Giorgio Pini, da ardito sul Piave a più longevo gerarca del fascismo

Giorgio Pini, da ardito sul Piave a più longevo gerarca del fascismo

Giorgio Pini rappresenta per noi e per tutta la nazione il modello ideale (e storico) di Patriota fascista.
La sua “carriera” da servente del popolo italiano iniziò nel 1917, quando fu chiamato alle armi dal Regio Esercito. Destinato inizialmente ad un reparto di fanteria, venne affidato ufficialmente al reparto d’assalto Arditi. Reduce di una guerra armata e fisica, si iscrisse nel 1920 ai Fasci di Combattimento, dando inizio ad una nuova vita, quella del Camerata.

Vediamo insieme quali furono gli eventi di maggiore rilievo relativi alla storia di uno dei tanti uomini che scelse di non tradire, rimanendo eternamente fedele al proprio Ideale.
Pini nacque a Bologna, in una famiglia liberale e borghese, nel 1899. Trascorse la sua infanzia e la sua adolescenza nel bolognese, vivendo liberamente avventure ed esperienze che lo resero autonomo e coraggioso. Nel 1917 venne chiamato alla leva, inserito dapprima in un reparto di fanteria corazzata, verrà poi trasferito negli Arditi. Con questo corpo partecipò alla battaglia di Caporetto (dodicesima dell’Isonzo) e alla prima battaglia sul Piave, rimanendo però ferito ad una gamba.

Diventato invalido di guerra, ricevette il congedo, e in seguito gli venne conferita una Croce al Valore. Nel 1920 aderì al movimento di Mussolini e si iscrisse all’università, nella facoltà di giurisprudenza. Il 21 novembre di quello stesso anno, partecipò agli scontri tra squadristi e guardie rosse: Strage di Palazzo d’Accursio (10 morti e 60 feriti). Laureatosi nel 1925, venne invitato a collaborare per il Popolo d’Italia. Successivamente, nel 1928, divenne direttore de Il Resto del Carlino e ricoprì tale incarico fino al 1930. Dal 1936 diventò caporedattore del Popolo d’Italia e lo rimase fino alla chiusura del quotidiano, nel 1943.

Aderì alla RSI fin da subito, ricevendo l’incarico di dirigere nuovamente Il Resto del Carlino. Nel 1944, Mussolini gli affidò la segreteria del Ministero dell’interno. Ma nel 1945 venne catturato ed internato dal nemico in un campo di concentramento partigiano. Il figlio Giovanni vi si recò per visitarlo, ma quando un gruppo di partigiani in un blocco stradale lo perquisì, fu evidente sulla carta d’identità la presenza del cognome Pini, e venne quindi assalito, malmenato ed infine ucciso. Nessuno dei partigiani comunisti rei del crimine pagò mai per l’omicidio.
Giorgio Pini, sfuggito alla pena di morte, nel dopoguerra fondò, assieme ad altri esponenti del fascismo repubblicano, reduci anch’essi della violenza partigiana, il Movimento Sociale Italiano. All’interno del MSI era considerato il leader della corrente di sinistra nazionale, e insieme ad altri missini costruì il Raggruppamento Sociale Repubblicano, senza scindere però dal MSI.
Ritrovò Rachele Mussolini a Predappio e aiutò la vedova del Duce a scrivere ricordi e memorie sulla sua vita insieme al marito. Molti furono gli scritti (praticamente tutti) che l’anziana donna pubblicò ufficialmente firmandoli col proprio nome, ma di cui Pini fu sempre l’autore non accreditato.
La sua vita si concluse nel 1987, giungendo all’età di 88 anni e diventando così il più longevo tra i gerarchi del Regime, sopravvissuti alle vili vendette dei vincitori della Guerra Civile.

Giorgio Pini ha trascorso la sua vita onorando la propria origine italica. Ha onorato se stesso combattendo per la Patria sul Piave e a Caporetto, un’impresa non certo clemente, che lo ha messo nelle condizioni di poter cantare l’inno al Piave col petto gonfio e con i brividi che gli attraversano le arterie. Perché correre dritti verso la base nemica col pugnale fra i denti, con la bomba in mano e col fucile in spalla guardando negli occhi l’avversario di fronte a sé, non è certo un atto conforme alle capacità fisiche e soprattutto morali degli altri corpi armati. Ad oggi sono pochi i militari che conservano la tradizione dell’arditismo, solo quelli della Folgore, principalmente il IX reggimento d’assalto “Col Moschin”.
Inoltre Pini è stato un reale e fervente fascista, la sua idea politico-militarista ha trovato spazio nel Sansepolcrismo. Benché il suo mestiere fosse sempre stato quello del giornalista,  avviò una breve carriera politica iniziata col PFR e conclusasi col MSI.

È stato anche il fondatore della sinistra nazionale che, come si è detto in precedenza, è una corrente ideologica interna alla destra neofascista. La cosiddetta “sinistra della destra”. Ha guidato con sé migliaia di militanti e giovani missini che credevano in quella specifica posizione politica.

Si potrebbe definire un “non traditore” perché, nonostante avrebbe avuto tranquillamente la possibilità di scindere ed entrare inParlamento sotto il suo partito, è rimasto fedele all’idea comune che lo legava con gli altri militanti missini.

Al contrario, non si può non stigmatizzare uomini come Delfino e Cerullo, che con la scusa di essere più moderati tolsero elettori e seggi al movimento missino fondando Democrazia Nazionale, che poi confluì nella DC. Ecco, Giorgio Pini evitò scempi e tradimenti del genere, coltivando però quell’idea di “destra a sinistra” che lo aveva legato a molti esponenti e militanti missini.

Se potessi rinascere, ma nel 1899, sicuramente cercherei di eguagliare l’intera vita di Giorgio Pini, che a mio parere potrebbe essere considerato un Patriota a tutti gli effetti, una persona che ha creato comunità, che ha sacrificato la sua esistenza per gli interessi nazionali del suo amato paese. Oggi, invece, nessuno parla di lui, e se qualcuno osa parlarne, ne racconta la vita illudendo chi ascolta di un’esistenza dannosa per il paese e neanche da ricordare, figurarsi onorare.

Eppure si tratta di una delle persone più coerenti in assoluto che l’immagine del fascismo abbia mai avuto.
Forse anche più di Mussolini, che in determinati casi ha fatto scelte e gesti discutibili.
Ad ogni modo un invito disperato ad una gioventù che m’appartiene è quello di prendere esempio da Giorgio Pini e dai grandi uomini come lui, che al nostro paese, al tempo ancora rispettato, ha fatto solo dell’immenso bene. Per la grandezza e per l’onore di un’Italia di cui tanto si era invaghito.