La Spagna rotta

La Spagna rotta

“Meglio una Spagna rossa che una Spagna rotta”, era uno degli slogan delle destre spagnole nei primi anni Trenta.

Oggi la Catalogna, non paga delle vaste autonomie regionali che le sono state garantite dalla Costituzione spagnola post-franchista – non paga, quindi, neanche di poter disporre di un proprio Parlamento e di un proprio Governo locale – sta gettando tutta la Spagna nel caos avendo fissato per l’1 ottobre un referendum circa la propria indipendenza.

I deputati di Barcellona hanno festeggiato la votazione con canti repubblicani e pugni chiusi. Tuttavia, almeno per noi osservatori esterni, bisogna riconoscere che il governo di Madrid, almeno per ora, stia reagendo in maniera appropriata.

Il primo ministro Rajoy, personaggio cui di per sé non va alcuna nostra stima o considerazione, per il momento sta facendo quanto richiesto dalla sua posizione, ovvero ribadire che il referendum – essendo totalmente illegale, visto certamente non spetta ai poteri e alle competenze di un parlamento regionale esprimersi e promuovere iniziative volte a minare l’integrità della nazione – non si terrà e che anzi i sindaci che apriranno i seggi dei propri comuni il primo ottobre rischieranno l’incriminazione.

D’altra parte, solo l’assoluta fermezza di Madrid sembra essere l’unico mezzo per far tornare alla ragione i catalani.

Ovviamente, da parte catalana, si è aperto subito un coro di protesta volto a bollare le azioni di Madrid come “la messa in stato di assedio latente della Catalogna”. Il fatto, invece, che le azioni di Madrid vengano tutte eseguite in punta di diritto, mentre quelle di Barcellona siano e restino totalmente incostituzionali e materialmente quanto sostanzialmente illegali, è facilmente ignorato.

In ogni caso, per degli osservatori esterni come noi, è ben difficile farci una vera idea dell’indipendentismo catalano e del suo bizzarro “nazionalismo” tutto rivolto a sinistra.

Bizzarro poiché è sicuramente bizzarro un nazionalismo che apre le porte a qualunque forma di immigrazione, che organizza marce di accoglienza con lo slogan “Refugees welcome”, che lascia fiorire sul proprio suolo felici comunità islamiche e che poi invece cerca di disincentivare l’immigrazione in Catalogna di spagnoli castigliani o di altre regioni, nel timore che quest’ultimi possano svilire il sentimento indipendentista e l’identità schiettamente catalana, percepita in opposizione a quella spagnola.

Singolare nazionalismo quello che si dice e si professa europeista; ossia, che nel momento in cui proclama la libertà da Madrid e da quella Spagna di cui ha sempre fatto parte, sgomita per dissolvere la propria sovranità all’interno delle istituzioni europee.

Molto singolare protestare, battersi, dannarsi per la libertà e poi accettare di non aver un proprio confine di Stato, accettare di non avere una propria valuta, accettare di non avere una politica di bilancio sovrana, una propria politica estera.

Si potrebbe certamente aprire un interessante dibattito su localismo e centralismo, su quale delle due forme di Stato sia più o meno consona a una visione della società che potremmo definire “tradizionale”, tuttavia sappiamo e conosciamo tutti in che direzione vada l’edificio di questa Unione Europea. Pensare, quindi, che una qualunque identità locale possa trovare la propria auto-affermazione all’interno di una struttura studiata appositamente per essere la negazione delle identità e del principio stesso di sovranità è di per se stesso semplicemente assurdo.

Assurdo poi è anche l’indipendentismo catalano di per sé. Se infatti l’indipendentismo basco, sebbene i paesi baschi non abbiano mai costituito una realtà politica autonoma, si basa su retroterra etnico che quantomeno può fornire un motivo di appiglio per la comprensione per la ricerca dell’indipendenza, nulla di simile accade per la Catalogna.

