L’Islam per una nuova civiltà tradizionale? Considerazioni sul romanzo “Sottomissione” di Michel Houellebecq

L’Islam per una nuova civiltà tradizionale? Considerazioni sul romanzo “Sottomissione” di Michel Houellebecq

Indubbiamente la strage che ha falcidiato la redazione del settimanale Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 si è rivelata un’inattesa fonte di pubblicità per il romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq, allora appena edito in Francia (Flammarion, Paris 2015) e sul punto di essere pubblicato in Italia (Bompiani, Milano 2015).

La vicenda parla di François, disincantato docente universitario quarantacinquenne, apprezzato studioso di Huysmans che vive di rendita intellettuale per la sua ponderosa tesi di dottorato e che passa la maggior parte del tempo (si reca in università un solo giorno alla settimana) a chiedersi come riempire dal punto di vista sentimentale (eufemismo) la sua vuota esistenza.

Siamo nel maggio 2022, durante le settimane delle elezioni presidenziali: i due candidati che accedono al ballottaggio sono Marine Le Pen, ampiamente prima con il 34% dei voti e Muhammad Ben Abbes, della Fratellanza Musulmana, che si attesta al 22%, superando di misura il candidato socialista. Contro il Fronte Nazionale, naturalmente, si compatta lo schieramento di sinistra, in nome del sempre utile antifascismo. Ad esso aderisce anche il partito di centro-destra, che con i suoi voti (12%) avrebbe potuto permettere l’elezione della Le Pen. Le urne portano all’Eliseo il primo presidente musulmano e il protagonista, che si era allontanato da Parigi per timore di scontri, al proprio ritorno si ritrova forzatamente pensionato (ma con un mensile equivalente allo stipendio).

François vivrà per qualche tempo ai margini della società, fino a che non sarà ripescato per curare una edizione delle opere complete di Huysmans nella prestigiosissima collana della Pléiade delle edizioni Gallimard; quindi gli sarà proposto di riprendere l’insegnamento, in cambio dell’adesione all’Islam. Per François, che ha anche per un momento accarezzato l’idea di seguire il percorso dell’amato Huysmans, finendo i suoi giorni in un convento di trappisti, è più facile passare dal proprio agnosticismo alle comodità dell’Islam piuttosto che al rigore del cattolicesimo tradizionale: accetta quindi di diventare musulmano, attratto soprattutto dalla prospettiva di uno stipendio da favola e dei piaceri della poligamia. Non a caso, il romanzo si chiude con la domanda rivolta al nuovo rettore ed eminenza grigia del presidente della Repubblica: «Quale sarà il mio stipendio? A quante donne avrò diritto?» (1), che sintetizza mirabilmente le vere ragioni della sua decisione di convertirsi. Non motivazioni spirituali, bensì un calcolo opportunistico basato esclusivamente sul sesso e sul denaro.

L’immarcescibile fronte antifascista

A fianco di questa non esaltante vicenda di un “fallito di successo”, simile per impostazione ad altri romanzi di Houellebecq, anch’essi basati sulla miseria affettiva dell’uomo contemporaneo, vi sono una serie di riflessioni sulla realtà socio-politica del nostro tempo, sulle quali, prima che sulle qualità stilistiche dello scrittore, desideriamo soffermarci.

Intanto lo sfondo è tutt’altro che assurdo: l’avanzata del Fronte Nazionale alle elezioni presidenziali nel 2017 vede coalizzarsi il vetusto fronte “antifascista” per riportare all’Eliseo uno spento Hollande («La stampa internazionale, basita, aveva potuto assistere allo spettacolo vergognoso, ma aritmeticamente ineluttabile, della rielezione di un presidente di sinistra in un paese sempre più dichiaratamente a destra» (2)); cinque anni più tardi lo stesso fronte si ricompatta per permettere l’ascesa del partito islamista, che altrimenti non avrebbe in numeri sufficienti per governare.

