Quando il Nemico è una brava persona. Piccolo breviario di sopravvivenza alla bontà

Quando il Nemico è una brava persona. Piccolo breviario di sopravvivenza alla bontà

Immaginiamo di entrare in una stanza di ospedale, dove giace gravemente malata una signora già avanti negli anni. Le prescrizioni sono chiare: niente bevande alcoliche, riposo assoluto e medicine a intervalli regolari.

Nella stanza ci sono i nipoti della signora. Brave persone, a modo loro, con un gran cuore e tanta sensibilità. Tutti si affannano per fare sentire meglio la signora. C’è chi le dà un sorso del suo liquore preferito, chi le ha preso un tapis-roulant per farle fare ginnastica, chi butta via le scatole di medicine e, invece, preferisce far assaggiare alla signora una fetta del suo dolce preferito. Tutti umanissimi, cari e adorabili. Venti minuti dopo, stiamo entrando perché sono tutti in allarme: la signora sta male. E noi siamo i medici.

Gettiamo nella spazzatura le bottiglie, smontiamo il tappetino, facciamo silenzio e riprendiamo la somministrazione dei farmaci. Senza gridolini di gioia, senza selfie con la vecchia paziente. Aggiungiamo: senza neppure molta gratitudine da parte degli sprovveduti nipoti, che non hanno più nulla da fare e gironzolano nella sala d’attesa con le mani in mano.

Quella stanza di ospedale è l’Europa, la vecchia signora – lo avrete capito – è il nostro Paese. Ed è un Paese di nipoti zelanti che, per la maggior parte, avvelenano la paziente con la massima euforia e buona fede. Ma vediamoli un po’ più da vicino, questi nostri avversari a cui, se non fossimo in guerra, daremmo volentieri un buffetto affettuoso e compreremmo un gelato.

C’è la madre / insegnante / attivista / zia di sinistra, oppure grillina, o anche democristiana “nuova guardia”, che si affaccenda nei municipi e nelle scuole per propagare il verbo dell’accoglienza, che organizza pesche di beneficenza per i bambini del Bangladesh, che si commuove per le alluvioni a Sumatra. Invece di preparare golfini, si affanna notte e dì per rendere questo posto un mondo migliore: tipicamente, ha sempre una monetina anche per la rom davanti al supermercato.

C’è il ragazzo dissidente – soft di paese e di città, che fa le cene solidali, le sagre per i migranti, le partitelle per i compagni in difficoltà, che va ai concerti, ma sì, qualche canna, qualcosa in più magari, ma alla fine la domenica è sempre dalla mamma a pranzo, ha pescato qualche laurea nel cestone dell’istruzione ed è così creativo da non poter essere una brava persona. Ha la bocca piena di “sogni”, “viaggiare”, “esperienze”, sigarette e lotta di classe.

C’è il nonno comunista, gran lavoratore, che sulla carta sembra burbero ma, poi, alla fine ha sempre la lacrimuccia pensando al Berlinguer, al Togliatti, alle fabbriche e al Partito. E, alle urne, fino a quando le gambe lo reggono vota invariabilmente PD. “Nonno, ma sei contro le droghe?” – “Certo!” – “Il PD le vorrebbe legalizzare, quelle leggere” – “Ah”. “Nonno, ma sei contro l’invasione degli immigrati?” – “Certo” – “E il PD è a favore dell’accoglienza” “E vabbé, ma chi dovrei votare sennò, fascista?”.

E in tutto questo gran frastuono e giravolta di walzer di solidarietà equa e solidale, si agitano anche – mischiati a queste categorie improbabili – corpuscoli difficili da immaginare, ma che tocchiamo con mano: l’evangelico che prega perché l’invasione realizzi la volontà divina; la cooperante che “sì, ogni tanto allungano le mani, ma sono bravi ragazzi”; la sindaca che sponsorizza il progetto per il lavoro ai fratelli migranti, in Comuni in cui magari il 60% dei giovani locali è a casa. E così, all’infinito, in una collosa fraternità di buone intenzioni. La cosa che fa trasecolare è la loro totale buona fede, il loro perfetto indottrinamento ideologico. Collaborano inconsapevolmente al male realizzando tanti frammenti di bene apparente.

Armiamoci quindi di tanta pazienza ed entriamo nella stanza del malato. Isoliamoci dalle voci dei nipotini zelanti. Strappiamo le bottiglie di liquore, andiamo a procurarci nuove medicine. Pazientiamo, perché la nonna malata non ha bisogno di fretta, ma di costanza.

Avere a che fare con la bontà inconsapevole di chi abbiamo di fronte può richiedere un enorme autocontrollo. E’ fastidioso, espone alle critiche occhiute di chi osserva l’apparenza: “Ma come, se le piace la torta, lasciagliela mangiare”. Ci vuole veramente coraggio, talvolta, ad affermare la dura necessità: “Se la mangia, muore”.

L’opera di correzione di questo sbaglio titanico sarebbe molto più facile, forse, se avessimo davanti un muro di nemici in mala fede, consapevoli intimamente dello sfacelo cui cooperano.Ben diverso, invece, è il caso di un coacervo di zelanti rematori che spingono la barca verso il precipizio perché convinti che sia la strada giusta; di un branco di pecore che, assieme, formano inconsapevolmente la figura del lupo.

E la domanda, carica di conseguenze etiche, è sempre la stessa: “Che fare di questi sventurati di buona volontà?”. Dove non può la persuasione, dove non può la ragione, può soltanto l’esempio. Un esempio costante e impegnativo, lo stesso del medico che, aperta la porta della sala d’aspetto, può dire ai nipoti in attesa: “Sta meglio. Lasciatela tranquilla”.