“Arte e filosofia in Julius Evola”: la visione di Gian Franco Lami, contraria al neo-paganesimo

“Arte e filosofia in Julius Evola”: la visione di Gian Franco Lami, contraria al neo-paganesimo

Trentasette anni fa usciva questo libro di Gian Franco Lami (1946 – 2011), essendo il primo testo esaustivo dedicato al filosofo tradizionalista Julius Evola (1898 – 1974), inaugurando in tal guisa studi e approfondimenti che, solo negli ultimi anni, sono giunti a un parziale riconoscimento del valore della complessa e polemica visione del mondo evoliana da parte di alcuni illustri studiosi. Un’opera, quindi, quella di Lami, che va giudicata una pietra miliare nell’esegesi del pensiero di Evola, imprescindibile per chi si interessi all’intellettuale romano. Muovendo dall’analisi della produzione artistica e delle opere filosofiche, il volume lambisce la tappa cruciale del tradizionalismo di Rivolta contro il mondo moderno (1934). L’intento è, da un lato, di far comprendere come Evola sia rimasto “filosofo” anche nelle successive fasi della sua produzione; dall’altro, evidenziare come la sua proposta sia maturata in sintonia con i nomi più significativi della cultura europea del Novecento.

Il libro presenta la Prefazione di Giovanni Sessa – uno studioso che conosciamo bene per la sua attenta indagine sul pensiero evoliano – e l’Introduzione di Giuliano Borghi (inclusa pure nella prima edizione del testo), amico e collega di Lami ai tempi del loro coinvolgimento in qualità di assistenti alla Sapienza di Roma del filosofo tradizionalista cattolico Augusto Del Noce (1910 – 1989); e già questo semplice dato dovrebbe servire per accorgersi come l’interpretazione, che va per la maggiore, dell’opera di Evola in chiave anticristiana sia non solo parziale, ma persino inesatta, giacché tende a isolare determinati suoi scritti, ignorando la complessità del suo pensiero, il quale conferiva al Sacro in senso lato un ruolo palingenetico nell’autodeterminazione di un Io assoluto, ad appannaggio esclusivo dell’individuo, seppure, nel contempo, necessitante di una riconduzione a forme spirituali attive e rientranti in una volontà comune nella matrice sociale di un Popolo. Una piccola nota curiosa riguarda che presso la medesima cattedra di Scienze Politiche si trovava come assistente anche Rocco Buttiglione, allora punto di riferimento di Comunione e Liberazione.

Le pagine di questo libro sono un viatico irrinunciabile per quanti vogliano porsi concretamente lungo la Via della Liberazione Personale, condizione essenziale del sempre possibile – tesi molto cara proprio a Sessa – di un rivolgimento interiore che, nell’illustrazione da parte di colui che andrebbe tuttora considerato il maggiore studioso evoliano di sempre, Lami per l’appunto, ha come obiettivo il possesso e dominio del futuro, delle epoche a venire, ma che ha comunque bisogno di un ritorno all’origine, per trarvi una forza indispensabile, di cui la modernità non è solamente priva, ma che vulnera continuamente. Partendo da queste basi, si giunge a comprendere il portato dirompente di quella che è giusto chiamare la “Rivoluzione Evoliana”.

Il filosofo romano ha sovente reiterato come soltanto tramite l’esperienza di una vera ascesi sia permesso di raggiungere quello stato dell’essere che libera l’uomo dal vincolo di una Natura fisica e incapacitante, così da condurlo alla partecipazione di una condizione altra, al di là del “vero” e “non vero”, ove soggettivo e oggettivo diventano categorie prive di utilità. Quando si raggiunge quell’“Epoca della Dominazione” (cfr. Fenomenologia dell’individuo assoluto, 1930, ultima riediz. 2007) che è lo stadio ultimo della esistenza, ascesi cristiana o nirvāṇa buddhista, rimane un “grado di estinzione”, quando la māyā, interpretata sia in modo positivo che negativo come fece Evola, cessa essa stessa il suo percorso nel costante del divenire. Questa prospettiva religiosa nel pensiero evoliano è, a nostro avviso, uno degli aspetti di maggiore importanza e del quale fin troppo spesso si manipolano e distorcono i messaggi, a favore di una posizione neopagana che lo stesso Evola abbandonerà nella seconda e, specialmente, terza sua fase. A dimostrazione di ciò, è sufficiente il percorso da studioso di Lami, non solo nella collaborazione col suddetto Del Noce, ma anche nell’essere stato “professore visitatore” alla Pontificia Università Urbaniana. Ecco perché le ricerche di Lami su Evola sono essenziali, in modo da riscoprire una prospettiva filosoficamente e culturalmente completa sul Maestro della Tradizione, nel segno di un divenire spirituale e non di una negazione aprioristica del passato, e dunque senza un futuro attuabile.