Con grande “coerenza”, nei giorni cruciali che precedono il ballottaggio i media francesi riservano poco spazio all’imponente manifestazione del Fronte Nazionale, ma in compenso si affannano a dipingere il candidato islamico come un “moderato” i cui principi sono perfettamente in linea con quelli della Francia tradizionale: «Quanto alla restaurazione della famiglia, della morale tradizionale e, implicitamente, del patriarcato, davanti a lui [Muhammad Ben Abbes] si apriva un’autostrada che né i rappresentanti della destra né tantomeno quelli del Fronte nazionale potevano percorrere senza farsi dare dei conservatori o addirittura dei fascisti dagli ultimi sessantottini, mummie progressiste moribonde, sociologicamente esangui ma rifugiate nelle cittadelle mediatiche che continuavano a dar loro la possibilità di inveire contro i guasti dell’epoca e l’aria mefitica che pervadeva il paese; solo Ben Abbes era al riparo da qualsiasi pericolo. Paralizzata dal suo antirazzismo costitutivo, la sinistra era stata sin dall’inizio incapace di combatterlo e anche solo di menzionarlo» (3).

Un credibile panorama politico

Per giungere ad un’alleanza elettorale, la sinistra ha un solo punto di frizione con gli islamici: la gestione del ministero dell’istruzione, da sempre roccaforte socialista: «Per loro [la Fratellanza Musulmana] l’essenziale è la demografia, e l’istruzione; il sottogruppo demografico che dispone del miglior tasso riproduttivo, e che riesce a trasmettere i propri valori, trionfa; per loro è tutto qua, l’economia e la stessa geopolitica non sono che fumo negli occhi: chi controlla i bambini controlla il futuro, stop. Perciò l’unico punto cruciale, l’unico punto sul quale vogliono assolutamente soddisfazione, è l’istruzione dei bambini» (4).

Invece, paradossalmente, il centro-destra non considera questo punto un reale motivo di scontro: «ciò che divide l’UMP [“Union pour un mouvement populaire”, coalizione di partiti moderati di ispirazione gollista fondata da Sarkozy] dalla Fratellanza musulmana è persino meno di ciò che la separa dal Partito socialista. […] La cosa sarà meno difficile per l’UMP, che è ancor più vicino alla disintegrazione, e che non ha mai dato la minima importanza all’istruzione, concetto che gli è pressoché estraneo» (5).

Houellebecq non risparmia strali ai politici, di centro-destra e di sinistra: per il presidente uscente Hollande si parla apertamente di «due quinquennati catastrofici» (6), mentre per il cattolico progressista François Bayrou si afferma che «la cosa straordinaria di Bayrou, quella che lo rende insostituibile […] è che è perfettamente stupido, il suo progetto politico si è sempre limitato al personale desiderio di accedere con qualsiasi mezzo alla cosiddetta “carica suprema”; non ha mai avuto, e nemmeno finto di avere, la minima idea personale – cosa molto rara di questi tempi. Questo lo rende l’uomo politico ideale per incarnare la nozione di umanesimo, tanto più che si crede Enrico IV (7) e si spaccia per grande pacificatore del dialogo interreligioso; tra l’altro gode di una certa popolarità nell’elettorato cattolico, che si sente rassicurato dalla sua idiozia. È esattamente quello di cui ha bisogno Ben Abbes, che innanzitutto desidera incarnare un nuovo umanesimo, presentare l’islam come forma compiuta di un umanesimo inedito, unificatore, e che d’altronde è perfettamente sincero quando proclama il suo rispetto per le tre religioni del Libro» (8).

Ma anche il centro-destra viene bastonato: molto grave è l’affermazione sulla sua sudditanza politica all’Europa: «Il vero programma dell’UMP, così come quello del Partito socialista, è la scomparsa della Francia, la sua integrazione in un insieme federale europeo. I suoi elettori, chiaramente, non approvano questo obiettivo; ma da anni i dirigenti riescono a evitare di parlarne apertamente» (9).

