31 agosto 1943, la strage di Pisa

31 agosto 1943, la strage di Pisa

Il secondo conflitto mondiale è ricordato dai civili italiani sopravvissuti alla guerra soprattutto per i pesantissimi bombardamenti quotidiani a cui furono sottoposti, in special modo nel momento in cui la guerra iniziò a volgere verso il peggio. Gli Americani sfruttarono questo genere di attacco per far collassare totalmente l’esercito dell’Asse. Le prime città sottoposte a pesanti bombardamenti furono Genova e Torino nel ’40, a seguito della dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna da parte dell’Italia fascista. Queste città subirono attacchi e bombardamenti aerei improvvisi che fortunatamente non provocarono alcun morto, solo delle consistenti devastazioni.

Pisa, invece, come Roma, venne bombardata dopo l’Armistizio di Cassibile, proprio dall’aviazione statunitense. Le grandi opere d’arte non furono colpite, Roma non ricevette alcun danno, né al Vaticano né al Colosseo, né in luoghi storicamente importanti. Anche la Torre Pendente dei pisani potè godere di questa immunità. Meno fortunati furono i cittadini. Pisa, in particolare, subì un quantitativo ingente di vittime innocente e una distruzione totale di abitazioni e luoghi chiave per l’esercito italiano (come la Stazione, dalla quale arrivavano puntualmente carichi di cibo, rifornimenti e munizioni).

Gli americani diedero inizio ai bombardamenti sulla penisola il 15 maggio 1943, assaltando Civitavecchia. Poco dopo fu il turno di Livorno, e a seguire Foggia, Augusta, Pantelleria, Cagliari, Roma e Bologna. Pisa fu scelta come obiettivo per dei ragionamenti molto semplici, come il fatto che in città erano presenti industrie belliche (precisamente nella zona di Porta a Mare) e snodi ferroviari di primaria efficacia, con i ricorrenti arrivi di uomini, munizioni e cibo. Bloccare questi punti indispensabili agli italiani per gli americani sarebbe stato difatti un gran successo.

L’aviazione dell’esercito di Roosevelt elaborò per Pisa una tattica militare di distruzione a tappeto, servendosi di decine di bombardieri quadrimotore (Boeing B-17 Flying Fortress, 30 tonnellate ciascuno).

La città di Pisa disponeva di 10.000 posti nei rifugi antiaerei, che assicuravano solo un quarto della popolazione pisana. Il 31 agosto 1943, Pisa era sorvolata da 152 bombardieri. A Mezzogiorno le sirene dell’UNPA cominciarono a suonare, ma a causa dei continui “falsi allarme”, i cittadini pensarono che si trattasse dell’ennesima simulazione, terminando quindi di pranzare indisturbati. I primi sganciamenti avvennero nella nota fabbrica della Saint Gobain alle 13.05, sulla quale precipitarono 367 bombe con la morte di 56 operai fermi in pausa pranzo.

L’artiglieria italiana e tedesca rispose all’aviazione nemica con colpi a batteria, abbattendo 4 aerei. Poco dopo, da Metato partì un gruppo di caccia italiani, pronti a contrastare l’attacco nemico. Purtroppo l’intervento di questi velivoli non fu d’aiuto, poiché i bombardieri americane bombardavano già a 10km da terra.

Inutile dirlo, le conseguenze furono fatali. In poco meno di otto minuti il territorio pisano fu invaso da 500 tonnellate di tritolo, per un totale di 1100 ordigni. I morti furono circa 2500, senza considerare il fatto che moltissime persone furono polverizzate dalle esplosioni. Molti dei resti di queste persone non furono mai ritrovati.

La Stazione e i luoghi d’interesse per militari italiani e tedeschi furono rasi al suolo del tutto. Il quartiere di Porta a Mare non subì distruzione solamente nella zona di industria bellica, ma nell’intera zona. Più di 2mila abitazioni furono abbattute, spesso con civili all’interno.

Furono queste le tattiche che gli americani utilizzarono per “liberarci”: seminarono morte e distruzione tra civili inermi.

Nel corso degli anni uomini e donne vittime di quei vili attentati alle popolazioni, scrissero per tramandare il ricordo alle future generazioni. Per Pisa riportiamo una testimonianza femminile di ciò che fu il bombardamento del 31 agosto 1943 per una tipica famiglia pisana:

Ornella Bistoni in Alpini (1926):

“A Pisa si viveva bene, io ero figlia unica, avevo 17 anni e andavo spesso al cinema a vedere i film di Rossano Brazzi e Alida Valli con mio padre e mia madre: si faceva la coda al Cinema Italia, in Corso Italia, e al Politeama dove ora c’è il palazzo dei congressi.

Con mia madre, quasi ogni giorno si faceva una passeggiata fino a piazza Vittorio Emanuele; andavamo alla stazione a prendere al lavoro mio padre ferroviere, poi andavamo spesso a mangiare un gelato dal Fuoli, una gelateria veneta in borgo largo.

La “passeggiata” pisana, il cosiddetto struscio, si svolgeva principalmente lungo l’asse Ponte di Mezzo, Corso Italia, Stazione.

Con le amiche si andava anche a San Rossore in bicicletta.

Del fascismo ricordo le adunate al Campo del Littorio; facevamo esercizi ginnici con clave e racchette da tennis a tempo di musica, vestite da “piccole italiane” prima e poi da “giovani italiane”.

La scuola era tutta improntata sul fascismo, ricordo che si facevano mettere le bandierine sui paesi conquistati, e poi tra le materie avevamo “cultura fascista”.

Nel 1943 frequentavo il penultimo anno del Liceo Scientifico Ulisse Dini.

Alle ore 13.00 del 31 agosto ero da un’amica che abitava vicino.

Stavamo sentendo il giornale radio quando, improvvisamente, Suonò l’allarme, ma come al solito pensammo che fosse il noto richiamo per un passaggio aereo; purtroppo le cose andarono diversamente.

Riuscii a salvarmi riparandomi per tutta la durata del bombardamento nella casa di questa mia amica che, fortunatamente, non fu colpita.

Sentii il boato delle esplosioni e il cadere dei detriti sollevati, mentre la struttura della casa tremava e scricchiolava.

Appena terminato il bombardamento, uscii e fui colta da uno scoramento e da una sensazione terribile che non riesco a descrivere; per fortuna anche i miei genitori si salvarono dall’evento e si può immaginare quale sensazione posso aver provato nell’averli rivisti vivi e nel poterli abbracciare.

Nei giorni successivi la paura portò noi e molti altri pisani a decidere di allontanarci dalla città, preoccupati per un possibile ritorno degli aerei americani.

Avemmo la fortuna di trovare rifugio nella casa di amici di famiglia a Cascina, dove ci sentimmo più sicuri e tranquilli.

Ricordo che ci fu una solidarietà incredibile e la città, seppur spaventata dall’evento, fu unita nell’aiutare chi era stato colpito”

Questa testimonianza viene dal pugno di una vittima che in fondo al tunnel ha trovato un lieto fine.

Il nostro dovere è quello di ricordare spiritualmente coloro che persero madri, padri, figli, nonni, fratelli, e familiari.

Ma soprattutto coloro che persero la vita a causa di una guerra che si era sfogata su civili inermi.