Più volte ci è capitato di parlare del pensiero evoliano quale momento fondante, quanto misconosciuto, della filosofia europea del XX secolo. L’intellighenzia ufficiale ha provato in tutte le maniere a obliarne la memoria, fallendo miseramente. Anzi, possiamo addirittura sostenere che oggi le riflessioni di Evola stiano riscuotendo un montante interesse. Molto è merito di un ricercatore del calibro di Franco Volpi, il quale ha pervicacemente insistito nello spiegare come quello di Evola fosse il terzo grande nome della speculazione italiana del Novecento, insieme a Croce e Gentile.

Arte e Filosofia in Julius Evola ebbe la sua prima edizione nel 1980 per l’editore Volpe, ma con un titolo diverso: Introduzione a Julius Evola. Un passo per la vita un passo per il pensiero. A essere sinceri, da letterati tolleriamo assai poco il cambiare di nome a un testo. Ciononostante, Sessa ci viene in aiuto nello spiegare i motivi di questa scelta: “Ciò è dovuto al fatto che Introduzione a Julius Evola, vista la ormai significativa produzione bibliografica sul tema, anche quella prodotta sull’Evola propriamente filosofo, rende tale titolo obsoleto” (14). Trattasi sicuramente di una ragione valida, anche se rimaniamo ancora poco convinti della giustezza di cambiare il titolo al libro di Lami; questo è l’unico appunto che ci sentiamo di muovere a tale lodevole iniziativa editoriale.

Ricollegandoci più propriamente ai contenuti del testo, qui compare frequentemente quello che è l’aspetto nodale della interpretazione da parte di Lami della opera evoliana: liberazione individuale, che egli superbamente così definisce, evidenziando correttamente l’ineludibilità dell’azione: […] piacevolissima sensazione, quel piacere morale, che si persegue nell’atto della liberazione, dell’auto-redenzione dal macchinamento sociale” (113). Sconfiggere il sé, per il sommo tradizionalista, era la naturale conseguenza del “gesto filosofico”, la passività per lui portava a inesorabili sconfitte interiori, scadenti perlopiù nel nichilismo. Per tale motivo, dopo essersi confrontato con varie correnti del Buddhismo, Evola scelse lo Zen – evoluzione giapponese della cinese Scuola Chán – come strumento migliorato nel panorama religioso mondiale, per ottenere uno stato di affrancamento da quelle che sono le procedure sociali che nell’era moderna opprimono la parte consapevole dell’individuo.   

Sia nella Prefazione, che nell’opera di Lami vera e propria, emerge una posizione che non esitiamo a definire assolutamente benvenuta. Sarebbe a dire, “Evola contro Guénon”, o almeno Evola alternativo e profondamente diverso dal pur validissimo intellettuale francese. Vi è in Lami la presa d’atto che in quest’epoca, definita ultima dalla cosiddetta Letteratura della Crisi, e così precisamente descritta da Oswald Spengler (1880 – 1936) nella sua opera capitale Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale (“Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte”, 1918 – 1923), sia inutile preservare un presunto patrimonio europeo, specialmente simbolico, posizione che vide proprio Guénon quale massimo esponente nel Pensiero Tradizionale. A questo rinchiudersi in intellettualistiche e spirituali torri di avorio, Lami risponde in perfetta sintonia con Evola, incoraggiando una ribellione per mezzo di una prassi, di una ricerca attiva e vitale, per un “Altro Inizio” (29).  La “potenza”, concetto cardine in Evola, viene illustrata da Lami quale pienezza solamente quando si abbandona il volere dominare le “cose” e la vita altrui, non essendo più schiavi della proprietà materiale, ottenendo così l’unico vero stato di libertà, nel riconnettersi con l’unità originaria, con quello, dunque, che è potenza d’essere (40). L’uomo di Tradizione, allora, che non fugge dal mondo, nascondendosi dietro il potere ancestrale del simbolo, e sceglie al contrario l’esserci e lo stare nel mondo; essendo egli differenziato, come spiegava Evola e come ci ricorda pure Borghi quando afferma che: “L’Io si definisce in termini di ‘libertà’, di ‘azione’ e di ‘volontà’” (40-41). Tali sono i tre princìpi evoliani che portano a una dominazione su di sé e non sul prossimo, valorizzando quell’Individuo che è padrone di ciò che ha dentro e non influenzato dal fuori.  