La congiura del silenzio contro il Fronte Nazionale

E che dire del Fronte Nazionale? Nonostante l’ampio seguito è messo in disparte dai media e ghettizzato nella provincia (tra parentesi: la provincialità della cultura francese – e la spocchia di quella parigina in particolare – è evidenziata da una frase del protagonista: «Conoscevo poco la Francia, in generale. Dopo un’infanzia e un’adolescenza trascorse a Maisons-Laffitte, periferia borghese per eccellenza, mi ero trasferito a Parigi, e non me n’ero più andato; non avevo mai realmente visitato quel paese del quale ero, in maniera un po’ teorica, cittadino» (10)) nella letteratura come nella realtà: colpisce ancora il rifiuto opposto dai “democratici” alla leader Marine Le Pen di sfilare nella manifestazione parigina dell’11 gennaio. Per la “cultura” che conta, quella dei salotti mediatici e delle stanze del potere, un Francese su quattro (uno su tre nel 2022) semplicemente non esiste.

E, tornando al romanzo, poiché il Fronte Nazionale viene cancellato dai media, dopo la vittoria l’opposizione è appannaggio, più che della sinistra, degli estremisti salafiti, che pretendono l’introduzione della sharia (11). Dal canto suo, il governo musulmano riconosce la bontà del distributivismo cattolico, paradossalmente riprendendo le teorie di due oppositori del colloquio tra le religioni come Chesterton e Belloc (12).

E Houllebecq, che en passant ha messo in bocca al suo protagonista un rimpianto per l’epoca in cui il divorzio non esisteva («Adesso Bruno e Annelise avevano sicuramente divorziato, ormai era così che andavano le cose; un secolo prima, all’epoca di Huysmans, sarebbero rimasti insieme, e forse non sarebbero stati così infelici, tutto sommato» (13)) riconosce il valore fondamentale della famiglia: «l’individualismo liberale era tanto destinato a trionfare finché si limitava a dissolvere quelle strutture intermedie che erano le patrie, le corporazioni e le caste, quanto, aggredendo quella struttura ultima che era la famiglia, e quindi la demografia, firmava il suo fallimento finale; a quel punto, logicamente, arrivava il momento dell’islam» (14).

Possibile che non esista una forte opposizione nazionalista? Esiste, ma è divisa. Impietoso il giudizio dell’autore – messo in bocca ad un docente che ne ha fatto parte: «in realtà il Blocco identitario era tutto fuorché un blocco, era diviso in varie fazioni che si capivano male e s’intendevano peggio: cattolici, solidaristi collegati con “Terza via”, realisti, neopagani, laici duri e puri venuti dall’estrema sinistra… Ma tutto è cambiato con la nascita degli Indigeni europei. […] Per riassumere la loro tesi, la trascendenza è un vantaggio selettivo: le coppie che si riconoscono in una delle tre religioni monoteistiche, che hanno preservato i valori patriarcali, hanno più figli rispetto alle coppie atee o agnostiche; le donne sono meno istruite, l’edonismo e l’individualismo meno pregnanti. Tra l’altro la trascendenza è, in grande misura, un carattere geneticamente trasmissibile: le conversioni, o il rifiuto dei valori familiari, hanno una rilevanza molto marginale; nella stragrande maggioranza dei casi, le persone restano fedeli al sistema metafisico nel quale sono state educate. Pertanto l’umanismo ateo, sul quale poggia il “vivere insieme” laico, non resisterà a lungo, la percentuale della popolazione monoteista è destinata ad aumentare rapidamente, specie nel caso della popolazione musulmana – e questo senza tener conto dell’immigrazione, che accentuerà ulteriormente il fenomeno. Per gli identitari europei è assodato in partenza che tra i musulmani e il resto della popolazione debba necessariamente, presto o tardi, scoppiare una guerra civile. La loro conclusione è che, se vogliono avere una speranza di vincerla, gli conviene che questa guerra scoppi il più presto possibile – in ogni caso prima del 2050, preferibilmente molto prima» (15).

