Flat tax. Una buona idea?

Flat tax. Una buona idea?

Recentemente l’Istituto Bruno Leoni, di scuola schiettamente liberista, ha proposto un vasto piano di riforma del sistema fiscale italiano, proponendo una flat tax universale, idea, peraltro, già ventilata da qualche tempo dalla Lega Nord.

Certo, l’indirizzo di provenienza dell’istituto non è il nostro, e basta visionarne il sito per trovarvi difese numerosi aberrazioni (una su tutte il famigerato fiscal compact), tuttavia, se non altro per il fatto di essere una proposta concreta – evento raro nel mare di parole vuote su cui naviga quotidianamente la politica italiana – merita senz’altro d’essere presa in considerazione e analizzata senza i paraocchi dell’ideologia.

D’altronde, riteniamo che se la cosiddetta “destra radicale” vuole veramente mantenere un concetto di “terza posizione”, allora deve mantenersi veramente equidistante sia dalle istanze liberali che da quelle socialistiche. Questa equidistanza, a mio modesto avviso, è da conservarsi ancora nel mondo d’oggi, nel mondo cioè del post-muro di Berlino e del conseguente trionfo quasi assoluto del sistema capitalistico su quello marxiano.

L’amore incondizionato dei vinti, espresso spesso senza se e senza ma, o il voler a tutti i costi riportare in auge, per intravedervi improbabili alleate, dottrine che sono miseramente collassate su se stesse (pur pavoneggiandosi di essere “storicamente necessarie” e “scientificamente certe”, in virtù della dottrina del materialismo dialettico), non mi sembra francamente una buona idea.

Equidistanza significa trattare il problema economico in via eminentemente pragmatica, cogliendo da entrambi i campi, quello del libero mercato e dell’iniziativa individuale, così come da quello della pianificazione e dell’intervento pubblico, spunti e linee guida da applicarsi a piacimento a seconda dei tempi e dell’interesse reale di questa nostra povera Italia.

Fece forse qualcosa di diverso il Fascismo che si ingaggiò tanto nella battaglia di sapore strettamente liberista della “Lira a quota novanta”, quanto nell’intervento diretto dello Stato nella ricostruzione e pianificazione industriale e finanziaria della Nazione?

Fatte queste premesse, cerchiamo di vedere pregi e difetti di una flat tax per come la propone l’Istituto Bruno Leoni.

La proposta prevede innanzitutto l’abolizione definitiva dell’IMU, o di qualunque imposta equipollente sulla prima casa, dell’IRAP e l’adeguamento di ogni altra forma di imposizione, sia su persone fisiche che giuridiche, ad un’aliquota fissa del 25%, da applicarsi quindi su IRPEF, IRES, IVA etc…

Ovviamente ai redattori della proposta non è sfuggito che una flat tax “pura”, facendo mancare il principio di progressività dell’imposizione fiscale, sarebbe certamente bollata come incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Né, d’altra parte, sembra veramente discutibile il fatto che solo la proporzionalità dell’imposta basti a giustificare un’equa imposizione.

In esempi: chi dichiara un reddito di 1 milione di euro pagando 250mila euro di imposta paga certamente di più di chi, dichiarandone 30mila paga 7mila e 500, tuttavia nessuno dubita che l’incidenza del prelievo su un bilancio familiare sia maggiore nel secondo caso.

Ad emendare la proposta ci sono però due aggiustamenti.

Il primo è il sistema di detrazioni che inciderebbero di più sulle fasce di reddito più basse; una detrazione dalla base imponibile di 7mila euro, che sembra essere la cifra indicata, trasformerebbe un reddito di 27mila euro in uno di 20mila, uno di 35mila in 28mila e così via, avendo quindi un effetto maggiore tanto è più basso il reddito.

Il sistema, inoltre, prevederebbe un’imposta negativa (ossia un trasferimento, anziché un prelievo) agli individui incapienti, imposta negativa che diventerebbe una sorta di “reddito di cittadinanza” o di “reddito di inclusione” (più modestamente l’Istituto parla di “minimo vitale”) da assegnarsi ai meno abbienti.

Inoltre, nel computo di tutto il sistema di deduzioni e detrazioni il sistema prevederebbe un computo su base familiare, al posto dell’attuale sistema individuale con ripartizione di parenti a carico, svolta quest’ultima sicuramente ben accetta a prescindere da qualunque altro connotato, poiché ci porterebbe sicuramente molto più vicini ad un sistema di quoziente familiare, che è la condicio sine qua non dell’equità fiscale e di una qualunque politica economica volta a incoraggiare l’istituto familiare di per sé.

Il secondo aggiustamento, anche questo molto interessante e ancor più innovativo, sarebbe il cosiddetto sistema dell’opting-out.

I contribuenti dalle fasce di reddito più alte – cioè quelle che, in ogni caso avrebbero sconti maggiori sulle aliquote – sarebbero chiamati ad una contribuzione diretta per poter ricevere alcuni servizi pubblici – nello specifico, la sanità – sotto forma di una sorta di assicurazione sanitaria da pagarsi allo Stato. Nel caso tuttavia questi stessi contribuenti non volessero usufruire del servizio sanitario pubblico, essi potrebbe fare appunto la scelta dell’opting-out ossia stipulare un’assicurazione sanitaria privata e perdere conseguentemente l’accesso ai benefici del servizi pubblico.

