I giorni del giglio – Capitolo 11. Qualcosa si è spezzato

I giorni del giglio – Capitolo 11. Qualcosa si è spezzato

Ci sono immagini che l’occhio non accetta. Lo sguardo indugia su particolari periferici, la mente registra i dati più banali. L’acqua del fiume scorre ancora. C’è un passero sul ramo. Il mattino ha sempre un lento andare di rumori e di cieli velati.

Neppure la pietà – o l’indifferenza – della natura, però, ci esime ora dal guardare. Una distesa di case sventrate, di campi dissodati dal ferro crudelissimo e vile. Piangiamo mille morti. Un’enormità: un terzo di noi. Tutto il giorno dopo la strage vaghiamo come ombre nel cimitero che, ieri, era la nostra casa. Il mutismo totale è il contrassegno dell’inesorabile: ci colpissero ora, ci attaccassero ancora, avrebbero partita vinta.

Siamo i re degli stracci e delle lacrime. Non c’è nulla a cui mettere mano: ricostruire un muro? Riparare una condotta? Che fare? Seppellire i nostri, o seppellirci tutti? Le uniche parole sono le pietre delle maledizioni lanciate contro gli apparecchi nemici. Pietre radissime in un silenzio pesante, insostenibile. Disperato.

I camerati che incontriamo sulle strade degli altri paesi ci confermano che il massacro non ha risparmiato neppure il più misero e remoto abitato. Una carneficina studiata, odiosa. Prestiamo i soccorsi a chi ancora respira; cerchiamo un sacerdote per gli altri: di tre che erano, ne troviamo uno, ferito gravemente. Don Andrea, cinquant’anni e un mitra sulla veste nera. Un braccio insanguinato, ma benedice ancora chi parte.

Ma quello troviamo fra le macerie incendiate e la terra violentata è quasi peggio della grandinata di colpi. “Fratelli di Gressoney, il mondo inclusivo e felice che combattete vi aspetta a braccia aperte. Abbiamo cibo e divertimento, avrete una casa e il vostro posto nelle nostre città colorate. Abbassate le armi e abbracciate il regno dell’amore”. Sotto, un logo arcobaleno e un bacio stampato con rossetto scarlatto: da labbra di uomo.
Persino prima di seppellire i nostri morti facciamo un fuoco immane. Quella carta turpe e scellerata brucia e, nella febbre che ci divora, sembra ghignare di un sibilo onnipresente e volgare. Aggiungiamo più legna.

La sera di quel giorno è assurdamente chiara: una sera d’estate prestata a questa primavera di morte. Senza un comando, ci ritroviamo tutti sulla Öbre Platz, sgomberata alla bell’e meglio dalle rovine. Chi ha ancora una divisa, la indossa. Le donne Walser hanno il bel costume della loro gente. I nostri anziani hanno la cravatta, le donne la veste migliore. Ci trovassero così, non avremmo scampo. Non c’è nessuno a presidiare lo Sbarramento, né i valichi eccelsi o le ridotte sui dorsi dei monti. Che vengano stasera, se è destino.

Vegliamo in un silenzio perfetto, mestamente inquadrati. Un’ora trascorre soltanto per sentire il vento tra i rami; per vedere le nuvole in cielo trascolorare in rosa. Le montagne lungamente trattengono l’ultima luce. E proprio quando sul fondo della vallata si spegne l’ultima luce, la prima si accende fra noi. Una fiaccola, un’altra, un’altra ancora. La piazza si fa prato di stelle, stelle senza fumo che divampano immobili.

Non servono discorsi, né pianti, né bandiere. Non serve altro che la dignità di questi uomini e di queste donne. Vegliamo fino a notte fonda, fino a che l’ultima fiamma si spegne. Qualcosa si è rotto potentemente in noi, spezzato dalla pugnalata piombata dal cielo. Qualcosa si è rotto in noi, e sappiamo che per lungo tempo questa nostra ultima Europa non vedrà né feste, né distrazioni, né risate, né canti, né riposi.

La notte ha il sapore della terra e la freddezza dell’aria gelata. E noi siamo terra ed aria tagliente. Stanotte, al rifugio, puliamo le mitragliatrici.