La schiavitù dei bianchi

La schiavitù dei bianchi

In un periodo dove le migrazioni hanno raggiunto livelli più che preoccupanti e si sono trasformate in vere e proprie emergenze, l’ambiente moralista nostrano si arrampica sugli specchi cercando di giustificare, sia a livello attuale che storico, questo fenomeno. Sono molte le scuse che dobbiamo ascoltare ogni giorno e tra esse spicca la tratta degli schiavi, un commercio che interessò l’occidente all’indomani della scoperta dell’America. Lo schiavismo dei popoli africani viene usato per inculcare nelle menti attuali una colpa da poter espiare solo accettando che le masse di disperati si riversino sulle nostre coste, indipendentemente dalle conseguenze negative (le sole ed uniche, dato che è difficile trovare alcun vantaggio in ciò) che si possano avere. In sostanza, noi bianchi abbiamo fatto del male, quindi dobbiamo pagare, anche 500 anni dopo.

Recentemente, si è tuttavia riscoperto un’altro commercio di schiavi, da sempre minimizzato dagli storici: stiamo parlando della tratta del cosiddetto “oro bianco”, consistente nella cattura di schiavi bianchi e cristiani da rivendere sul mercato nordafricano, riportata alla luce dagli studi del prof. Robert Davis, docente di storia presso la Ohio State University. Davis ha stimato che almeno 1,25 milioni di europei cristiani furono schiavizzati tra il 1500 e il 1800, una cifra molto minore rispetto ai 12 milioni di Africani deportati nelle Americhe, ma non per questo meno moralmente esecrabile. Bisogna comunque considerare che il numero stimato si riferisce soltanto alle città dell’Africa nord-occidentale (Algeri, Tunisi e Tripoli), dove il conto è stato fattibile. Considerando anche l’Egitto e l’Impero Ottomano il numero sarebbe destinato a salire.

La tratta interessò principalmente il Mediterraneo, ma furono numerose le catture di persone anche in Gran Bretagna (spesso durante le funzioni religiose) e addirittura in Islanda. I cacciatori facevano irruzione nelle chiese e nelle taverne armati di scimitarre, con abiti lunghi e la testa rasata.

Ad ogni modo, fu soprattutto l’Italia, vista la sua posizione, il territorio più interessato dal commercio degli schiavi. Durante il Cinquecento, il Mezzogiorno visse nel terrore delle navi corsare che trasportavano cacciatori di inaudita ferocia, i quali, quando le navi erano piene, rivendevano i prigionieri in eccesso ai parenti, che sovente dovevano indebitarsi con usurai senza scrupoli per riabbracciare i propri cari. Chi invece veniva tradotto in schiavitù, era trascinato per le strade delle città nordafricane, tra le percosse e gli sputi delle folle e poi condotto in celle sotterranee sovraffollate, tra escrementi e parassiti, un trattamento che nemmeno gli schiavi afroamericani subirono. Quando arrivava il momento dell’asta, la “merce” veniva attentamente esaminata e chi non veniva acquistato poteva subire maltrattamenti dal padrone fino alla morte.

I più fortunati svolgevano lavori domestici, anche se spesso degradanti. Altri invece lavoravano all’aperto nelle costruzioni, dovendo spostare blocchi fino a 40 tonnellate, una situazione identica a quella dell’Egitto di 3000 anni prima.

Talvolta, gli schiavi decidevano di convertirsi all’Islam sperando in un trattamento più umano, ma così facendo erano visti dai popoli d’origine come traditori, quindi cessava ogni possibilità del pagamento del riscatto. Alcuni convertiti, poi, diventavano i più fedeli collaboratori dei padroni malmenando e torturando con altrettanta crudeltà i loro ormai ex compagni di sventura, una situazione vista anche durante la schiavitù americana.

Chi veniva imbarcato sulle galere rimaneva incatenato alla panca ed era costretto a dormire seduto, circondato anche lì dai propri escrementi. Nell’Antica Roma, contrariamente a quanto si pensa, i rematori non erano schiavi, in quanto a questi ultimi non era concesso servire l’esercito, nemmeno per compiti faticosi.

Solo nel 1816, subito dopo il Congresso, il governo britannico sferrò l’attacco finale agli schiavisti nordafricani, sancendo definitivamente l’abolizione della schiavitù nel Mediterraneo e ponendo fine all’incubo dei cacciatori di uomini.

Questo triste capitolo della storia europea, come detto, è stato a lungo chiuso in qualche sperduto cassetto del tempo. Cade definitivamente l’immagine dell’uomo bianco “eterno carnefice”, un immagine creata non dai discendenti delle vittime nere o arabe, ma dai bianchi stessi.

Naturalmente, i bianchi non sono esenti da colpe, ma da esse sono nati proprio gli Stati Uniti, il più “civilizzato Paese multietnico del mondo”, almeno stando a quel che si crede. Infatti, se la schiavitù dei neri non vi fosse stata, oggi i liberal nostrani non avrebbero un modello da seguire. Il multiculturalismo americano che tanto piace è figlio dello schiavismo, che portò (assieme a tante altre cause) alla Guerra di Secessione e alla Confederazione, i cui esponenti oggi vengono vilipesi dall’isteria antifascista d’oltreoceano, a oltre 150 anni di distanza.

E a nulla vale la guerra dei numeri. 12 milioni di schiavi neri contro 1,25 (certi) di schiavi bianchi non rende i secondi più giustificabili rispetto ai primi. I negrieri nordeuropei avevano di certo più mezzi ed un’organizzazione migliore, oltre che chiaramente una resistenza minore di quella incontrata dai corsari arabi e ottomani in Europa. E con questo non si vuole nemmeno usare la sofferenza dei nostri avi per controbilanciare la schiavitù americana: privare della libertà un essere umano al solo scopo di servirsene è sempre sbagliato. Quello che si vuole fare è invece stabilire definitivamente che i crimini contro l’umanità non sono una prerogativa dei soli bianchi, europei, cristiani.