L’idea è molto interessante per diversi aspetti.

In primis, perché porterebbe i cittadini che, come detto, da una parte ricevono gli sconti maggiori a veder in parte compensato quel beneficio con altre forme di contribuzione.

In secondo luogo, questa diversa contribuzione servirebbe a finanziare il servizio pubblico non tramite il grande calderone anonimo della fiscalità generale dello Stato, ma tramite versamenti che avrebbero un servizio specifico come diretta contropartita.

In terzo luogo, si lascerebbe libertà di scelta a cittadini che lo volessero di rivolgersi ad erogatori di servizi privati senza pregiudizio del servizio pubblico offerto gratuitamente a tutti gli altri.

In questo caso, il sistema sanitario nazionale si leverebbe quella patina di universalismo con cui nacque negli anni Settanta per opera dei governi del centrosinistra a forte pressione esterna del PCI. Lo Stato riguadagnerebbe cioè una parte della sua vocazione “sussidiaria”, arrivando a fornire assistenza solo a tutte quelle fasce della popolazione che ne hanno bisogno, lasciando che gli altri, chi dispone di risorse proprie abbastanza capienti, possano rivolgersi a organismi intermedi tra lo Stato e l’individuo.

Inoltre, è anche facile immaginare che a livello regionale si possano avere differenti livelli di adesioni al sistema di opting-out. Regioni con un servizio sanitario più efficiente, come potrebbe essere la Lombardia in rapporto, ad esempio, al Lazio, potrebbero avere meno cittadini che scelgano effettivamente  l’opting-out. Costoro continuerebbero a usufruire delle strutture di servizio pubblico, finanziandole però in maniera supplementare tramite pagamenti ad hoc. Un sistema, insomma, volto a dare un minimo di incentivo all’efficienza, senza pregiudizio dei servizi garantiti.

Oltre a questi aspetti qualitativi, bisogna considerare un po’ di aspetti quantitativi della riforma, e forse è qui la parte più problematica, anche in vista di una eventuale reale attuazione.

Il cambiamento di regime fiscale infatti sarebbe volto ad un abbassamento complessivo della pressione fiscale, in favore di famiglie e imprese, dall’attuale 43,6% del PIL a circa il 39,6% (sotto quindi la soglia del 40%, che rappresenta una delle tante mete promesse e mai raggiunte dai governi Berlusconi).

Ovviamente a ciò dovrebbe corrispondere o una simmetrica diminuzione della spesa pubblica o un aumento del deficit e del debito.

Sicuramente nella mente dei redattori della proposta la seconda ipotesi non si pone nemmeno (mentre per noi sul debito ovviamente non esistono tabù), e perciò è chiaro, da parte dell’IBL, l’intento far fronte ai costi degli sgravi tramite una robusta riduzione della spesa pubblica.

Una parte della spesa sarebbe sicuramente in naturale diminuzione per i già visti meccanismi di opting-out; tuttavia, oltre ad essere difficilmente stimabile ex ante il numero di aderenti, è anche evidente che queste fuoriuscite sarebbero comunque ben lontane dal colmare il 4% di PIL che costerebbe il tutto.

E’ chiaro che l’Istituto si muove nella logica liberista del detto “hungry the beast”, “affama la bestia”, dove la bestia sarebbe la spesa pubblica, che dovrebbe diminuire poiché privata di risorse. Inutile sottolineare che, anche in economie “più evolute” di quella italiana, l’applicazione di tali logiche ha quasi sempre portato ad aumenti del debito e a deficit in crescita.

Forse, quindi, per salvare l’impianto generale della riforma – che come detto possiede aspetti qualitativi interessanti a prescindere, quali la base familiare e lo Stato sussidiario – si potrebbe pensare ad un’attuazione moderata e progressiva, sostituendo l’aliquota del 25% con una leggermente più alta, da stimarsi tra il 26 e il 27%.

In ultimo, per non mancare di niente, la nota dolente. L’aumento dell’IVA al 25%, che l’Istituto giustifica con i corrispettivi sgravi IRPEF e su altre imposte, sembra rientrare nella tipica logica liberista che predilige lo sviluppo del lato dell’offerta che quello della domanda.

Peccato però che, come tutti sanno, le imposte indirette pesino di più sui redditi più bassi che su quelli più alti, che dovendo spendere una parte minore del proprio reddito per vivere ne dedicano in percentuali maggiori al risparmio e all’investimento. Perciò, molti dei risparmi che le fasce di reddito medio-basse avrebbero grazie alla flat tax lato imposta sul reddito se lo vedrebbero sottratto lato imposta sui consumi.

Questa differenza tra imposizione diretta e indiretta potrebbe giustificare l’introduzione di correttivi che rendano l’aliquota IVA più bassa dell’aliquota piatta da applicarsi su tutti gli altri generi di imposta (si potrebbe pensare ad un’IVA al 23-24% e un’aliquota al 26-27% in via stabile in tutti gli altri casi).