“Mio padre era fascista”, il romanzo del figlio antifascista di un reduce di Salò

“Mio padre era fascista”, il romanzo del figlio antifascista di un reduce di Salò

Pierluigi Battista, nato a Roma nel 1955, è laureato in Lettere moderne all’Università La Sapienza di Roma. La sua attività politica inizia al liceo, nel momento in cui inizia a militare nell’estrema sinistra giovanile. Laureatosi nel 1978, comincia a collaborare con MondOperaio. Continuerà a lavorare come giornalista per L’Espresso, La Stampa, Panorama e dal 2005 al 2009 è vicedirettore del Corriere della Sera.

Sapendo tutto ciò, ci si aspetterebbe che quest’uomo sia nato e cresciuto in una famiglia politicamente rivolta alla sinistra, o visto il periodo e l’età si potrebbe presumere che il padre e la madre siano stati coinvolti nel movimento partigiano. Invece è esattamente il contrario.

Pierluigi è il figlio di Vittorio. Nato a pochi giorni dalla Marcia su Roma, nell’ottobre del 1922, Vittorio, figlio di un reduce del Carso e figlio di un fascista convinto, parte per il nord subito dopo l’Armistizio di Cassibile, reso noto l’8 settembre 1943. Scampato alla pena di morte per pura fortuna, partecipa alla fondazione del MSI nel 1946.

Pierluigi, a distanza di diversi anni dalla morte del padre, trova in casa un diario con annotate tutte le impressioni e le emozioni avute dal genitore durante la prigionia nel campo di concentramento partigiano di Coltano, vicino a Pisa. Insieme troverà alcuni scritti e carte private, sulla base delle quali deciderà di scriverne un romanzo. Mio padre era fascista è stato di recente ripubblicato da Mondadori nella collana OscarMondadori, dopo la prima edizione del 2016.

Nel libro vengono descritte le innumerevoli gite culturali fatte negli anni, gli infiniti “Guarda, quel monumento era fascista, l’hanno sfregiato i vincitori”, le visite guidate a Roma, al Colosseo Quadrato dell’Eur, all’obelisco del Foro Mussolini, a Cinecittà, ai vari campi sportivi realizzati durante il Regime.

Quando si andava a Littoria, e non a Latina. Quando si andava a Firenze e, prima di visitare gli Uffizi, si ammirava la Stazione di Piacentini realizzata dall’Italia fascista.

Pierluigi Battista descrive con durezza e severità quell’ideale di fascismo oscuro, non più luminoso e splendente, ma cupo e colmo di ricordi frantumati, di cui quel padre fascista si era innamorato.

La parte iniziale dell’inno del Movimento Sociale Italiano, scritto dallo stesso Giorgio Almirante: “Siamo nati in un cupo tramonto, di rinuncia, vergogna, dolore”, esprimeva benissimo l’animo di quel fascismo paterno e per lui “patetico”, comune a moltissimi missini, in particolare i sopravvissuti della Guerra, quelli che avevano conosciuto il Fascismo reale e governante all’opera.

E comune anche ad alcuni di questi giovani ventenni che, come Vittorio, furono vittime di due sconfitte, la perdita della guerra e la sconfitta morale: l’umiliazione.

Camminare per le strade legati come bestie, passando assetati tra le strade delle città in festa, con i partigiani che puntavano i fucili e non aspettavano altro che passi falsi per freddarti sul colpo. Chiedere l’acqua a donne che potevano essere le loro madri e ricevere sputi e schiaffi, insulti e offese. Questa in particolare fu la cosa più brutta per Vittorio. Passare da scene in cui la folla ti acclamava, a scene di disprezzo esasperato, consumato pure su dei giovani in procinto di essere internati e, nella maggior parte delle occasioni, uccisi.

Vittorio raggiunse a piedi, dall’estremo nord Italia, il campo di concentramento di Coltano. Scoprì dopo poco di essere in compagnia di Ezra Pound, l’internato che subì più maltrattamenti ed umiliazioni. Nei diari, Pierluigi aveva letto di acqua razionata per ogni internato e cibo sufficiente per un unico pasto. Botte e digiuno per chi protestava, ma non eri al sicuro neanche se stavi rintanato a scrivere senza menar dito o lingua. Fu il caso di Pound, che, sorpreso a scrivere uno dei suoi libri di maggiore successo, Canti Pisani, venne pestato e rinchiuso in una gabbia che gli impediva il minimo movimento. Poi si sparava a vista, caddero due camerati che, nel vedere il poeta martoriato dalla sete, cercarono di avvicinargli dell’acqua, ma furono freddati. (1)

Vittorio fu baciato dalla fortuna e, anche se ne uscì pelle ed ossa, ne uscì vivo. Certo non immaginava che suo figlio sarebbe diventato un famoso giornalista e fervente antifascista, ma andò avanti per la sua strada cofondando il Movimento Sociale Italiano ed essendo un lettore assiduo del Secolo d’Italia. Almirante era stato per lui un grande amico durante il fascismo repubblichino, ma era stato anche il vero punto di riferimento politico negli anni a venire.

Vittorio Battista morì a poche ore dal funerale di Pino Romualdi e Giorgio Almirante, presenziando all’onoranza funebre e al discorso di Fini. Poi, anziché cenare coi camerati per ricordare l’ex-segretario missino, chiese al figlio, dopo anni di costante gelo, una cena tranquilla, tra padre e figlio. E fu proprio quella sera, dopo che il suo ultimo desiderio fu esaudito, l’esatto momento in cui spirò.

Un rapporto, quello fra Pierluigi antifascista e il padre fascista, che non si riconcilierà mai, se non pochi minuti prima della morte di Vittorio. Non solo per l’opposta posizione e veduta politica, ma per l’accaduto della morte dei fratelli Mattei.

Quando Pierluigi tornò dalla manifestazione in cui aveva difeso l’autore degli omicidi, il padre fascista con furia lo rimproverò e gli sbattè in faccia le prove della colpevolezza di Achille Lollo. Essendo un noto e importante avvocato, aveva avuto accesso alle carte che dimostravano la realtà dei fatti. Un giovane ragazzo e il fratellino piccolo, bruciati vivi perché figli d’un fascista. Fu questo a gelare in maniera permanente e irrimediabile i loro già complicati rapporti.

Pierluigi Battista in questo libro ha criticato in tutto e per tutto suo padre, dal pensiero politico caratterizzato dall’esasperata accentuazione fascista, a quel mondo di ricordi e di rimpianti che lo avevano segnato per sempre.

Ma la critica più grossa, non espressa direttamente nel romanzo, è rivolta a quel desiderio tenero e quasi affettuoso che aveva Vittorio, nel voler vedere se stesso nel cuore e negli occhi del figlio.

Note

(1) La tesi che Ezra Pound sia stato internato a Coltano, implicitamente sostenuta dallo stesso Pierluigi Battista, è in realtà contestata da più parti. Secondo alcuni, Pound non fu mai internato a Coltano assieme ai prigionieri fascisti, bensì poco lontano, a Metato, in quanto cittadino statunitense.