Il riconoscimento (postumo) alla Chiesa: l’applicazione del principio di sussidiarietà

Oltre all’introduzione del distributivismo, il nuovo regime si distingue per la lotta alla criminalità (non si spiega bene come: è lecito immaginare una tensione in precedenza rinfocolata ad arte nelle banlieues? Oppure alla debolezza dei giudici paurosi di punire i colpevoli ed al conseguente timore reverenziale delle forze di polizia nei confronti dei criminali?) e alla disoccupazione, quest’ultima vinta grazie all’uscita delle donne dal mercato del lavoro e dalla «notevole rivalutazione dei sussidi familiari» (16); abbassato l’obbligo scolastico alle medie inferiori, incoraggiato l’artigianato e lasciato l’insegnamento superiore ai privati secondo il principio di sussidiarietà (17) (citando direttamente il testo dell’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI), l’autore immagina una Francia molto meno lontana dall’ideale cattolico di quanto si sarebbe temuto: «Tutte queste riforme miravano a “restituire il suo posto e la sua dignità alla famiglia, cellula di base della nostra società”» (18). Riconoscimento – va aggiunto – in un certo senso “postumo” perché l’adozione della dottrina sociale della Chiesa non era assolutamente dovuta alla necessità di accattivarsi l’elettorato di matrice cattolica (19).

Certo, con un siffatto finale che descrive una apprezzabile “pax islamica” Houellebecq ha evitato di farsi bollare come anti-islamico e può continuare a girare tranquillo per Parigi. Quello che descrive è una sorta di “catto-islamismo” o meglio di islamismo “ecumenico”, giustificato dal guenonismo imposto da Rediger, l’eminenza grigia del presidente (Rediger è anche un ex nicciano e vale la pena riportare a tal proposito un aforisma di Houellebecq: «Invecchiando, anch’io mi riavvicinavo a Nietzsche, com’è senz’altro inevitabile quando si hanno problemi di idraulica» (20)).

Il nuovo Islam tra Nietzsche e Guénon

Quella dello scrittore francese può essere considerata una provocazione, una provocazione intelligente, peraltro, soprattutto se depurata delle eccessive descrizioni delle avventure “galanti” (altro eufemismo) del protagonista. All’avanzata dell’islamismo non riesce ad opporre resistenza né il mondo della sinistra, né quello della destra, troppo diviso e senza chiari punti di riferimento; l’ex (ma non poi tanto) nicciano passato all’Islam sostiene che il solo fascismo, senza l’apporto cattolico, non può sorreggere il nazionalismo: «Ho sempre considerato i fascismi come un tentativo spettrale, da incubo e fallace di ridar vita a nazioni morte; senza la cristianità, le nazioni europee non erano più che corpi senza anima – zombie» (21), ma si fa musulmano quando si rende conto del suicidio dell’Europa («se la Francia e la Germania, le due nazioni più avanzate, le più civili del mondo, potevano abbandonarsi a quella carneficina insensata, significava che l’Europa era morta» (22), dice a proposito della prima guerra mondiale), suicidio inverato per lui nella chiusura del bar dell’hotel Métropole di Bruxelles «il massimo dell’arredamento Art Nouveau» (23).

D’altro canto, anche il protagonista, pur non essendo un esteta come il rettore Robert Rediger o come Huysmans, percepisce il decadimento, tra l’altro, nell’avanzare della nuova architettura sacra: «La chiesa moderna, costruita nella cinta del monastero, era di sobria bruttezza – richiamava un po’, per l’architettura, il centro commerciale Super-Passy di Rue de l’Annonciation – e le sue vetrate, semplici chiazze astratte e colorate, non meritavano alcuna attenzione; ma tutto ciò non aveva molta importanza ai miei occhi: non ero un esteta, infinitamente meno di Huysmans, e l’uniforme bruttezza dell’arte religiosa contemporanea mi lasciava pressoché indifferente» (24).

