L’ingratitudine verso Colombo

L’ingratitudine verso Colombo

In questi giorni gli Stati Uniti d’America stanno, ancora una volta, minando la storia e la cultura di un popolo. Come fanno ormai da oltre settant’anni, lo zio Sam e la sua deriva progressista contemporanea si sta imponendo sui simboli e sulle tradizioni di una Nazione, cancellando ogni retaggio passato e tutte le radici che stanno alla base della sua essenza. Questa volta, però, la vittima non si trova in Europa, né in Asia, Africa, Oceania o Sud America; il popolo mutilato della sua storia è proprio quello americano!

Le organizzazioni lefty americane (che potremmo definire omologhe a quelle antifasciste europee, sia influenzanti che influenzate da queste ultime), ormai avviate all’isteria dal loro anti-trumpismo, stanno scatenando il loro odio verso colui che diede loro una patria, proprio quella patria considerata la più civilmente progredita al mondo per la sua natura meticcia e open mind. Stiamo parlando, come anticipato dal titolo, di Cristoforo Colombo, il grande navigatore genovese che ogni 12 ottobre è celebrato in quasi tutto il nuovo mondo e, ovviamente, nella natia Genova.

La rabbia contro il celebre esploratore, che ha seguito quella contro i generali confederati e contro il grande avventuriero Italo Balbo, si è manifestata non solo con episodi di vandalismo, con statue danneggiate irreparabilmente, ma anche con prese di posizione delle istituzioni, prima tra tutte il Comune di Los Angeles che ha abolito le celebrazioni del Columbus Day, ma anche quello di New York, nonostante sia guidato dall’italoamericano Bill De Blasio, che sta valutando la rimozione della statua di Colombo da Central Park, considerata un simbolo “discriminatorio”. Columbus Circle, la zona di Central Park dov’è ubicata la statua, è dal 1892 (400esimo anniversario della scoperta dell’America) usata per misurare le distanze ufficiali dalla città di New York.

Ciò rappresenta un curioso quanto triste parallelo con le ultime esternazioni di alcuni esponenti politici italiani, volenterosi di cancellare i monumenti realizzati dal Fascismo dopo averne abbattuto le principali conquiste sociali.

La follia progressista contro le statue nasce dall’ennesimo scontro razziale avvenuto nel Paese. Per qualche strano ragionamento, talmente assurdo da poter essere paragonato ai deliri antifascisti nostrani, la scoperta dell’America è associata alla Guerra di Secessione, allo schiavismo ed al genocidio indiano e quindi agli episodi di violenza cui assistiamo oggi.

Naturalmente, come più volte abbiamo sostenuto, le popolazioni native americane hanno sempre avuto la nostra solidarietà e verrebbe quasi da scherzare che, se il continente americano non fosse stato scoperto, oggi il mondo avrebbe un problema in meno. Ma accusare Colombo di essere l’artefice dei peggiori crimini statunitensi denota o una grande stupidità o una grande malafede. Il navigatore genovese scriveva, nella sua opera Nuovo Mondo, a proposito dei nativi, «Gli abitanti di essa (…) mancano di armi, che sono a loro quasi ignote, né a queste son adatti, non per la deformità del corpo, essendo anzi molto ben formati, ma perché timidi e paurosi (…) Del resto, quando si vedono sicuri, deposto ogni timore, sono molto semplici e di buona fede, e liberalissimi di tutto quel che posseggono: a chi ne lo richieggia nessuno nega ciò che ha, ché anzi essi stessi ci invitano a chiedere»; oggi, naturalmente, avrebbe un’opinione molto diversa degli abitanti di quel Nuovo Mondo.

In tutto questo, però, vi è anche un lato grottesco, per non dire divertente, scaturito da un altro atto di incoerenza da parte dei manifestanti (leggasi vandali e teppisti). Innanzitutto, tali manifestanti, che ogni giorno sono sulle barricate contro i muri e i confini rinforzati, stanno – udite udite – protestando contro un’immigrazione di 500 anni fa che ha visto invase le terre da secoli appartenenti a popolazioni autoctone! Inoltre, come già accennato, si sta mettendo alla berlina chi ha dato ai manifestanti una patria, patria che questi urlatori si guardano bene dal restituire ai legittimi abitanti, ancora confinati nelle riserve.

La sostituzione del Columbus Day con la “Giornata dei nativi” ha il sapore di contentino nei confronti dei pellirossa, che però si manifesta per quello che è, una vera e propria presa in giro verso chi ha sofferto, che, come unico risarcimento, ottiene una giornata commemorativa ricca di ipocrisia ma nessun bene restituito.

E, a proposito di schiavismo, quanta gente vediamo sotto il monte Rushmore a imbrattare il volto di Thomas Jefferson, colui che scrisse, nella Dichiarazione di Indipendenza, che “tutti gli uomini sono stati creati uguali”, ma che possedeva decine di schiavi neri? Quanta gente mutilerà le statue di George Washington, il creatore di quel governo che, materialmente, più di tutti si macchiò del genocidio indiano? E parlando di nativi, quanti antirazzisti decapiteranno le statue del generale Grant, fiero unionista e 18° presidente degli Stati Uniti, uno dei fautori delle guerre indiane culminate nel massacro di Little Big Horn, dove molti soldati furono mandati a morire contro i Sioux, per rubarne i territori sacri ma ricchi di giacimenti auriferi, per poi reagire imprigionando gli indiani nelle riserve?

Fortunatamente, esistono anche manifestanti civili e dotati di buon senso e cultura storica. Gli italoamericani di Little Italy e sparsi in tutto il territorio del Paese, fieri del loro passato ma amanti del loro presente, che hanno contribuito non solo con la mafia, ma anche e soprattutto con sudore e sacrifici, a costruire quella Nazione statunitense ricca di contraddizioni ma che, senza l’Italia, oggi probabilmente neppure esisterebbe.