La via del Sol Levante. Il viaggio giapponese di Mario Vattani

La via del Sol Levante. Il viaggio giapponese di Mario Vattani

Nel leggere I libri degli altri, ricordando il titolo di una raccolta – uscita postuma nel 1991 – di scritti sul lavoro editoriale di Italo Calvino all’Einaudi, capita talvolta di imbattersi in opere che giungono tra le mani come se seguissero uno strano “progetto”. Subito dopo aver recensito l’intenso e coinvolgente L’impero bonsai (Rizzoli, 2007) di Indro Montanelli, che racchiude dei suoi articoli apparsi per la prima volta sul Corriere della Sera tra il novembre 1951 e il marzo 1952, periodo in cui il grande giornalista soggiornò in Giappone, ecco che sul tavolo del nostro studio ha trovato posizione La via del Sol Levante di Mario Vattani. Quindi, da una narrazione di stampo prettamente giornalistico sul Giappone del Dopoguerra, a quella di un diplomatico italiano appassionato dell’Oriente, il quale riesce a realizzare il suo sogno di trasferirsi nel Paese del Sol Levante, per intraprendere un lungo viaggio in motocicletta al suo interno. Due “Giapponi Diversi”, eppure sempre, in entrambi questi libri, si incontrano quegli elementi esclusivamente nipponici che fanno di questa complessa e, talora, contraddittoria Nazione un luogo unico sulla Terra.

Il viaggio di Vattani comincia nella primavera del 2004, e ciò avviene in modo abbastanza suggestivo e originale. Sarebbe a dire, che l’autore non si dilunga affatto in ermetiche introspezioni per spiegare il perché di questa sua avventura. Sale sulla sua moto e parte, e noi con lui, portandosi dietro una buona conoscenza del Giappone e, specialmente, tante speranze, insieme a qualche timore che alcuni miti giovanili legati alla storia e cultura dell’Arcipelago possano tradire le sue aspettative quando avrà modo di confrontarcisi di persona. Tra una sosta e l’altra di questo percorso solitario nei luoghi meno conosciuti del Sol Levante, la narrazione si intreccia saldamente con la storia dei rapporti tra Italia e Giappone, argomento che, come avremo modo di vedere, funge da fil rouge nel libro, alla riscoperta di un legame, quello tra questi due Paesi, che oggi la stragrande maggioranza degli italiani ignora nella sua interezza e che, per converso, sta a dimostrare quanto il Belpaese fu neanche troppi anni or sono una Nazione tutt’altro che provinciale, come molti benpensanti del progresso della Era Repubblicana non si limitano esclusivamente a credere, ma purtroppo propagandano in media e libri da decenni, svilendo in tal guisa i vari Primati Italiani; nel nostro caso, quello nell’orientalistica. Fosse anche soltanto per questo, La via del Sol Levante si rivela una lettura preziosa per chiunque volesse accorgersi che, parlando del Giappone, è possibile pure scoprire molto sulla nostra stessa storia. Un tentativo, quello di Vattani, di scagliarsi contro l’ipocrisia del dimenticare, caldeggiando una visione che taluni faziosamente giudicano reazionaria, e che è invece essenzialmente risanatrice di fondamentali verità storiche.

Stilisticamente, questo testo lo si potrebbe definire una sorta di “diario contemporaneo”, connotato da un linguaggio semplice, con frasi essenziali, ma dal forte impatto emotivo. Una forma letteraria in cui il narratore è il libro, ancor più che la storia che racconta. Ciò non può che rimandare al lascito di Jack Kerouac (1922 – 1969), col suo celeberrimo Sulla strada (“On the Road”): romanzo autobiografico, scritto nel 1951 e pubblicato nel 1957. Non sappiamo se e quanto Vattani abbia tratto ispirazione dallo scrittore statunitense; ciononostante, il suo libro risente di quei “ritmi” che hanno reso popolare l’opera di Kerouac.  Parliamo ora del luogo ove si svolge la storia raccontata da Vattani, quel Sol Levante al quale si fa riferimento sin dal titolo. Possiamo dire che in questo libro sono presenti diverse, utili informazioni, rese in un modo che tutti possono comprenderle, scandite in un viaggio in quello che lo stesso Vattani chiama: “Giappone profondo”. Egli non fa mai mistero delle sue intenzioni, a partire dal fatto che questo suo lavoro sia dedicato a Yukio Mishima: “[…] tutto sommato è attraverso Yukio Mishima, le sue opere e la sua storia personale che si è aperta per me, allora ancora adolescente, la via del Giappone” (13-14).

Il pellegrinaggio spirituale e tradizionale di Vattani “parte da Meiji”, per la precisione da Aizu-Wakamatsu (13), località leggendaria del massacro del Byakkotai (白虎隊, “Corpo della Tigre Bianca), episodio cardine della  Guerra Boshin (戊辰戦争, “Boshin Sensō”, “Guerra dell’Anno del Drago”), combattuta tra il 1868 e il 1869, che lacerò il Paese tra i sostenitori dello Shogunato Tokugawa e i fautori della Restaurazione Meiji, la quale avrebbe cambiato per sempre il Giappone in una Nazione moderna, con risultati contrastanti per la conservazione dello spirito originario del Popolo Nipponico. Da Aizu comincia, per non fermarsi più, il percorso antimoderno di Vattani nel suo romanzo. Questo avviene quasi come un satori dello Zen, che vede i prodromi nell’incontro con un  vecchio ubriaco che gli grida ripetutamente “Itaria” (Italia) (21), per assumere poi forma completa nella scoperta di una colonna romana proveniente da Pompei, dono inviato nel 1928 da Benito Mussolini in persona, il quale rimase colpito nell’udire la vicenda di questi giovani samurai, immolatisi per la difesa della Tradizione. L’incontro di Vattani con la colonna romana, sulla quale è posizionata un’aquila morente, è pieno di stupore, rimanendone quasi stordito. Forse la cosa che più apprezziamo di questo suo scritto è quella sete di sapere, di riannodare il magnifico legame che ci lega al Giappone, per l’appunto a quello “profondo”, per dirla con l’autore, e non più quello pulviscolare e frammentato contemporaneo che tanto ammaliò Roland Barthes prima e il nostro Italo Calvino poi. Vattani ricerca una cultura che è stata per millenni un corpo unico, compatta e coerente, quindi “geneticamente” antimoderna, come spiegò magistralmente Julius Evola nei suoi articoli dedicati all’Arcipelago.