La Catalogna, infatti, non si distingue dal resto della Spagna né per etnia né per religione né per storia né per cultura. La tanto sbandierata diversità catalana può avere al massimo un collegamento con il Regno d’Aragona, a suo tempo separato da quello di Castiglia. Tuttavia, bisogna ricordare che l’antica Aragona non coincise mai con la Catalogna, che ne rappresentò sempre e solo una regione, per quanto importante e prevalente.

In ogni caso, la storia ha pacificamente individuato in Ferdinando II il più grande sovrano d’Aragona, a causa del suo matrimonio con Isabella di Castiglia, matrimonio da cui, quasi come figlia, nacque la grande Spagna dei Re Cattolici, vincitrice sui mori, scopritrice ed evangelizzatrice del nuovo mondo, massima tra le nazioni del suo tempo.

Certamente, nonostante l’adempiersi di queste grandi missioni storiche per la Spagna tramite l’unione di Castiglia e Aragona, contrasti tra le varie regioni non mancarono di certo.

Il più grave senza dubbio fu quello seguito allo spegnersi della dinastia degli Asburgo di Spagna e la conseguente guerra di successione spagnola di trecento anni fa.

Mentre la Castiglia si schierava accanto alla Francia di Luigi XIV e del suo pretendente al trono, alla fine vittorioso, Filippo V di Borbone, la Catalogna sosteneva il pretendente perdente Carlo III d’Asburgo.

Ridicolo tuttavia pensare di poter tracciare un collegamento tra queste antiche guerre e l’indipendentismo catalano odierno, sia perché la Catalogna di allora, pur nella sua tradizionale autonomia, certo non cercava di avere un proprio re asburgico, quanto di dare a tutta la Spagna un sovrano che rimanesse in continuità con l’ultima dinastia regnante. Allora, la Catalogna si batteva cioè per la continuità della Spagna, non per la sua rottura.

Che oggi l’opera di Puigdemont e della sua sgangherata coalizione liberal-comunista sostenuta dall’ex-allenatore blaugrana Pep Guardiola con le armi del calcio tiki-taka voglia opporrsi e disfare quella del cattolicissimo Ferdinando II, quasi fa sorridere.

Oggi le molto povere ragioni di questa pretesa indipendenza si riducono quindi al modesto desiderio di godere del proprio successo economico leggermente superiore a quello del resto della Spagna e di poter perseguire politiche di stampo progressista con maggior radicalismo.

Da sottolineare ancora due fatti. Il primo è l’assenza di solidarietà, o quantomeno di un qualunque segno di appoggio da parte delle istituzioni europee al governo di Madrid; evidentemente, con la scusa della non ingerenza si cela il fatto che un indebolimento della Spagna come nazione e degli stati nazionali di per sé può solo rappresentare una manna per quel processo di mondializzazione che tutto, stati, nazioni, popoli e identità, vuole travolgere.

Il secondo è l’assenza totale di una qualunque presa di posizione del Re Filippo VI. Quest’ultimo punto è uno forse dei più desolanti della squallida vicenda della monarchia spagnola dai tempi della morte di Franco. Infatti, anche solo attenendosi a quanto previsto dalla Costituzione democratica spagnola il Re, in quanto Capo dello Stato, è garante dell’unità e dell’integrità della nazione e, se ha un compito, è proprio quello di preservare la continuità del suo Regno.

In quanto Capo di Stato, nel momento in cui azioni palesemente lesive dell’unità e dell’integrità della nazione, legalmente nulle e illegittime, vengono promosse da un parlamento regionale, facendo sorgere un grave conflitto con il governo nazionale, sarebbe il minimo aspettarsi un suo cenno, di qualunque tipo, a supporto del governo di Madrid.

Per ora non è stato fatto, ma sembra quasi impossibile che neanche una parola possa essere spesa a favore della Spagna da qui fino al primo ottobre.