I giorni del giglio – Capitolo 13. Manchiamo solo noi

I giorni del giglio – Capitolo 13. Manchiamo solo noi

Abbiamo fatto bene a venire a morire qui. Del resto, l’alternativa sarebbe stata quella di venire falciati al centro commerciale, in calzoncini corti, una domenica noiosissima di primavera, o davanti al padiglione dei dolci al mercatino di Natale. Negli anni, gli attentati non si contavano nemmeno più: puntini rossi impazziti, a grappoli quotidiani, sulla butterata faccia d’Europa.

C’erano giorni in cui i telegiornali non riuscivano neppure a star dietro alla mole di dati: i feriti di Berlino si incrociavano con i morti di Atene, le sparatorie a Londra avevano gli stessi proiettili di quelle a Bruxelles. Camion bomba, identikit barbuti e strafottenti, candeline a lutto. E il giorno dopo si ricominciava.

Ma ciò che non riuscivamo a sopportare, che ci procurava un mortale sdegno e una ripulsa suprema persino alla Patria era la torma sempre crescente dei parolai, delle moltitudini commosse così vili da perdonare i propri nemici. Al punto da non riconoscerli come erba grama e da ammetterli candidamente nel gregge che sarebbe stato il prossimo campo della strage.

Benevolmente, anche la Chiesa aveva accolto nel proprio grembo le torme anonime della Quantità, pesantissimo fardello di figli irriconoscenti e inconsapevoli sulle spalle della Madre. Attorno, un coro di adulazioni miagolanti. Microfoni come foreste di alberi belanti assiepati in sinfonie di lutti, di autocritiche, di cordogli. Migliaia di fotografie, di immagini variopinte, glitterate di micetti, gessetti, cartoncini a forma di cuore.

Facevano male, le risate grasse degli aggressori che si beffavano di noi. L’Europa era il secchione torturato dal bullo del quartiere globale, il mendicante deriso all’uscita dal tempio, la ragazza facile da abbandonare a cose fatte. Eravamo gli zimbelli del mondo. Almeno, qui, possiamo respirare l’aria pulita di chi resta in piedi. Lontani dai fumi del perbenismo, sappiamo ancora che sapore abbia il pane. Grazie ai nemici, maledetti.

Siamo tornati al nostro alloggiamento di Tscheval. Qui le bombe – miracolosamente – hanno risparmiato i nostri quartieri maggiori e hanno causato solo lievi danni, prontamente riparati. Qualcuno, ora, fischietta persino. Ma l’aria è ancora greve del pianto per i nostri morti. La settimana dopo la rappresaglia è trascorsa come un sogno veloce. Immersi ostinatamente nella ricostruzione, ci siamo quasi dimenticati di ciò che ci circonda.

Di là, oltre il confine, nessun segno. Hanno giusto rimosso la croce di Fontainemore, ma questo sarà il pretesto per un’altra gita fuori porta dei nostri. Abbiamo avuto persino un matrimonio. Due ragazzi di qui. La casa gliela faremo insieme, prima dell’inverno. Nel frattempo, chi ha un tetto è fortunato: c’è anche chi dorme sugli autocarri. Il mondo si lecca le ferite, ma fino a quando? Temiamo un anno durissimo e ne abbiamo ben motivo.

Non ricordo altro, la stanchezza ci lascia segni strani nella mente. Ci sono mattine gelate che frustano le nostre bandiere. Oggi, però, un sole malinconico ci tocca in sorte. Sto da solo sul prato davanti al nostro alloggiamento. Chissà dove sono gli altri, a me importa soltanto – per un brevissimo istante mio – di quel ritaglio di cielo fra la grande cerniera dei monti.

Azzurro, nuvola, azzurro. La punta degli scarponi. Da qualche parte, nel fitto dei boschi, ci sarà ancora qualche pietra che ho lanciato da ragazzo, prima di questa notte terribile che ci ha avvolto. Qualche segno tracciato dal giovane me. Chi siamo, adesso? Eppure, nel mezzo del pomeriggio, mi importa soltanto che sia aprile.

Non so dare un senso a niente. Il mondo, un giorno, ha deciso di virare all’odio, di scendere nel grigio. Ha perso la memoria di tutto ciò che era, deserto e fortezza, cattedrale e ripa di mare. Si è svegliato torbidamente, virtuale e veloce, affannato e depresso. Manchiamo solo noi, infinitesime pagliuzze nell’occhio del tempo. Mi sorprendo a cantare a bassa voce la ninna nanna della mia infanzia.

I giorni del giglio son brevi,

trapassano appena l’estate.

Ma quando sfioriscono lievi

Si mutano in stelle dorate…

E piango.