François, leggendo alcuni scritti di Rediger, gli perdona il passato nicciano, dato che, in fondo, «nel XX secolo tanti intellettuali avevano sostenuto Stalin, Mao o Pol Pot senza che questo venisse mai loro realmente rimproverato; in Francia l’intellettuale non era tenuto a essere responsabile, non era nella sua natura» (25), ma nota come il suo articolo sia «un plateale ammiccamento ai suoi ex camerati tradizionalisti e identitari. Era tragico, sosteneva con fervore, che un’irragionevole ostilità nei confronti dell’islam impedisse loro di riconoscere un fatto evidente: sulle cose essenziali erano in perfetto accordo con i musulmani. Sul rifiuto dell’ateismo e dell’umanesimo, sulla necessaria sottomissione della donna, sul ritorno al patriarcato: la loro battaglia, da tutti i punti di vista, era esattamente la stessa. Tale battaglia, necessaria per l’instaurazione di una nuova fase organica di civiltà, ormai non poteva più essere condotta in nome del cristianesimo; era l’islam, religione sorella, più recente, più semplice e più vera (perché, infatti, Guénon si era convertito all’islam? Guénon era innanzitutto una mente scientifica, e aveva scelto l’islam da scienziato, per economia di concetti; e altresì per evitare certe marginali credenze irrazionali, come la presenza reale nell’eucaristia), era dunque l’islam, oggi, ad aver preso il testimone. A furia di moine, smancerie e vergognosi strofinamenti dei progressisti, la chiesa cattolica era diventata incapace di opporsi alla decadenza dei costumi. Di rifiutare decisamente ed energicamente il matrimonio omosessuale, il diritto all’aborto e il lavoro delle donne. Bisognava arrendersi all’evidenza: giunta a un livello di decomposizione ripugnante, l’Europa occidentale non era più in grado di salvare se stessa – non più di quanto lo fosse stata la Roma del V secolo della nostra era. Il massiccio arrivo di popolazioni immigrate fedeli a una cultura tradizionale ancora modellata sulle gerarchie naturali, sulla sottomissione della donna e sul rispetto dovuto agli anziani, costituiva un’occasione storica per il riarmo morale e familiare dell’Europa, creava la possibilità di una nuova età dell’oro per il Vecchio Continente. Quelle popolazioni erano in certi casi cristiane; ma più spesso, bisognava riconoscerlo, erano musulmane. Era lui, Rediger, il primo a riconoscere che la cristianità medievale era stata una grande civiltà, i cui risultati artistici sarebbero rimasti eternamente vivi nella memoria degli uomini; ma a poco a poco aveva perso terreno, aveva dovuto venire a patti con il razionalismo, rinunciare ad annettersi il potere temporale, finendo per condannarsi all’insignificanza, e questo perché? In fondo, era un mistero: Dio aveva deciso così» (26).

Islam: comunismo del XXI secolo o cristianesimo del nuovo millennio?

C’è chi ha proposto di invertire il detto «il comunismo è l’Islam del XX secolo» (27) aggiornandolo a «l’Islam è il comunismo del XXI secolo» (28), per la sua valenza ideologica (ma c’è anche chi propone il paragone a causa dei milioni di morti provocati nei secoli da questa religione che ci si continua ostinatamente a considerare “essenzialmente pacifica” (29)).

Houellebecq compie un interessantissimo parallelo tra Islam e comunismo, prima sottolineando l’onnipresenza di quest’ultimo nella cultura politica europea dopo la seconda guerra mondiale: «Tutto il dibattito intellettuale del XX secolo si era riassunto in un’opposizione tra il comunismo – la variante hard, diciamo così, dell’umanesimo – e la democrazia liberale – la sua variante morbida» (30) e quindi affermando il loro comune disegno egemonico: «Tornava ancora una volta sul fallimento del comunismo […] per sottolineare che alla fine Trockij aveva avuto ragione rispetto a Stalin: il comunismo non avrebbe potuto trionfare che a condizione d’essere mondiale. La stessa regola, ammoniva Rediger, valeva per l’islam: doveva essere universale, altrimenti non sarebbe stato» (31). Inoltre, denuncia il tentativo di trasbordo dal comunismo all’islamismo, una volta constato il fallimento dell’ideologia marxista: «l’islamosinistrismo […] era un tentativo disperato dei marxisti decomposti, putrefatti, in stato di morte clinica, di tirarsi fuori dalle pattumiere della storia aggrappandosi alle forze crescenti dell’islam» (32).

