“O sbarasso da Superba”: l’ultimo schiaffo ad una Genova morente

“O sbarasso da Superba”: l’ultimo schiaffo ad una Genova morente

Siamo a Genova, ex-motore industriale del Nord-Ovest ruggente. Ex-città dei servizi sognata e mai nata. Ex-città capace di combinare in un connubio impossibile eleganza e sottoportici. Bella, nel suo incoerente allungarsi sul mare e serpeggiare fino all’Appennino.

Anni ed anni di immigrazione selvaggia hanno deturpato interi quartieri e li hanno spopolati. Comunità allogene si sono insediate a macchia di leopardo sul suo territorio: musulmani nel centro storico, ecuadoriani nell’ex quartiere cantieristico di Sampierdarena, europei dell’Est ovunque ci sia vecchiaia cui abbarbicarsi. Campi nomadi in piena attività.

Si parla di almeno 100mila persone non completamente censite su un totale di poco più di 500.000 residenti: in pratica, il 20% della popolazione cittadina – piaccia o non piaccia alle associazioni, alle amministrazioni ed alle statistiche ufficiali – è sommersa e vive lungo quel labile confine fra sopravvivenza e arte di arrangiarsi.

Crocevia e focolaio della prima ondata migratoria, il centro storico sta cercando – faticosamente e non sempre con successo – di ritrovare un tono (amaramente) turistico e borghese. Le forze dell’ordine presidiano le vie principali, rendendole percorribili almeno di giorno. Si svolta l’angolo e si ha, invece, un’idea abbastanza chiara di come dovesse apparire il porto di Algeri alcuni decenni fa.

In tutto questo deprimente tramonto, gli allogeni stanno acquistando una consapevolezza nuova: quella di essere i veri padroni della città. In interi quartieri, anche centrali, un’abitazione costa come una baracca in campagna. Il valore degli immobili è crollato a seguito della delinquenza comune e del degrado portato dalle masse immigrate. Auto in condizioni pietose circolano a ridosso delle vecchie vie del passeggio buono domenicale.

L’attuale amministrazione comunale, nel tentativo di scrollarsi di dosso in modo centrifugo il peso del degrado, alcuni giorni fa ha adottato una nuova risoluzione: perché non creare un nuovo polo in cui – ufficialmente – “chiunque” e – concretamente – i nuovi padroni multietnici della città possano trovare di che vivere e prosperare nei loro coloratissimi traffici? Magari lontano dal centro, se si vuole essere “vetrina” e riciclarsi in una improbabile immagine turistica.

Puntando il dito sulla mappa della città, si è quindi deciso di optare per San Quirico, quartiere che fu gloria di fonderie e di eccellenze produttive nella prima metà del secolo scorso e che, oggi, si è trasformato in un sonnolento dormitorio per ultrasettantenni.

Sula facciata di un capannone polifunzionale, dall’oggi al domani è apparso un enorme cartellone che annuncia – in un genovese che lascia molto a desiderare – la creazione de “O sbarasso da Superba”, via di mezzo fra centro sociale diurno e mercatino delle pulci, in cui qualsiasi signor migrante, portando la propria paccottiglia di provenienza ignota, ha diritto ad uno spazio espositivo di quattro metri quadrati al prezzo simbolico di un euro al giorno. Fra le poche regole, non si possono vendere armi. Leggerlo scritto sul bando ufficiale è qualcosa che stranisce come incontrare un ippopotamo dentro un bar. Eppure, nero su bianco, è così.

Da un giorno all’altro, il sonnolento quartiere si è riempito di borsoni, giovanotti abbronzati, rom curiosi, ecuadoriani in trasferta, biciclette dai molti padroni e da un carosello così colorato da commuovere qualsiasi boy-scout dell’accoglienza. Un abitante, passando davanti alla nuova gloriosa istituzione, non riesce a riconoscere in quella Babele i luoghi di una vita.

Nel degrado che avanza, un osservatore particolarmente ironico e paziente potrà divertirsi, sfogliando i quotidiani, nello scoprire che “O Sbarasso” ha dei critici puntigliosi: proprio loro, i “fratelli migranti”, che appena pochi giorni dopo l’apertura dello spazio protestano per il costo eccessivo dei trasporti (che non hanno mai pagato) per raggiungere il mercato, per la distanza dalle proprie centralissime abitazioni e, udite udite, anche per il famoso euro simbolico con cui il Comune ha barattato maldestramente la propria serenità. Ovunque emergono come pugni in faccia i segni dell’impotenza e del compromesso, del buonismo e della viltà.

Ma sì: inutile fingere. Lasciamoli accampare ovunque senza pagare neppure il simbolo della nostra codardia. Genova è morta, un’altra Genova sorgerà: ma non sarà nostra.