I giorni del Giglio – Capitolo 14. Massacri, là fuori. Il lusso di avere un confine

I giorni del Giglio – Capitolo 14. Massacri, là fuori. Il lusso di avere un confine

Piove da tre giorni. La nebbia si stende pesantemente sui nostri villaggi come una tenda mal tesa dal Mont Néry alla muraglia glaciale. Le nostre cerate fradicie tamburellano sotto le gocce pesanti. È un mattino surreale. Brandelli di fumo aleggiano lungo i fianchi delle montagne: nessun rumore, sembra che l’universo abbia perso interesse ad esistere. Ancora una guardia, ancora noi.

La scorsa notte abbiamo sentito urla selvagge e spari provenire da Fontainemore. Qualcuno, anzi, ha giurato che provenissero da ancor più lontano. Cosa sta succedendo? Ci siamo accalcati alle nostre postazioni, ma dal buio non è trapelato nulla. Nessun colpo – constatiamo con stupore – è stato sparato verso di noi.

Faccio cenno al mio camerata e scendiamo. Una lunga fila di gradini e, poi, uno spiazzo rudemente foderato di legno. Sotto lo Sbarramento vi è un vasto andito, scavato nella marmitta glaciale. Là teniamo ricambi, scorte, munizioni e, all’occorrenza, armi da maneggiare con cautela ancora maggiore: informazioni. Il segnale televisivo, rubato a fatica dagli avamposti del nemico, funziona a giorni alterni. Pochi conoscono questa finestra appannata sul mondo. E oggi ogni canale, crepitando nel buio del riparo, trasmette la stessa litania mortale: bandiere nere, lune falcate, armi, furgoni, esecuzioni, trionfi volgari e bestiali.

Attorno al nostro mondo è accaduto l’inevitabile. L’islam, divenuto massa critica, si è scrollato di dosso gli orpelli che gli avevano consentito di dominare senza colpo ferire le più antiche delle nostre città.

Il Nemico mostra ora il suo vero volto: tracotante ed esultante, come un mare di odio ha rotto tutte le rive e ha imposto la sua presenza su tutti i perbenisti e i rinnegati che avevano fomentato questa follia. Per un bel pezzo, penso, non vedremo più bandiere arcobaleno. I lupi hanno sbranato i conigli. I giornalisti hanno volti barbuti; forse imam, “mediatori culturali” strapagati, che si sono trasformati in assassini. L’Italia è un enorme scannatoio: sappiamo che non rivedremo mai più i nostri cari rimasti laggiù.

Risaliamo alle trincee ed esponiamo alla nostra compagnia le novità. Non c’è stupore, ma la rabbia di chi è impotente. Fosse per noi partiremmo all’istante, ma lasceremmo alle spalle l’ultimo confine da difendere: e non ci sarà mai concesso. La notizia è come il fumo grigio che ci circonda. Rapidamente si sparge fra i nostri paesi e ci fa comprendere quanto amara sarà la resistenza.

Rafforziamo le difese. Di duemila sopravvissuti, soltanto settecento possono combattere. L’attacco spaventoso ci ha spossato in numero, ma – fortunatamente – non ancora in risorse. La sera, nella grande sala dei Gigli, prepariamo i nuovi piani difensivi. Lo Sbarramento verrà tenuto da cinquanta uomini. Gli altri, invece, presidieranno le ridotte laterali e la profonda cicatrice che, a monte, si apre sulla Valsesia: la vallata del Lago Gabiet. È, questo, un ampio anfiteatro di roccia che, un tempo, l’edonismo umano ha trasformato in una babele di piste da sci. Abbattute le costruzioni, abbiamo creato un semicerchio irregolare di argini e di fortificazioni che aggetta sulle acque: più oltre, le nostre linee sarebbero troppo esposte e frammentate.

Prevediamo che l’attacco finale verrà sferrato da più direttrici, cogliendoci di schiena. Impegnandoli frontalmente sulla linea del Gabiet, alleggeriremo la pressione sui fianchi meno muniti. Esaminiamo minuziosamente e più volte sulle grandi carte ogni anfratto, ogni passaggio e ogni valico laterale. Tracciamo segni di nuove postazioni, assegniamo ruoli e stabiliamo i turni di vedetta. Quando sarà di nuovo inverno tutto dovrà essere in efficienza, o queste linee di matita non troveranno appiglio sui dorsi gelati delle nostre montagne.

Usciti all’aperto, la notte è già inoltrata; l’aria si è fatta serena e camminare sotto le stelle ci rende ubriachi di vita. C’è un senso di compiutezza nelle decisioni estreme, qualcosa che fa apprezzare con una sensibilità nuova ogni centimetro della via, ogni foglia frusciante, ogni eco. Ci sentiamo completi: il lusso più raro, in questi tempi folli, è avere un confine marcato da proteggere, la propria casa, la propria storia.

Non saremo giocattoli dalle braccia spezzate nel sacco dei nostri nemici. Verranno ancora, e ancora. Terranno così da poco conto le proprie vite delirando per un martirio ed una ricompensa divina. Ma noi sappiamo che il gran campo dei nostri giorni non è un’ideale confuso per cui morire in nome di altri: è questo albero, questo sentiero, questo paese.