Preti, piscine e pagine culturali d’area

Preti, piscine e pagine culturali d’area

Un malinteso senso della virilità e una visione a-tradizionale forniscono spesso inchiostro alle stimate penne e alle pagine culturali della nostra area. Il difetto d’origine consiste nell’influsso massonico-illuminista più o meno inconsapevole che influenza un po’ tutti noi, come uomini del nostro tempo, ma che, più o meno consapevolmente, finisce col prevalere tra i troppo spesso presupponenti razionalisti anticattolici che anche dalle nostre parti non sono pochi.

È sufficiente osservare i verdi pascoli letterari che riguardano un qualsiasi evento che abbia a che fare con la Chiesa: emergono così in ordine sparso consuete, illustri e influenti influenze nietzscheane – non mi scuso per il gioco di parole – (e pertanto, secondo alcuni, “autorizzate”), autoassoluzioni delle anime impegnate, che amano vivere come se Dio non esistesse, in nome della ragione individuale, e, come è logico che sia, emerge anche quel fastidio verso la figura e il vero ruolo del sacerdote – che l’accettazione del pensiero anticattolico all’interno della stessa Chiesa ha notevolmente  contribuito ad accentuare – il quale in quanto alter Christus godeva fino a non molto tempo fa di un rispetto istintivo ormai perduto, o mai conosciuto, dai più.

C’è, infatti, chi per scrivere della figura di un prete di provincia, uno di quelli che si vergogna di portare l’abito, parla di un “rapporto spesso irrisolto con la sessualità” che riguarderebbe l’intera categoria nel tempo e nello spazio, come se la scelta volontaria della castità sacerdotale fosse assolutamente inconcepibile a causa del fatto che, soggettivamente, chi scrive così non la concepisce. Che importa se adotta un’ottica modernista mainstream, antitradizionale e antistorica? È un punto di vista che accetta i momentanei e contingenti esiti freudiani come ineluttabili, e in concreto li assume per la propria analisi dei comportamenti altrui, elevandoli al rango di categorie universali, senza considerarne l’ormai acclarata, ideologica falsità.

Quale rivoluzione spirituale e politica possiamo aspettarci da una simile prospettiva? La domanda è retorica, chi fa proprie le categorie della moderna sovversione nulla comprende, e di conseguenza nessuna soluzione rivoluzionaria sarà in grado di trovare, del problema dell’ora presente. Anche per i mores maiorum degli antichi romani la virilità-mascolinità era legata alla virtù (Vir e Virtus hanno la medesima radice), non all’esercizio sessuale in primo luogo, ma alla capacità di governare se stessi e gli altri controllando le proprie passioni. Il problema di don Biancalani dipende da lui, oltre che dalle autorità senza spina dorsale che ne hanno consentito l’ordinazione, non dalla castità richiesta al sacerdozio cattolico. Se c’è “un rapporto spesso irrisolto con la sessualità” nel clero moderno e modernista ciò dipende dal profilo tipico dell’operatore sociale, che ha soppiantato in modo anomalo l’autentica valenza sacerdotale dell’uomo, mistico e guerriero insieme, che sacrifica una parte di sé per la funzione che ricopre.

La stragrande maggioranza dei sacerdoti cattolici preconciliari aveva ben chiaro – e grazie a Dio la stessa consapevolezza nei seminari autenticamente cattolici è ben viva – quale fosse il proprio rapporto con la sessualità: la rinuncia ad essa, estremamente virile nella sua essenza, il sacrificio mistico-guerriero che la rende sacra, proprio perché realizzato a partire dalla consapevolezza del sacrificio stesso. Le penne culturali d’area vorrebbero il matrimonio dei preti, o magari le unioni civili omosessuali, come nella peggiore chiesa anglicana antitradizionale e priva di successione apostolica o nei desiderata di chi marxianamente ribalta la logica, ponendo più in alto il sensibile rispetto al sovrasensibile? Può darsi.

È più difficile oggi praticare la castità anche per i sacerdoti? Forse, e ciò le conferirebbe maggiore valore eroico,  ma non certo per colpa del Cattolicesimo o della Chiesa di sempre. Le ragioni della decadenza del Vir sono da imputare a quell’odio anticristiano che trova oggi facile sfogo in chi non aspettava che una simile occasione, quando il prete (che contrapponiamo qui al Sacerdote) è un qualunque don Biancalani, uno che solo questa chiesetta postconciliare riesce a tollerare, perché devirilizzata, esattamente come il don della piscina del pistoiese che nulla comprende del ruolo che ricopre. Così facendo si ignorano la storia di ciò che la Chiesa è sempre stata, la buona logica e, cosa ancora più grave, si rinuncia a priori ad operare concettualmente secondo modalità rivoluzionarie.

Quando si parla di simili tematiche, cari camerati delle pagine culturali, fare come se niente fosse rispetto a ciò che le cose veramente sono è sintomatico di intelligenza, più o meno consapevole, col nemico. Ed è significativo che una concreta azione militante, e non un articolo da pagina culturale d’area, abbia fatto riemergere come attuali linguaggi ed analisi che per molti potevano trovar posto, alla stregua di insignificanti soprammobili, solo nella bottega di qualche antiquario della metafisica contrapposta alla politica. Le pagine culturali sono state costrette, per una volta, ad inseguire le azioni, per disprezzarle o per celebrarle poco importa, anziché indicarne la direzione. E non è poco.