L’esegesi di Lami su Evola ricorre svariate volte a quel mondo artistico che segnò profondamente la prima parte della vita del Barone, segnatamente nel suo essere uno dei maggiori esponenti del dadaismo in Europa. Su questo aspetto, anche Sessa pone l’accento sul primato del fare, sul fatto che sin dall’inizio Evola abbia perseguito una via attiva, e mai meramente contemplativa, a cominciare dal “periodo artistico”: “Il dadaismo espresse, in termini di prassi creativa, la grande intuizione filosofica di Evola, la potenza del negativo (18).  Tornando a Lami, egli vede altresì una vicinanza di Evola con Carlo Michelstaedter (1887 – 1910), pensatore ancora decisamente non valorizzato come invece meriterebbe, definendoli entrambi “platonici senza platonismo”, indagatori di una filosofia che si risolve nel concreto e non in elucubrazioni gnoseologiche, cosa che avviene, per converso, in Guénon, come ci rammenta ancora Sessa: “Ben diversa, quindi, la Tradizione di Evola da quella di Guénon. Nel filosofo romano la Tradizione ha il volto dell’azione realizzatrice […], fondandosi esclusivamente su se stessa, sulla sua inevitabilità per un uomo consapevole di ciò che deve essere fatto” (28). Tale posizione di Sessa si collega coerentemente a quello che scrisse qualche anno fa in suo libro, dimostrando di essere cosciente della differenza tra i due massimi esponenti della Tradizione: “Come il lettore avrà modo di constatare, niente è più lontano da questa esegesi del dato tradizionale, delle posizioni meramente contemplative, fideistiche e ripetitive di certo tradizionalismo nostalgico e/o di matrice guénoniana” (Itinerari nel pensiero di tradizione, Chieti, Solfanelli, 2015) (16). Tutto questo spinge a comprendere, come illustra pure Borghi, che esiste una “modalità evoliana”, un modo, cioè, di intendere la filosofia quale strumento chiarificatore per cavalcare e domare i tempi moderni: […] una pratica di realizzazione spirituale che pretendesse di essere via operativa per l’individuo concreto” (33).

Dispiace dover constatare che uno studioso acuto come Lami si sia imbattuto in quello che non temiamo definire il problema accademico, avendo la sua carriera universitaria ostacolata in sede concorsuale, poiché gli venne contestato di occuparsi di Evola, un autore che i nostri docenti non sono mai riusciti a tollerare, malgrado l’enorme portato intellettuale delle sue riflessioni in molteplici ambiti, pensiamo, ad esempio, al contribuito dato all’orientalistica. Meglio di molti “specialisti”, il filosofo romano è riuscito infatti ad afferrare e spiegare argomenti complessi come lo Yoga e i Tantra, il Buddhismo Zen e il Giappone dei riti, come pure stigmatizzare la perniciosa influenza della cultura americana, più che genericamente “occidentale”, sull’Asia. Ieri come oggi, occuparsi di Evola è una specie di reato, un marchio per taluni infamante nella carriera di un ricercatore, e poco importa se di questo intellettuale non si affrontano temi prettamente politici. Si nega a Evola quello che di buono ha fatto, riducendo la sua opera con valutazioni semplicistiche quanto disinformate. In poche parole, gli odierni sedicenti colti lo giudicano, ma non lo hanno mai letto! Al contrario, Lami conosce perfettamente l’argomento che ha affrontato in questo suo testo, dando prova di essere stato un uomo dalla mente attenta, pronta e capace di una speculazione ampia e articolata.     

Per concludere, con le sue fatiche editoriali, Gian Franco Lami ha contribuito a dare un’interpretazione lucida e corretta del pensiero di Evola, ricostruendo con precisione gli ambienti culturali e i vari momenti storici in cui viveva e operava il filosofo. Non importa alla fine se il titolo di questo libro sia stato cambiato, quello che conta veramente è la validità della prospettiva lamiana su Evola e sul Pensiero di Tradizione in generale, sintetizzato con queste parole, che sono poi quelle che bastano per riassumerlo: “Azione ed eroismo, quali valori della «tradizione», si uniscono al fattore ascetico, nell’unica tendenza alla ricerca del centro” (226). Ad averne ancora di studiosi del genere, ma se così fosse, non potremmo sostenere di trovarci nella coda del Kali Yuga.

Gian Franco Lami, Arte e Filosofia in Julius Evola, Roma, Casa Editrice Pagine, 2017

Le posizioni dell’autore possono non coincidere con quelle della Redazione.