Accoglienza o meticciato?

Accoglienza o meticciato?

“Scappano dalla guerra, dobbiamo accoglierli”. Questo è il nuovo must dell’Italia e dell’Europa progressiste, un filone che parte dagli scantinati adibiti a centri sociali e che giunge fino alle più alte cariche istituzionali nazionali e comunitarie.

Ma cosa vuol dire esattamente “accoglienza”? Lo stato attuale dei fatti, la crisi in Medio Oriente dovuta alle guerre scatenate dalla NATO e dal fondamentalismo islamico, la condizione di estrema povertà di molte nazioni, spesso dovuta alla frettolosa decolonizzazione o all’instaurazione di dittature militari supportate dall’Occidente democratico, la mancanza di prospettive, risveglia in molte coscienze nostrane la sindrome da crocerossina, che si trasforma in una presa di posizione a favore dei trasferimenti di massa da realtà povere a realtà più ricche.

Naturalmente, nessuno è insensibile alla sorte di queste persone, colpevoli solo di essere nate e vissute in Paesi in seria difficoltà. E nessuno si oppone se le organizzazioni internazionali preposte stanziano fondi per lenire le sofferenze di quei Popoli meno fortunati.

Come mai allora l’ormai famosa frase “aiutiamoli a casa loro” spaventa così tanto? Dove sono il razzismo, l’odio, la xenofobia nel voler contribuire a creare condizioni di vita agiate in Paesi ora sottosviluppati?

L’accoglienza tanto desiderata – in un ipotetico scenario in cui sia fattibile senza condizionare la nostra vita e le nostre tasche – per come è pensata, dovrebbe comunque risultare una soluzione temporanea in attesa che la situazione in zone di guerra o di povertà si risolva, permettendo un rientro totale di tutti i migranti nei loro paesi di provenienza.

Sappiamo però, dai discorsi degli stessi sostenitori dell’immigrazione, che la semplice accoglienza non è sufficiente a creare il loro piccolo paradiso multiculturale (o meglio a-culturale). L’accoglienza diventa il primo passo per formare popoli amorfi senza il minimo senso di appartenenza, dove il fine ultimo è lo spostamento continuo, la crescita è solo individuale e marginalmente sociale, le lingue, le religioni, le tradizioni sono relegate al mero studio etnologico.

L’accoglienza quindi è solo una maschera, un espediente utilizzato dagli immigrazionisti per creare “nazioni” multietniche, ove i confini non esistono più. Se la questione fosse puramente filosofica e morale, la lotta rimarrebbe confinata in questo solo contesto; ma i problemi che ne nascono sono anche e soprattutto di natura sociale ed economica. E allora diventa legittimo il dubbio secondo cui l’immigrazione non sia solo desiderata da chi (non si sa ancora per quale motivo) voglia a tutti i costi un Occidente meticcio; al più, questa diventa solo la giustificazione che qualcuno vuole dare ai Popoli per far loro accettare la situazione, attraverso la scuola ed i mass-media.

Viene da pensare, ed i fatti sempre più lo dimostrano, che l’immigrazione sia voluta da chi trae profitto dalla distruzione delle Nazioni come le conosciamo, dai conflitti etno-culturali tra “vecchi” e “nuovi” occidentali, dall’utilizzo dell’esercito industriale di riserva che anche Karl Marx, il padre del comunismo, osteggiava in quanto strumento del capitale.

Abbiamo mai visto le famose ONG, ma anche la politica, battersi con lo stesso impegno per le persone in difficoltà in Occidente? La situazione è naturalmente diversa, ma la fame è uguale per tutti. E aggiungere miseria alla miseria non aiuta certo a trovare una soluzione, al più può generare conflitti etnici e sociali tra la parte ormai privilegiata (gli stranieri) e quelli dimenticati (noi).

E quindi viene spontanea la domanda delle domande: gli immigrazionisti sono davvero interessati alla sorte dei profughi (veri o presunti) o vogliono strumentalizzarli per creare il mondo meticcio di cui sopra? E questo mondo meticcio è frutto di un desiderio umano o di un interesse personale molto più recondito e molto meno crocerossino? Ai posteri l’ardua sentenza…