I giorni del giglio – Capitolo 12. Te Deum tra le rovine

I giorni del giglio – Capitolo 12. Te Deum tra le rovine

Il primo giorno di primavera, alle cinque del mattino, dodici corde lanciate sull’orrido su cui si affaccia lo Sbarramento saettano silenziosamente sulla parete opposta e intercettano la ramaglia sotto le vedette nemiche. Una nebbia sottile di umidità sale dal Lys. Le foglie ne sono impregnate. Il loro stillare è l’unico suono che accompagna la nostra sortita.

Sono trascorse due settimane dall’attacco nemico. Due settimane in cui ognuno di noi, dal bambino al novantenne, ha lavorato alacremente e in silenzio. La nostra, in questi giorni, è stata una valle di fantasmi senza riposo. In piedi, sull’ultima murata dello Sbarramento, dodici file di volontari. Ma eravamo tutti volontari. Ne abbiamo estratti a sorte sessanta fra i più vigorosi e decisi.

Le teleferiche lanciate sull’abisso, accuratamente oliate, non mandano alcun rumore agli avversari in ascolto dietro alla coltre di nebbia. Scarponi leggeri toccano il suolo e si scostano, lungo lo strettissimo bordo di pietra, per lasciare il passo agli altri camerati. Un fruscio, qualche sasso spostato. Forse questo hanno sentito i maledetti che hanno massacrato le nostre famiglie indifese.

Scavalchiamo di slancio la palizzata malamente eretta dal nemico – più per ripararsi dai nostri radi colpi che per fronteggiare un assalto – e diamo fondo ai primi colpi, attutiti dai silenziatori accuratamente preparati.Colpiamo alla cieca, solo per accorgerci che la difesa del mondo – il mondo che così accanitamente ci assedia – era affidata a tre sbarbatelli addormentati. Non ci hanno neppure sentiti arrivare. Ma non ci importa. Andiamo.

L’abitato di Fontainemore si estende come estrema propaggine degli invasori. Ce lo troviamo di fronte, ben diverso dall’ultima immagine che ne avevamo serbato. Della robusta austerità del bel villaggio antico rimane soltanto un’impronta derisa e deformata.

Dappertutto traspare l’incuria e la mollezza dei nostri avversari: rifiuti, resti di auto, stracci, riviste sguaiate, porte sfondate. Nell’antica merceria ora c’è una lavanderia a gettoni. Accanto, un distributore di snack industriali. Su molte delle case sventolano le bandiere arcobaleno; su tutte, eccetto quelle più vicine alla vecchia chiesa. Le abitazioni dei musulmani sono addossate al minareto, su cui brilla orribile la mezzaluna dalla luce radente. Ed è lì che ci dirigiamo.

I pochi già svegli e caracollanti fra le catapecchie ci vedono arrivare. Sono disarmati. Li incalziamo con un mare di colpi, passo dopo passo. Mano a mano che avanziamo, incendiamo. Finestra dopo finestra. Inizia la canzone cruenta della mitragliatrice. Fontainemore è un formicaio in fermento, le logore persiane arcobaleno si chiudono, qualche mano vile azzarda il lancio di un sasso, poi tace.

I fanatici si asserragliano nelle case attorno al minareto. Non riescono a capire cosa stia succedendo: noi parliamo il linguaggio delle granate. Miracolosamente nessuno di noi viene colpito, siamo pura azione. Prendiamo il campanile violentato dalla barbarie del nemico. Due dei nostri raggiungono la cima, con un calcio il sogghigno rosso della mezzaluna ha fine. Si sfracella giù a basso, fra le travi incendiate. Da uno zaino spunta una croce: la alziamo sul tronco reciso che per mille anni l’ha accolta. Ci segniamo in silenzio.

Prima che l’avversario si riorganizzi, riguadagniamo il fossato. Fontainemore brucia, deserta. Neppure un grido di ferito. Nel divampare delle fiamme, nell’incerta luce del primo giorno, le case riacquistano un’ombra di antica bellezza prima di crollare sulle fondamenta.

I camerati allo Sbarramento inclinano all’unisono i cavi della teleferica. Scivoliamo svelti al riparo, seguiti dalle scintille di quel mondo così sicuro di sé che ora brucia. Non c’è festa fra noi. Lasciamo i fratelli di guardia e risaliamo la valle, paese dopo paese. I nostri cari, i nostri sopravvissuti escono dai casolari e ci stringono le mani senza dire nulla. Qualche anziano piange di commozione.

Nel pomeriggio, il Te Deum risuona glorioso a Saint Jean, fra le mura della chiesa devastata dal nemico. Chi è in divisa è in prima fila: è l’unico onore cui ambiamo. E già impalcature e travi ordinate sono disposte fra i banchi. Chi mantiene intatta la propria anima può ricostruire ogni cosa. La vita ha ripreso a scorrere nelle nostre vene: che vengano ancora.