La Coop eri tu

La Coop eri tu

E adesso si scopre che, dopo una vita passata a parlare di etica, di equità sociale e solidale, anche il cosiddetto fronte cooperativo è incappato nella morsa della finanza creativa. Quella stessa finanza creativa che è stata introdotta in Italia dal più creativo ministro delle finanze, Giulio Tremonti, e che con la complicità del mondo bancario e finanziario ha finito per trasformare l’utopistico mondo coop/socialista delle coop, in quello che, ogni giorno, assomiglia sempre di più a un incubo.

Sono almeno 9 miliardi di risparmi degli italiani, un bel castello con fondamenta di carta, che rischia sempre di più di affondare. Si tratta del prestito sociale delle Coop e la colpa è di avventure azzardate nell’azionariato di grandi banche (Mps e Carige, principalmente), che rischia di diventare, per il mondo cooperativo, un peso insopportabile.  

Il problema sarebbe solo un affare interno alle Coop, i panni sporchi si laverebbero in famiglia, se non fosse appunto per il prestito sociale. 

I soci prestano soldi alle Coop, che pagano un interesse. A fissare le regole sono la legge e una serie di circolari Bankitalia, che però non ha poteri di vigilanza sulle coop (ci piacerebbe sapere in base a quale parametro). In passato, ci sono stati almeno due casi (Coop Carnica e Coop Trieste) che hanno lasciato un buco di alcune decine di milioni nelle tasche dei risparmiatori, suscitando enorme scalpore a livello mediatico.

Tra i vincoli posti da Bankitalia c’è quello che l’ammontare del prestito sociale non può superare tre volte il patrimonio netto. Ed è qui che tutto s’ingarbuglia.

Il caso più delicato è quello di Unicoop Tirreno, attiva nella costa toscana e nel Lazio. Lo scorso anno è stata salvata da un intervento «di sistema» dalle altre grandi coop, che hanno sottoscritto degli «strumenti finanziari partecipativi» per 175 milioni di euro, erogati però alla coop solo in parte. Unicoop Tirreno è nel mezzo di una complicata ristrutturazione, ha ridotto le rete di vendita, chiuso negozi e imposto sacrifici al personale. Ma nonostante questo la sola valorizzazione a prezzi di mercato della partecipazione Finsoe porterebbe a una nuova perdita di 113 milioni, facendo saltare il parametro Bankitalia per i 750 milioni di prestito sociale.

E infine, non possiamo certo non spendere due o tre paroline sulla grande madre delle Coop, colei che per anni è stata la grande meretrice di tutto il mondo cooperativo, toscano e non: il Monte dei Paschi di Siena.

Unicoop Firenze si è chiamata fuori per tempo. Nel decennio passato era arrivata a essere uno dei soci principali di Monte dei Paschi, con poco meno del 4%. Alla fine del 2013, dopo lo scoppio dello scandalo, ha venduto tutto con una perdita di circa 400 milioni. L’avventura bancaria è costata un sacco di soldi e anche il posto e l’oblio a Turiddo Campaini, che Unicoop Firenze l’ha guidata per quasi quarant’anni ed era arrivato anche, negli anni di Giuseppe Mussari, alla vicepresidenza della banca senese. Ma almeno la coop fiorentina, a differenza di altre «compagne», ha evitato altre perdite.  

Ma non è  tutto, presto si sono scoperti altri problemini delle “compagne cooperative”.

La catena di controllo di Unipol e lo scandalo MPS non sono l’unico guaio finanziario delle coop, che pagano anche altre avventure bancarie rivelatesi dissennate. Coop Liguria, oltre ad una perdita latente di 122,7 milioni sulla quota Finsoe/Unipol, si porta dietro una quota dell’1,4% in Carige. In bilancio è iscritta come quota del patrimonio netto. In pratica, valorizza Carige oltre 1,4 miliardi, mentre in Borsa capitalizza oggi meno di 200 milioni.

Va peggio a Coop Centro Italia (Umbria, bassa Toscana e Abruzzo). Ha un consistente pacchetto di azioni Mps, superiore all’1%. Ha partecipato agli aumenti di capitale dell’era Viola-Profumo, che nonostante le svalutazioni già effettuate negli anni precedenti – oltre 200 milioni in totale: 75 solo nell’esercizio 2015, altri 140 tra il 2012 e il 2014 – nei bilanci di fine 2016 è ancora iscritta per un controvalore di 86 milioni di euro. Ma a fine dicembre era già fallito l’aumento di capitale “privato” e partito il salvataggio di Stato.  Con un patrimonio netto di 173 milioni e un prestito sociale di 504 milioni, è la Coop con la situazione sulla carta più pesante.

Ed ecco quindi che assistiamo, dopo anni di martellamento mediatico al crollo dell’utopia cooperativa di stampo socialista. Dopo aver passato anni a martellare mediaticamente il popolo con i soliti slogan triti e ritriti, si scopre che il gigantesco castello di sabbia del mondo coop sta crollando. Un mondo che per anni ha preteso di stendere la sua pietosa morale sull’economia italiana. Un mondo che per anni ha preteso di educare il popolo al “consumo consapevole”, salvo poi gettarsi “consapevolmente” tra le braccia di quella stessa piovra finanziaria che lo sta uccidendo. Il coma è profondo e irreversibile.  Resta solo da capire quando verrà ufficialmente staccata la spina.