Imprigionati nell’8 settembre.

Imprigionati nell’8 settembre.

Per coincidenza, oggi è l’8 settembre anche sul calendario. Ma lo era anche ieri, e anche domani lo sarà. L’8 settembre si è espanso come una macchia oleosa e, ormai, straborda dalla storia. Quel numero panciuto ci pesa sul cuore, perché sappiamo che è fatto di piombo e di compiacimento: sarà difficile scrollarcelo via come un cattivo pensiero.

L’8 settembre si è instillato nelle nostre vite. Ride quando le manifestazioni sono riservate al weekend, perché in settimana siamo bravi cittadini che vanno a lavorare, o perché domani dobbiamo svegliarci presto. L’8 settembre ride quando guardiamo le serie TV più melense, i reality più sboccati, perché sa che quel tempo non tornerà indietro, e in quel tempo non ci siamo migliorati e non abbiamo imparato nulla.

Sono otto, per otto, per otto, per otto settembre le cicale di questa Nazione, quelli delle code per le autostrade del mare, dell’e-commerce, della soddisfazione dopo il “mi piace”, come se allora l’opera fosse compiuta. E non sa di terra, ma di profumo dolce la pigrizia, quando non ci alziamo presto, ma rosoliamo nel torpore sicuro delle nostre case.

Siamo l’8 settembre quando rimandiamo a domani, quando non ci importa, quando pensiamo di avere imparato tutto perché la professoressa ci ha detto di studiare da pagina 2 a pagina 10 e, più o meno, lo abbiamo fatto. Quando consegniamo qualcosa al capo e lui non si accorge dell’errore.

Ci può sorprendere sapere che siamo l’8 settembre quando insultiamo in una discussione l’avversario, perché alziamo le mani e ci arrendiamo senza avere più argomenti. Quando biascichiamo slogan in un finto latino senza capire, senza sapere a quale meta miriamo. Quando gli avversari ridono di noi perché non abbiamo saputo, non abbiamo potuto, non abbiamo concluso.

Per essere il 9 settembre, e poi il 10, e poi arrivare a Capodanno e ricominciare ce ne vuole, di coraggio. E bisogna sporcarsi le mani e ferirsi di fatica, e sudare. Bisogna alzarsi e andare sulla soglia di casa, con una tuta comoda, e fare piazza pulita dei cassonetti di abitudine che ieri non abbiamo avuto voglia di svuotare. Andare nel bosco, guardare in alto le cime dei rami e poi abbassarsi anche alle più piccole formiche. Altrimenti l’8 settembre ti curverà le spalle e ti farà invecchiare solo.

Soltanto così potremo capire quanto grande, quanto grandiosa e faticosa sia stata la scelta di chi, il primo di tutti gli 8 settembre maledetti che pesano sulle nostre vite, si è sfilato dalla coda ordinata degli sconfitti e ha urlato “MAI!”, e ha imbracciato un mitra sulle spiagge di Sicilia avventandosi sugli invasori, e ha salutato la moglie e i bambini, e ha lasciato la scuola, e ha marciato fregandosene degli sguardi da finestra mezza aperta.

Soltanto così capiremo che l’8 settembre è un’occasione, è l’attimo di riscatto delle nostre vite, quello che ci differenzia dalle creature semi-umane che fanno la fila al supermercato aspettando la sera per ingozzarsi e dormire. Oggi ce ne freghiamo: e l’8 settembre è già passato.