Coralità e collettività. Da “Adamo me fecit” a “Mi ha detto lui di farlo!”

Coralità e collettività. Da “Adamo me fecit” a “Mi ha detto lui di farlo!”

Passeggiando per le nostre città, ancora oggi ci possiamo imbattere in capolavori dell’ingegno dei nostri antenati: le cattedrali. Libri di pietra possenti e misteriosi che si innalzano in mille forme e stili, slanciate al cielo o ben salde al suolo. Se entriamo e, lentamente, percorriamo le navate, possiamo guardarci intorno e alzare lo sguardo alla volta. La maestria degli incastri, delle decorazioni, degli infiniti simboli sospesi attorno a noi ci stupisce ed attrae: ma chi le ha costruite?

Le cattedrali – salvo rarissime eccezioni – non portano impresso alcun nome d’uomo. E’ “L’Uomo”, inteso come  comunità delimitata nello spazio ed estesa nel tempo, ad averle create. Adamo me fecit: non questo o quell’individuo particolarmente estroso, ma il lavoro paziente di generazioni e l’unione di conoscenze e competenze, di arti.

Se ci fermiamo ancora sotto le volte di pietra, con un po’ di fortuna potremo avvicinarci ad un’altra espressione che con l’architettura ha molto in comune: il canto corale. Le voci si alzano, indugiano, si modulano in mille temi e, come sono nate, svaniscono. Una vibrazione maestosa, generata dalla molteplicità dei toni e degli accenti. Il coro è impersonalità e melodia.

Quando la responsabilità dell’Opera è condivisa, non vi sono stonature o imperfezioni: gli archi rampanti si susseguono, le voci si rincorrono ed uniscono. In nome di cosa? Non certo della gloria terrena o della fama passeggera, ma di un principio che percorre e riempie di sé le epoche e le generazioni: quando si costruiscono le cattedrali, quando si intona il coro, il mondo terreno rispecchia la gerarchia celeste da cui è mutuato. I segni, attraverso le ere, sono immutati: coralità, impersonalità ed armonia.

Se accanto alla pietra e alle note dovessimo aggiungere un terzo esempio, ci troveremmo nella polvere di Maratona, nella sabbia delle Crociate, nel fango della Vandea. L’uomo che dona la propria vita come combattente di una schiera di pari non si annulla, non rimane mai assorbito dalla moltitudine: è, semplicemente, la parte di un tutto. Il sacrificio in sé e per sé, senza a nulla aspirare, è un altro tono della grande scala armonica che l’Europa ha saputo comporre nei millenni.

Passeggiando per la stessa città, però, il nostro sguardo potrebbe essere anche attratto dal brulicare degli uffici, da due persone che discutono dopo un tamponamento, da un signore che esce sbraitando da una banca. Sembra che tutti abbiano un nome, ma che nessuno sappia cosa stia facendo e perché lo faccia. Se porrai a qualcuno di questi soggetti questo elementare “perché?”, difficilmente troverai una risposta ponderata. Spesso, invece, le risposte saranno “me lo ha detto il capo”, “perché lo fanno tutti”, o infinite variazioni di questa lamentevole distonia.

Ad un occhio poco allenato, il team potrebbe ricordare il coro. Ma avvicinando a questi spalti moderni, vedremo come ciascuno, in questa moltitudine sgangherata, non sia intento ad una superiore armonia: sono soltanto suoni quelli che ascoltiamo, non disciplinati da un principio ordinatore. Entrando in un ufficio, ad esempio, non troveremo il sacrificio impersonale che conduce all’idea risolutiva, né un’autorità che possa elevarsi per dirigere il movimento armonico delle membra. Troveremo soltanto milioni di computer che, come mantici di una fucina, sbuffano all’infinito la medesima litania: “come da te richiesto”, “come da tue istruzioni”, “come già concordato”. Abbiamo infinite mani staccate da anima e corpo: quando la bottega si trasforma in fabbrica non vi è arte, né colore.

Senza responsabilità non si può alzare neppure un muro durevole. Senza armonia non si può intonare alcun coro. Con il terrore non si salva alcuna vita, né si crea arte. Anche il dipingere è divenuto un balbettare di linee amorfe ma “originali”: troppa la paura di mostrare talento in un mondo occhiuto di incapaci maestri.

La vera condanna dell’uomo del Duemila, adesso, appare per ciò che è: essersi sacrificato ad un egoismo sterile, pavido, inetto; essersi privato di qualsiasi responsabilità. Il costruttore ha lasciato il posto all’esecutore, e le pietre sono sparse a terra in disordine. Ma se siamo uomini della Tradizione, se non ci pieghiamo davanti al compito che ci attende, il leggio di legno ci attende nella penombra. Chi troverà il coraggio di intonare la prima nota?