L’Islam, a dispetto di ogni considerazione sul suo passato, viene proposto quindi come nuovo cristianesimo o, meglio, come nuovo propulsore di una futura società come quella cristiana che aveva reso grande l’Europa nel Medioevo? Se Houellebecq può permettersi di non dare una risposta diretta – il suo è un romanzo, non un saggio – sicuramente è palese la mancanza di una presa di posizione netta sui punti fondamentali del diritto naturale, almeno da parte di molti esponenti dell’attuale Chiesa cattolica post-conciliare, troppo preoccupati a “rincorrere il mondo” e a “piacere a tutti” per farsi baluardo dei principi tradizionali.

E mentre – tornando al romanzo – il Belgio è la seconda nazione ad islamizzarsi («mentre i partiti nazionalisti fiammingo e vallone, di gran lunga le prime formazioni politiche nelle rispettive regioni, non erano mai riusciti a intendersi e nemmeno a instaurare un vero dialogo, i partiti musulmani fiammingo e vallone, sulla base di una religione comune, avevano facilmente raggiunto un accordo di governo» (33)) e si profila l’Eurabia profetizzata da Bat Ye’or (34), conviene concludere ricordando l’esergo dell’ultimo capitolo, certo inserito non a caso: «Se l’islam non è politico, non è niente» (35). Firmato: Ayatollah Khomeyni.

Perché è vero che esiste un Islam moderato, con il quale è possibile dialogare, come è stato più volte ricordato (36), ma è anche vero che, sia a livello percentuale, sia come forza economico-politica, conta assai poco, succube com’è dell’estremismo islamista.

Note

(1) Michel Houellebecq, Sottomissione, Bompiani, Milano 2015, p. 247.

(2) Ivi, p. 46.

(3) Ivi, p. 132.

(4) Ivi, p. 73.

(5) Ivi, p. 126.

(6) Ivi, p. 101.

(7) L’allusione risulta ancor più sferzante se si pensa che François Bayrou ha scritto una biografia del Re per cui Parigi valeva bene una messa (Henri IV: Le roi libre, Flammarion, Paris 1994).

(8) M. Houellebecq, op. cit., p. 131

(9) Ivi, p. 125-126.

(10) Ivi, p.109-110.

(11) Cfr. ivi, p. 172

(12) Cfr. ivi, p. 173

(13) Ivi, p. 83

(14) Ivi, p. 229

(15) Ivi, p. 61-63

(16) Ivi, p. 171

(17) Cfr. ivi, p. 180: «Secondo tale principio, nessuna entità (sociale, economica o politica) doveva farsi carico di funzioni affidabili a entità più piccole. Papa Pio XI, nella sua enciclica Quadragesimo anno, dava una definizione di detto principio: “Come è illecito togliere all’individuo e affidare alla comunità ciò che l’impresa privata e l’industria sono in grado di realizzare, così è una grossa ingiustizia, un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine che una maggiore e più alta società si arroghi le funzioni che possono essere svolte con efficacia da comunità minori e inferiori”. Nella fattispecie, Ben Abbes si era appena accorto che la nuova funzione di cui l’attribuzione a un livello troppo alto “sconvolgeva il retto ordine” non era altro che la solidarietà sociale. Cosa c’è di più bello, si era commosso Ben Abbes nel suo ultimo discorso, della solidarietà esercitata nell’ambito caloroso della cellula familiare?… In quella fase, l’“ambito caloroso della cellula familiare” era ancora ampiamente un programma; ma, più in concreto, il nuovo progetto del bilancio statale prevedeva nel triennio una diminuzione dell’85 per cento della spesa sociale del paese».

(18) Ivi, p. 171, il virgolettato è una frase di Ben Abbes.

