambi, stasera: una volta l’anno me la concedo anche io. Poche parole e il bicchiere della riserva migliore. È il nostro compleanno. Walter è ancora più taciturno del solito: da quando siamo ragazzi è sempre stato così.

Ma d’improvviso, proprio quando la notte ha scavalcato l’ultimo crinale e veloce corre a stendersi su di noi, mi guarda e stringe il bicchiere senza avvicinarlo al viso: “E tu cosa farai, dopo?“.

Lo guardo. Una fitta allo stomaco è l’unica reazione che per lungo tempo riesco ad esprimere. Fuori è completamente buio, ora. I camerati nell’altra stanza hanno acceso un lume.

E rivolto verso la luce, con una voce non mia, rispondo: “Dopo significa che loro verranno. Ci raggiungeranno e porteranno tutti noi in TV. Le nostre mogli, intendo quelle che i maghrebini vorranno risparmiare, saranno in cucine di periferia, schiave. I nostri figli verranno reinseriti e diventeranno omosessuali o musulmani, o forse entrambe le cose. O giocattoli per le voglie del potere. Noi saremo giudicati da una rispettabilissima giuria di tanti colori, generi e fedi: ci impiccheranno in modo molto glamour”.

Mi sorprendo a vederlo sorridere. Anzi, ora Walter ride di gusto. “Ma no, che hai capito! Quando vinceremo, intendo. Cosa farai? Non gli vorrai mica lasciare tutto questo!”, risponde. E con la grande mano indica le luci lontane dei nostri paesi, a valle.

Io cercherò di sapere di chi sono le case di Rong, sul grande sentiero. Le comprerò, le rimetterò a nuovo e prenderò bestie e tutto il resto. Quante belle ragazze ha questa valle: allegre, piene di vita. La più bella sarà mia la sposa”. Sorride. Piange. Non lo so.

I bicchieri tintinnano forte. Beviamo. La prima stella ci fissa con uno sguardo d’argento. Non esiste un “dopo”, perché tutto il mondo è qui. La desolazione informe che ci circonda è l’anti-mondo, è materia, volgarità. Possiamo solo evitare che il caos ci sopraffaccia. Entrambi lo sappiamo: alle Termopili europee non si vince, si esiste. Indegnamente siamo stati chiamati a rappresentare la nostra civiltà nella sua ora più buia: con dignità affronteremo questo peso e, quando le tenebre monteranno a marea, ci troveranno pronte.

Svegliamo il ragazzo di guardia, gli passiamo gli ordini per la sera. Mi sorprendo a fischiettare nel grande corridoio. “Non per odio, ma per onore”, fa la grande scritta sul muro. Sfioro le lettere passandovi accanto. Sono felice.