Con umiltà, Vattani scopre pagina dopo pagina tante cose sull’Italia, sul suo essere il Paese che alla fine per i nipponici – almeno per quelli migliori – ha sempre contato un po’ più degli altri, riportando queste sue esperienze senza i toni tronfi dello specialista: “Le racconto anche, senza confessare che io stesso l’abbia appreso solo ora, di quanto lo studio del kyudo abbia in Italia una storia ben più lunga che in molti altri paesi occidentali […] (59). Il libro di Vattani è perciò una graduale e inesorabile riscoperta di uno dei principali Primati Italiani, quello che riguarda la nostra, potremmo persino dire ancestrale, conoscenza dell’Asia. In questo caso è il Giappone, col quale il nostro Governo di fine ‘800 intendeva instaurare dei rapporti paritari. Intento nobilissimo, quello italiano, osteggiato dalle altre potenze europee (70-71). Passano gli anni, e questo Occidente si rivela immancabilmente il medesimo per il Belpaese: alleati sbagliati e con le Nazioni “bianche” che mai seguono la rotta che noi tracciamo. Come adesso avremmo di certo un Medio Oriente assai più pacificato se si fosse sposata la linea indicata da Enrico Mattei, lo stesso dicasi per l’Impero del Sol Levante, al quale, dal 1854 in poi, Americani ed Europei imposero gli infami Trattati Ineguali, generando quel risentimento che alimentò l’ostilità nipponica in campo internazionale. Come non riflettere allora su quella presenza di Roma in Giappone di cui parla l’autore: “Infatti per un momento non credo ai miei occhi, perché avvicinandomi alla base della colonna, vedo campeggiare, incisa nel marmo in grandi lettere romane, la scritta S. P. Q. R.” (31).

Questo testo propone altresì un interessante ragionamento sulla yamatologia in senso lato (62-64), sulla necessità di rivalutare gli studi di quei tanti orientalisti nostrani, da tempo ormai obliati, e che, per converso, come nel caso del volume Il paese dell’eroica felicità (1941) di Pietro Silvio Rivetta (1886 – 1952), hanno dato un contributo fondamentale nella spiegazione del Giappone tradizionale, dei suoi usi e costumi. Proprio in questa parte del suo libro, abbiamo trovato l’unica posizione che sentiamo di non condividere con Vattani. Ci riferiamo al suo scarso apprezzamento di Fosco Maraini, il quale è stato, e non solamente per noi, il maggiore yamatologo del XX secolo, dedicando al Sol Levante scritti mirabili, tra tutti Ore giapponesi (1957).

Decisamente corrette sono le osservazioni di Vattani sul concetto di Stato-Impero, tematica che, mutuando le idee dell’orientalista e geopolitologo tedesco Karl Haushofer (1869 – 1946), è la principale chiave di lettura per capire l’essenza del Giappone moderno. Questo elemento valoriale, il diplomatico italiano dimostra di intuirlo chiaramente: “Per la prima volta, mi dico, prendendo ancora un sorso di vino italiano, ho ricevuto un’istruzione da un membro della famiglia imperiale. Ora capisco perché gli ordini imperiali hanno un sapore diverso da quelli repubblicani.” (50).

In conclusione, il viaggio di Mario Vattani è un percorso storico-spirituale che ci ha convinto, essendo stato egli capace di comunicare il fascino inquieto di un Paese in cui: […] nulla riposa, nulla è sereno” (34). Inoltre, abbiamo veramente gradito la sua voglia di portare l’Italia con sé, benché non manchi mai di palesare di essere felice di starne lontano: […] associare l’Italia alla materia, a Medusa, al toro sacrificale da cui assolutamente allontanarsi per raggiungere una luce diversa, più solida, più reale” (57). La via del Sol Levante è in definitiva un buon libro, poiché scritto sì in modo semplice, nondimeno con un linguaggio gradevole e, cosa ancor più importante, è un testo utile. Ovvero, pieno di informazioni che gli specialisti tendono sistematicamente a non fornire, le quali servono a ristabilire il nostro antico rapporto col Giappone, che è lungo e solido alla stessa stregua della colonna romana che si trova tutt’ora ad Aizu. Vattani mette inconsapevolmente l’identica “giusta distanza” che Goffredo Parise scelse per L’eleganza è frigida (1982), per noi ineguagliato libro di odeporica in terra giapponese. Se nel caso di Parise l’Italia è quella del famigerato Pentapartito – non che oggi la situazione sia migliore, anzi – un luogo che lui sceglie dispregiativamente di chiamare “il Paese della Politica”, quindi una Nazione vile e corrotta, principalmente se confrontata col Giappone; per Vattani la lontananza dall’Italia è ugualmente positiva, poiché gli è servita soprattutto per comprendere che la Via che porta al Sol Levante non parte da Berlino, Londra, Parigi o New York, bensì da Roma!  

Mario Vattani, La via del Sol Levante. Un viaggio giapponese, Roma, Idrovolante edizioni, 2017