I giorni del giglio – Capitolo 10. Bombardamento

I giorni del giglio – Capitolo 10. Bombardamento

La verità è che avremmo dovuto cercare una vita più semplice. Il coraggio della semplicità stava nel riconoscere il male ed attaccarlo quando era all’inizio della sua virulenza.

Avremmo dovuto capire che non era normale organizzare sfilate di moda per eunuchi e debosciati, mentre le nostre città pativano la sete. Che non era normale organizzare corsi di lavoro per rom, quando milioni di anziani pativano la fame.

Avevamo a disposizione una grande ricchezza e l’abbiamo dissipata. Abbiamo aperto le città ai turisti e, ora, i turisti se le sono mangiate. Le campagne sono diventate resort enogastronomici per pochi privilegiati. Fossimo stati più saggi, non saremmo ora su un ghiacciaio col mitra spianato. Ma il piano inclinato della storia ha iniziato ad imprimere un movimento folle e instancabile al nostro mondo. Poche mani puntellano l’orlo del precipizio.

La fede brilla di un oro di grano, sotto al sole dell’ultimo inverno. Preannuncia i campi e l’odore del legno che correrà per la nostra vallata: un’altra primavera da difendere. La nostra discesa dalle altezze coincide con il primo giorno di marzo. La linea della neve si è alzata, anche se la notte un vento tagliente graffia ancora le nostre case.

Tornati alle nostre famiglie, abbiamo appreso di infiniti attacchi allo Sbarramento, di forsennate incursioni insensate da parte del Nemico: si sta spazientendo. E forse, anzi certamente, qualche imam o qualche presentatore patinato sta lanciando laidi sermoni contro di noi, fra una pubblicità e l’altra. Parleranno di quei barbari che ancora celebrano il Natale e impediscono a due uomini di sposarsi fra loro. Alle bambine di essere vendute per il Profeta. Che preferiscono vedere i propri figli esercitarsi al fucile piuttosto che con gli infiniti incubi colorati dei videogame. Ed è un seme d’odio che ci raggiungerà.

Per ora, è incredibile: li abbiamo respinti tutti. C’è un silenzio abissale sulle vedette laterali, non si muove nulla da settimane. Concentrati a mordere rabbiosamente il centro dello Sbarramento, gli avversarsi si permettono il lusso di infinite forze. Noi li fronteggiamo cento alla volta; e spesso il numero cala.

Di colpo, anche gli attacchi frontali cessano totalmente. Le giornate si fanno più lunghe: il cielo è azzurro gelo, senza una macchia. Ed è al cielo che i miei occhi si rivolgono sempre più spesso.

Domenica mattina. Il paese è quasi sgombro da neve. La gente esce da messa, c’è un profumo limpido per l’aria. Vedo un gruppo di donne e bambini che ridono al sole. I soldati che non sono di guardia siedono con gli stivali sollevati. Ridono anche loro.

Un suono basso, insistente, fondo. Un suono senza direzione, che sembra riempire lo spazio, ovunque. Ronza e trema, avvicinandosi. Il suono si moltiplica, cresce. Alcuni vetri tremano. Siamo tutti con gli occhi all’insù. L’ombra avanza sopra la testata del Rosa. Diffusa, puntiforme. Da sud, già sopra Issime. A tenaglia dai monti laterali spuntano già i primi apparecchi. Centinaia di aeroplani grigi, alcuni con bande arcobaleno. Le forze dai quattro punti cardinali si sono incrociate e riunite in un unico vortice di metallo.

La prima bomba esplode con un fragore assoluto. Il boato si spegne e si conficca nella terra dove prima le donne e i bambini ridevano. Riesplode attorno, migliaia di volte. Colpi di mitragliatrice falciano l’anziana che dava da bere ai fiori sul terrazzo. Il padre che dava la mano alla figlia.

L’inferno deve essere così. Per quasi ventiquattrore, con una rabbia infinita, il nemico ci martella. Distrugge ogni cosa, rade al suolo il campanile, sventra il cimitero, avvolge ogni cosa di una cappa di fumo. Incessantemente, senza preoccuparsi del numero, dell’obiettivo. Falcidia con bombe incendiarie, sconquassa con semi d’acciaio.

Ci rifugiamo nelle casematte riparate sotto le rocce, alla bell’e meglio. Chi può fugge. La valle è guardata da sei torri antiaeree, ma sono fatte per incursioni radenti. Il nemico, vile, resta mille metri sopra di noi. Alcuni ragazzi si attaccano furiosamente alle batterie, rispondono al fuoco. Pochi danni, due, tre apparecchi colpiti, che aggiungono strage alla strage precipitando sulle nostre case. Poi pochi colpi precisi silenziano anche il grido dell’artiglieria.

Per tutta la notte Gressoney risuona degli incendi e delle urla, delle bombe e delle esplosioni: serbatoi di gas, fornelli da cucina, taniche di benzina. Il livore del nemico tutto colpisce ed azzera.

Sono le sei della mattina dopo quando, improvvisamente, un silenzio di piombo cala su di noi. Ancora due ore di buio, poi potremo vedere. Non vogliamo, ma dobbiamo sapere. Non abbiamo notizie dagli altri paesi. Ogni cosa è al buio. Aspettiamo.