I martiri dimenticati della Colonia di Rovegno

I martiri dimenticati della Colonia di Rovegno

Agli inizi degli anni Trenta, la Liguria fu protagonista di un progetto innovativo e ambizioso, indetto e finanziato interamente dal Partito Nazionale Fascista, che prevedeva l’edificazione di quattro colonie educative entro il periodo compreso fra il 1932 e il 1939.

Fra tali strutture era inclusa quella di Rovegno, in provincia di Genova. Si trattava di opere finalizzate al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie del popolo ed alla realizzazione di progetti ricreativi ed educativi rivolti specificamente ai giovani.

La Colonia di Rovegno accoglieva i bambini genovesi di bassa estrazione sociale e cagionevoli di salute durante il periodo estivo. Sorgeva a circa 1000 m sul livello del mare, era circondata da boschi di pini e castagni ed aveva una superficie di 1800 m². La capacità totale era di 578 letti per i giovani ospiti, gli ufficiali e il personale di servizio. Il giardino era tanto ampio da comprendere persino una piscina e spazi per la pratica di attività sportive all’aperto. La costruzione iniziò il 1° Marzo 1934 e durò soltanto 5 mesi: il 29 luglio dello stesso anno, infatti, la Colonia fu già inaugurata.

La pace e l’euforia della Colonia, però, si spensero con l’armistizio del 1943 e l’inizio della c.d. “Resistenza” in Liguria. I partigiani della Divisione Cichero, infatti, ben presto sequestrarono la struttura e ne fecero il loro quartier generale. La posizione della Colonia offrì loro un covo sicuro, nascosto e lontano dalle principali vie di comunicazione. Fu così che, dal dicembre 1944 fino al 30 aprile 1945, i partigiani destinarono la struttura e i luoghi limitrofi a scenario di numerose esecuzioni.

Scappare e nascondersi dall’odio imperversante era difficile: anche a Rovegno, i partigiani entravano nelle case, prelevavano civili ritenuti nemici della Resistenza e catturavano nelle profondità di quei boschi gli ultimi soldati e ufficiali italiani e tedeschi ancora presenti sul territorio. I prigionieri venivano detenuti per qualche tempo, poi, di giorno o di notte, venivano condotti in luoghi isolati attorno alla ex Colonia ed ai paesi circostanti per essere seviziati, giustiziati ed infine sepolti.

Il 31 gennaio 1946, a conflitto ormai concluso, la Questura di Genova rilevò la presenza di fosse comuni nel Comune di Rovegno, che si presumeva potessero contenere fino a circa 600 corpi tra civili e militi. Non appena si sparse la voce dei ritrovamenti, il dolore delle famiglie degli scomparsi si riaccese, ma soltanto a pochi dei corpi poté essere dato un nome.

Toccante, in particolare, è la storia di un giovane del luogo, che nel 1948 scrive una lettera al Comune di Rovegno per denunciare la scomparsa dei genitori. Un giovane che dopo anni di guerra nel Pacifico torna a casa convinto di potersi rifugiare fra le braccia della sua famiglia, e, invece, deve apprendere che quella accoglienza gli è stata per sempre negata. Il padre, infatti, è stato fucilato verso la fine di marzo 1945, la madre qualche giorno dopo la c.d. “Liberazione”. Il corpo della madre verrà identificato; quello del padre, invece, giace ancora nascosto nel bosco.

Agli interrogativi dei superstiti, i partigiani non daranno mai una risposta. E ciò, anche quando le vittime non erano in alcun modo politicamente legate al regime fascista.

Le riesumazioni, negli anni, hanno consentito di portare alla luce 160 corpi, 39 dei quali da un’unica fossa. Ancora oggi, gli abitanti del luogo trovarono resti parziali. Dal 1994, sul luogo sono state poste lapidi commemorative della strage. Le prime due sono state distrutte da ignoti, l’ultima è stata posata il 12 giugno 2016.

La verità su questa tragedia rimarrà per sempre un mistero, che nessuna documentazione e nessuna indagine potranno mai svelare. Ancora oggi, camminando per quei boschi, si può udire il silenzio assordante che l’odio partigiano ha creato e voluto mantenere nel tempo.