I giorni del giglio – Capitolo 15. Un enorme muro d’ombra

I giorni del giglio – Capitolo 15. Un enorme muro d’ombra

Alle nuove difese di vetta, questa sera, siamo noi della compagnia di Tscheval. Postazioni scomode, legnose, ma che ci danno il privilegio di vedere il più bel cielo stellato dell’emisfero. Sulla spianata glaciale davanti a noi, anche un filo d’erba che si muovesse sarebbe falciato. Abbiamo i mitraglieri, alle ali del fossato, e una robusta posizione di artiglieria al centro. Stasera possiamo dormire sicuri. Qualcuno di noi sta semplicemente disteso schiena a terra, a guardare il cielo. Le stelle ammiccano una ad una nel giro delle costellazioni della prima estate. Altri disegnano a punta di coltello, distrattamente.

Io e Storina fumiamo dietro al riparo e guardiamo lontano, di là dei terrapieni. L’altra sera, ci dicono, hanno rivisto quei fuochi sul margine delle montagne: fantasmagoria indecifrabile ad un tempo vicina e lontana. “Ti ricordi quando hanno abolito le stelle, laggiù?” – Gli dico. “Eccome! Era il gran tempo della riforma delle parole. Grande idea…Avevano iniziato a vietare il segno di qualsiasi cosa che ricordasse che siamo un po’ più che molluschi!”. Ride. E mi chiedo se, davvero, alla fine non sia da prendere così, questa immensa follia che rotea le sue ali da mulino a vento contro di noi.

Cavalieri, spade, lance. Fucili, medaglie, stemmi. E poi stelle e tempeste, storia antica, storia medievale, battaglie storia e basta. Nei nuovi libri di testo, sembrava che l’umanità fosse appena scesa fresca e santa dall’Eden. “La storia”, dicevano agli studenti, “è fatta di terribili guerre e discriminazioni. Solo ora siamo diventati perfetti: che senso ha ricordare la barbarie? Non sia mai che qualcuno voglia imitare quei cattivacci”.

Già: quegli anti-democratici dei Cretesi. O dei Vichinghi. Metodicamente, ogni richiamo a sentimenti più complessi di quelli di una lattuga è stato abraso da ogni libro, discorso, ricorrenza, filmato. L’uomo si guarda alle spalle e, a pochi metri, vede un enorme muro d’ombra. Nessun passato, nessun esempio, neppure nulla da odiare: non siamo mai stati così vicini all’idea di male. Rido a mezza voce. Noi eravamo in una trincea di fango, ma nel taccuino del più semplice dei nostri camerati c’era più filosofia che nella più vasta delle nuove biblioteche.

Per una strana associazione di idee, penso che i bambini, negli asili gender-fluid, prima che i loro amici musulmani li massacrassero tutti passavano le giornate a travestirsi sotto gli occhi aberranti di maestri transessuali. Negli asili islamici, a ricreazione, adesso sgozzano animali. Almeno qui non abbiamo asili, ma famiglie, e a quattro anni si gioca, si scrive e si legge già. Miracoli dei tempi barbari. Mi volto e spengo la sigaretta. “Sai qual è il loro problema? Questi pessimi scolari della storia hanno esagerato con la gomma. Hanno iniziato a cancellare piccoli fatti, qua e là, ma il buco è diventato sempre più largo. Lo hanno riempito di ciò che da loro abbonda: il niente. E bravi!”.

Ogni tanto saggiano le nostre difese. Anche stanotte, fra una riflessione e l’altra, ne abbiamo abbattuti tre al margine del prato. Strisciavano fra le pietre, confondendosi nel buio: ma il valore e gli infrarossi fanno miracoli, da queste parti. Aggredirci deve essere diventato il loro sport nazionale, laggiù. Del resto, non penso sia rimasto molto altro da fare. Il mondo, inebetito, ha lasciato il nostro Paese da solo e si è voltato dall’altra parte, a guardare sicuri reality show. Molti hanno chiuso i porti, sbarrato i confini, applaudendo gli sforzi umanitari dei nostri conterranei. Adesso si trovano una canea ringhiosa alle porte di casa. Corsi e ricorsi della storia, direbbero i fatalisti.

L’alba di questa veglia in quota ci avvolge della luce delicata e primordiale delle altezze: ogni stelo è un fuso d’oro, anche quelli stretti alle mani dei disgraziati che nella notte abbiamo falciato. Quasi perdiamo uno dei nostri nell’intento di seppellirli: l’infamia del nemico non si ferma dinanzi a nulla. Scendendo alla colazione, sentiamo a stormo le campane di Noversch: attacco grande, forse un’irruzione dai fianchi. Maledico i chilometri di pietraia che, ora, ci separano dal fronte tagliato fra le nostre case. Ci affrettiamo al cambio, senza riposare scendiamo i pianori e ci precipitiamo alle terrazze che strapiombano sul teatro dello scontro.

Un’ora dopo ci siamo. Vediamo la lunga fila grigia dei nemici che, dai sentieri occidentali, scendono recidendo a mezzo la nostra valle. Ne contiamo due, trecento: un numero enorme per una sola sortita. Gli spari si alternano al franare delle pietre. Piazziamo il calibro maggiore: i colpi creano un ponte di morte fra le due sponde del Lys, puntiamo ai costoni e al serpente umano che discende al paese. Il contrattacco dei nostri, da basso, è disperato e porta ad attingere alla riserva più preziosa: le bombe a mano. Finalmente, per ora, il nemico arranca all’indietro, sui prati scoperti, rigettato ai versanti di Ayas.

Dimentichiamoci una difesa ordinata: la pressione sale a marea lungo tutte le nostre fiancate. Non è soltanto una valle a tremare: è la nave del nostro mondo che sobbalza sulle onde del nulla.