(19) «In Francia i cattolici erano praticamente scomparsi», ivi, p. 132.

(20) Ivi, p. 231. Più seriamente, Houellebecq scrive: «In un altro articolo, Rediger si dichiarava nettamente in favore di una suddivisione nient’affatto egualitaria delle ricchezze. Se la povertà propriamente detta andava esclusa da una società musulmana autentica (il sostegno con l’elemosina costituendo addirittura uno dei cinque pilastri dell’islam), quest’ultima doveva comunque mantenere un notevole scarto tra la grande massa della popolazione, vivente in una miseria decorosa, e una ridottissima minoranza di individui smodatamente ricchi, tanto da potersi abbandonare a spese esagerate e folli che assicurassero la sopravvivenza del lusso e delle arti. Una posizione aristocratica che derivava, in questo caso, direttamente da Nietzsche; in fondo, Rediger era rimasto fedele ai pensatori della sua giovinezza» (p. 230).

(21) Ivi, p. 216.

(22) Ivi, p. 218.

(23) Ivi, p. 217.

(24) Ivi, p. 186.

(25) Ivi, p. 229.

(26) Ivi, p. 233-234.

(27) La frase deriva dal titolo di un saggio postumo di Jules Monnerot (1908-1995): L’Islam du xxe siècle (2004), primo volume dell’imponente Sociologie du communisme (prima edizione: Gallimard, Paris 1949).

(28) «Se il comunismo è stato definito l’Islam del XX secolo, per il suo totalitarismo secolarista, l’Islam può essere definito a sua volta il comunismo del XXI secolo per il suo totalitarismo religioso, che unisce Chiesa e Stato, fede e politica».  Roberto de Mattei, Chiesa e Stato: divisione o armonia dei ruoli e delle responsabilità?, in «Radici Cristiane», novembre 2009. Tra gli altri studiosi che hanno più o meno esplicitamente affermato questo concetto vanno ricordati Bat Ye’or, Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita, Lindau, Torino 2007; Alexandre del Valle, Verdi, rossi, neri. L’alleanza fra l’islamismo radicale e gli opposti estremismi, Lindau, Torino 2009; Robert Spencer, Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle crociate, Lindau, Torino 2008; nonché Ilich Ramirez Sanchez [alias Carlos “lo Sciacallo”], L’Islam révolutionnaire, a cura di Jean-Michel Vernochet, Editions du Rocher, Monaco 2003. 

(29) «Sommando tutte queste cifre si giunge alla conclusione che dal settimo secolo a oggi approssimativamente 270 milioni di “infedeli” sono morti per la gloria politica dell’islam: un numero di vittime che probabilmente supera quelle del comunismo, e che fa dell’islam la più grande macchina di oppressione e di sterminio della storia». Guglielmo Piombini, L’islam, una micidiale macchina di oppressione, postfazione a Marco Casetta, Il grande tradimento. Come intellettuali e politici illiberali favoriscono la conquista islamica dell’Europa, Leonardo Facco Editore, Treviglio (Bergamo) 2009 (ebook).

(30) Houellebecq, op. cit., p. 215. Evidentemente, a voler parlare di dibattito intellettuale per l’intero XX secolo e non per la sola sua seconda metà, si deve considerare il Fascismo come prassi e non mero gioco intellettuale.

(31) Ivi, p. 232.

(32) Ivi, p. 231.

(33) Ivi, p. 236.

(34) La saggista è espressamente citata a p. 136.

(35) Ivi, p. 189.

(36) Per tutti cfr. Alfredo Mantovano, Come affrontare l’emergenza dopo Parigi, in La Nuova Bussola Quotidiana, 10 gennaio 2015: «Va messo da parte il buonismo di chi pensa che nel confronto con i fedeli dell’islam il problema siamo noi e non loro, ma anche il radicalismo di chi afferma che tutti i musulmani sono terroristi. È un’illusione immaginare di sconfiggere il terrorismo senza un collegamento organico con le comunità islamiche presenti in Italia non connotate da tendenze ultrafondamentaliste».